Il Pellegrino di Assisi: prima della santità, il viaggio umano di Francesco nella scultura di Norberto Proietti.
di Brenda S. Antozzi per WebinARTE
Il 2026 non è un anno qualsiasi per san Francesco d’Assisi. Ricorre l’ottavo centenario della sua morte e, quasi a sottolinearne l’attualità, il 4 ottobre torna a essere una festività nazionale. Dopo quasi 50 anni dalla sua soppressione come giorno festivo civile, lo Stato italiano ha deciso di ripristinarla, riconoscendo nel patrono d’Italia un simbolo di pace, fraternità, solidarietà e cura del creato.
È curioso, però, che proprio nell’anno del suo “ritorno” io abbia pensato ad un’opera che racconta un altro ritorno. Non quello del santo ormai venerato da tutti, ma quello di un ragazzo che torna dalla guerra con molte meno certezze di quante ne avesse quando era partito.
Nella mia parrocchia di San Salvario, a Casalpusterlengo, san Francesco è stato ricordato anche attraverso una semplice statuina inserita nel presepe. Mi ha fatto sorridere. Francesco, in fondo, riesce sempre a trovare il modo di tornare. Nei presepi, nelle chiese, nelle mostre, nei libri di storia dell’arte.
E qui arriva un “ma”.
Quando pensiamo a san Francesco, pensiamo quasi sempre al punto d’arrivo. Se io dico Francesco d’Assisi tutti pensano subito al suo essere santo. Il saio. Gli uccellini. Il lupo di Gubbio. Le stigmate.
E per molti anche al Cantico delle Creature, chiaramente.
È come se fosse nato direttamente santo, saltando tutta quella parte dell’esistenza in cui gli esseri umani fanno, semplicemente, gli esseri umani.
Norberto Proietti, invece, decide di raccontare proprio quella parte della vita di Francesco.
Nel 2005, infatti, Norberto realizza Il Pellegrino di Assisi, una monumentale scultura in bronzo collocata nel prato della Piazza Superiore di San Francesco, davanti alla Basilica Superiore ad Assisi.

E il titolo è già un piccolo capolavoro.
Perché il protagonista non è ancora il santo.
È semplicemente Francesco, il pellegrino. Il giovane figlio del ricco mercante Pietro di Bernardone, affascinato dagli ideali cavallereschi, desideroso di conquistare gloria e prestigio. Nel 1202 parte per combattere nella guerra tra Assisi e Perugia. Tuttavia, durante la battaglia di Collestrada viene catturato e trascorre circa un anno in prigionia.
Quando torna a casa è cambiato. Non ancora convertito, ma semplicemente cambiato.
Ed è una distinzione importante.
Le fonti francescane raccontano di una trasformazione lenta, fatta di malattia, disillusione, domande e crisi interiori. La celebre rinuncia ai beni paterni, l’incontro con il lebbroso, la preghiera davanti al Crocifisso di San Damiano appartengono a un percorso che richiederà ancora tempo. La conversione di Francesco è un cammino lungo.
Norberto sceglie un momento preciso, sceglie di fermare l’immagine di Francesco proprio all’inizio.
Un momento che nessuno rappresenta. Non c’è nessun segno che rappresenti Francesco come santo: aureole, uccellini svolazzanti o miracoli. Nemmeno il lupo di Gubbio, che nell’iconografia francescana compare con una puntualità degna di un attore non protagonista ma immancabile.
Qui vediamo solo un giovane cavaliere che rientra dalla guerra.
La figura siede su un cavallo stanco quanto lui. La testa è china. Le spalle ricurve. Il corpo sembra appesantito non tanto dall’armatura quanto da ciò che ha visto, vissuto e provato.
Ed è sorprendente vedere quell’animale, curvo quanto Francesco, avanzare a fatica.
La tradizione dell’arte occidentale ci ha abituati ai monumenti equestri come simboli del potere. Da Marco Aurelio al Gattamelata di Donatello, fino al Colleoni di Verrocchio (per non parlare di alcuni dipinti, come le grandi celebrazioni di Napoleone). Insomma, il cavallo è quasi sempre il compagno della vittoria.
Qui no, qui il cavallo accompagna una sconfitta. O forse qualcosa di ancora più difficile. Una presa di coscienza.
Proietti non racconta un uomo che ha trovato tutte le risposte: racconta un uomo che ha finalmente cominciato a farsi le domande.

Osservando quel volto abbassato viene quasi spontaneo abbassare lo sguardo insieme a lui. Non è la vergogna di una sconfitta, anzi sembra impegnato nell’operazione più complicata che esista: guardare dentro sé stesso.
Le grandi trasformazioni, in fondo, non funzionano come nei film. Non arrivano accompagnate dalla colonna sonora.
Norberto Proietti conosceva profondamente questo universo. Nato a Spello nel 1927, ha dedicato gran parte della sua produzione all’Umbria, ai suoi paesaggi e alla spiritualità francescana. I suoi celebri “fratini”, disseminati tra uliveti, piazze e borghi, sono ormai diventati una presenza familiare. In quest’opera, invece, il tono cambia. Scompare la dimensione quasi fiabesca e rimane l’essenziale.
Anche il materiale che sceglie, il bronzo, sembra assecondare questa scelta. Le superfici non cercano virtuosismi né effetti spettacolari. Ogni dettaglio appare subordinato a quell’unico gesto: una testa abbassata che racconta una crisi interiore meglio di qualsiasi espressione del volto.
Una delle sculture più intense dedicate a san Francesco lo rappresenta nel momento in cui è più lontano dall’immagine che tutti conserviamo nella memoria.
Perché prima del santo c’è un ragazzo. Perché prima della pace c’è una guerra (anche interiore). Perché prima del Cantico delle Creature c’è il silenzio.
A 800 anni dalla sua morte, Francesco continua a parlarci. Non perché fosse diverso da noi, ma perché, almeno per un tratto della sua vita, è stato incredibilmente simile a ciascuno di noi: pieno di sogni, di illusioni, di cadute e di domande. E Norberto Proietti ha scelto di scolpire proprio quell’istante per ricordarcelo: non ci mostra un santo irraggiungibile, già completo e già perfetto. Perché spesso continuiamo ad ammirare chi arriva in cima, dimenticando quasi sempre di osservare il tratto più interessante del viaggio: quello in cui si cambia direzione.
Sitografia
Cronologia di san Francesco, Basilica di San Francesco in Assisi (sito ufficiale)
Crediti fotografici:
Matteo Pappadopoli – Opera propria
L’Opera d’Arte del giorno
