San Giovannino di Battistello Caracciolo: tra Caravaggio e originalità, luce, naturalismo e raffinatezza nella pittura napoletana del Seicento
Di Gabriella D’Ippolito per WebinARTE

Uno scugnizzo dallo sguardo dolcissimo.
Occhi che conquistano al primo sguardo, e poi un movimento della bocca, impertinente quanto basta.
Il San Giovanni Battista fanciullo (1625-1630 circa) di Battistello Caracciolo si presenta con una vitalità disarmante.
Si avvicina qui così tanto al suo maestro che l’opera è stata attribuita a Caravaggio fino al 1957, anno in cui Roberto Longhi la attribuì alla mano di Battistello Caracciolo.
Non so a voi, ma a me fa pensare all’ Amor vincit omnia del 1602: sembrano due fratelli, uno scanzonato, l’altro malinconico.
L’eredità del Merisi è evidente: nel soggetto, prediletto dal maestro che lo dipinse ben otto volte, nell’uso della luce, in quel gioco chiaroscurale che crea il movimento, ma anche nel modello, per niente idealizzato, ma anzi, anche in questo caso, preso letteralmente dalla strada.
Quando Longhi lo attribuì al pittore napoletano, egli divenne il capofila dei caravaggeschi meridionali. Di sicuro i due artisti si erano conosciuti nei primi anni del Seicento, durante una trasferta a Roma di Battistello, e si erano poi incontrati di nuovo nei due soggiorni napoletani di Caravaggio (1607 e 1610, ndr).
Eppure, la lettura di qualche decennio fa, stringe troppo il campo e non restituisce il giusto spazio ad un artista che invece si conquistò nel tempo uno spazio di originalità.
Possiamo partire proprio da qui, da questo San Giovannino, un’opera che sembra quasi sfidare il Merisi sul suo stesso terreno, giocando sul filo di un’identità che per secoli è stata confusa.
La formazione di Caracciolo inizia nelle botteghe tardo-manieriste napoletane, quelle di Francesco Curia e Fabrizio Santafede, e prosegue nel cantiere del Monte di Pietà sotto Belisario Corenzio: si tratta di una eredità formale che il fascino del naturalismo non riesce a scalfire del tutto.
E dunque, troviamo queste differenze: se nel San Giovannino si gioca col chiaroscuro, non è per far emergere un dramma, piuttosto per creare un movimento. La citazione di Caravaggio c’è, e non si può negare, ma tra le righe, nel sottotesto, ce n’è anche un’altra: quella del manierismo che sta diventando barocco attraverso la lezione emiliana. La “bella pittura” di maniera appresa da Francesco Curia, unita alle suggestioni di Giovanni Lanfranco, le cui opere Caracciolo vide a Roma, sono quei segni che fanno sì che il nostro pittore attraversi il caravaggismo senza cedere al puro realismo.
La luce qui non isola il soggetto, piuttosto lo avvolge. Nel restauro più recente il fondo del quadro ha rivelato alberi e fronde di un bosco, che contestualizza questo giovane pastore. è E’ tornato in luce anche il tocco azzurrino dell’occhio, una tecnica usata anche da Caravaggio, che conferisce maggiore profondità allo sguardo.

Con il dito, il giovane indica l’agnello, che pure nel quadro non compare. Ciò che non possiamo fare a meno di notare sono le sue mani: grosse, rosse, nodose, rispetto ad un corpo esile, alle spalle strette, alla pelle perlacea. Il pathos non manca, dunque, ma non è l’elemento che vince nella resa allo spettatore. Un ragazzo di strada, certamente, gli fece da modello: tuttavia Caracciolo mantiene la nobiltà del disegno e la compostezza della forma.
Battistello disegnava,infatti, al contrario di Caravaggio, ecco perché oggi, cento anni dopo il giudizio di Longhi, è considerato il più infedele dei caravaggeschi. Battistello è un rigoroso disegnatore: ci tiene a mantenere una certa formalità nella pittura, che la rende estremamente raffinata.
Il formato ridotto del quadro fa supporre una destinazione privata, una scelta che allontana Battistello dalle ambizioni titaniche delle grandi pale d’altare, committenze pubbliche del suo maestro. Un palcoscenico ridotto, nel quale ritrova una dimensione analitica nei gesti e negli sguardi, e dunque, profondamente sua.
Oggi,il San Giovannino di Battistello Caracciolo fa parte delle preziosa raccolta di Giuseppe De Vito, ingegnere napoletano collezionista con una grande passione per il Seicento,dopo essere transitato, nel 1972, per le mani del celebre studioso Andrea Busiri Vici.
Grazie alla missione della Fondazione De Vito torna ciclicamente al pubblico ogni qual volta trova ospitalità in uno spazio espositivo. La collezione merita tutta, ma è il classico caso in cui si può dire con sicurezza che l’incontro ravvicinato con questo dipinto vale la visita.
Fonti:
S. Causa (a cura di), Il patriarca bronzeo dei caravaggeschi, Paparo, Napoli 2022
R. Longhi, Battistello, in “L’Arte”, XVIII, 1915
L’Opera d’Arte del giorno
