San Francesco in estasi: luce, visione e spiritualità nel dipinto di Caravaggio.
Di Alessandra Merello per WebinARTE
Il San Francesco d’Assisi in estasi, che ci racconta il momento immediatamente successivo all’impressione delle stimmate, è il primo quadro a soggetto religioso noto di Caravaggio, databile circa al 1595–1596e destinato alla collezione del banchiere genovese Ottavio Costa, uno dei primi estimatori e mecenati del Merisi.
Gli studi radiografici hanno evidenziato che Caravaggio apportò diverse modifiche, tra cui la possibile cancellazione delle stimmate dalla mano destra, e che i panneggi che coprono il corpo dell’angelo, nonostante Caravaggio abitualmente dipingesse con la tecnica della stesura diretta “alla prima”, furono invece sovrapposti per velature progressive.
La scena ritratta dal Merisi non è più il Francesco che parla agli uccelli immerso nella natura, ma è quella descritta da San Bonaventura: Francesco viene colpito da una visione mentre si trovava in preghiera con frate Leone e alcuni pastori sul Monte della Verna presso Arezzo, scena già dipinta (tra il 1295 e il 1299) da Giotto nella Basilica Superiore di Assisi.
I pastori sono nascosti sullo sfondo raccolti attorno ad un fuoco, frate Leone è semi nascosto a sinistra ma nessuno di questi personaggi partecipa all’evento che il Santo sta vivendo.
Francesco ha appena ricevuto le stimmate, la mano indica la ferita del costato sotto lo strappo nella veste, rapito ed esausto è sdraiato su un prato descritto minuziosamente, alla maniera dei pittori del Nord, da cui spuntano piccole margherite.
Il Santo è ritratto in un atteggiamento quasi sensuale a occhi chiusi, abbandonato alla visione di Dio. Un angelo lo accoglie in un morbido abbraccio ponendogli una mano sotto la schiena mentre con l’altra lo circonda alla vita tenendo in mano il cingolo di corda del Santo, i cui nodi rappresentano i voti di obbedienza, castità e povertà.
San Francesco è rapito nella mistica comunione con Dio e lo spettatore è guidato dalla luce verso l’estasi del Santo; non c’è spazio per altri attori oltre a lui e all’angelo: Leone e i pastori, che sono estranei al dramma, sono al buio e si intravvedono appena.

Nel San Francesco, come negli altri dipinti di Caravaggio, il buio domina la scena; l’unico punto da cui proviene la luce è la luna che raffigura la grazia di Dio, definisce le figure, gli abiti, il candore della pelle dell’angelo e dirige l’occhio e l’attenzione di chi guarda verso il focus della scena.
Sullo sfondo appaiono due alberi, uno accanto all’altro, uno rigoglioso e l’altro spoglio: alludono uno alla vita e uno alla morte, le due dimensioni tra cui il Santo è costantemente in bilico.
Lo stile dell’opera rispecchia totalmente i dettami della pittura che si affermarono dopo il Concilio Tridentino: i dipinti dovevano esprimere lo sguardo verso Dio, essere fedeli alle Scritture per evitare qualsiasi dubbia interpretazione, essere la Bibbia degli illetterati.
Caravaggio interpreta compiutamente la Controriforma: nelle sue tele la fantasia del soggetto si fonde con la vita vera dell’umanità che scorre davanti ad esso, le figure non sono più astratte, non sono più indifferenti ai problemi di chi le osserva, ma dialogano con la realtà della quotidianità, con i piedi nudi e sporchi, i volti stanchi e segnati dalle rughe; dagli sfondi scompaiono gli ori di Simone Martini e compaiono muri e intonaci danneggiati, poveri, umili.
Fonti:
L’Opera d’Arte del giorno
