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CAREL FABRICIUS, IL CARDELLINO, per CALENDARTE

Il Cardellino di Carel Fabritius, piccolo uccello posato su una mangiatoia e legato da una sottile catena.
Il Cardellino di Carel Fabritius: un piccolo capolavoro di luce, silenzio e illusione pittorica.

Di Giuliana Della Bianca per WebinARTE

La potenza di quest’opera è tutta nella sua apparente semplicità. Siamo davanti al ritratto, insieme semplice e toccante, di un cardellino incatenato alla sua mangiatoia, davanti ad una parete imbiancata su cui proietta la propria ombra. L’uccellino, che ci guarda dall’alto del suo trespolo, ha una macchia di piume rosse dove spiccano i vividi occhi scuri e il becco tozzo. Le pennellate si distinguono chiaramente tra di loro e, in alcuni punti, si fanno più corpose: lo si nota soprattutto nella piuma gialla che illumina l’ala nera con un intenso accento cromatico.

Per ottenere questo effetto, Carel Fabritius utilizzò una tecnica appresa dal suo maestro, Rembrandt. Dopo aver steso il colore giallo, vi strofinò sopra il manico del pennello. Accanto alle ampie pennellate, si nota la cura per alcuni dettagli, come la piccola catena. Con poche pennellate, Fabritius restituisce all’uccellino una presenza viva e immediata.

Nelle case olandesi del XVII secolo, i cardellini venivano spesso tenuti come animali domestici in quanto molto intelligenti e in grado di imparare piccole attività quali aprire la cassetta per il cibo o prelevare l’acqua da un piccolo contenitore calando un secchiello, delle dimensioni di un ditale, attaccato ad una catena. Da qui nasce il soprannome olandese, puttertje (attingitore d’acqua).

Il pannello ligneo, su cui è stato dipinto il cardellino, è spesso e sembra ricavato da una tavola più grande: un dettaglio che ha alimentato diverse ipotesi sulla funzione originaria dell’opera. Forse il dipinto era pensato come parte di una gabbia dove l’uccellino dipinto sostituiva quello reale, creando un effetto di trompe-l’oeil fondato sul dialogo tra elementi bidimensionali e tridimensionali. Un’altra ipotesi è quella che il pannello funzionasse come sportello di una nicchia a parete o di un piccolo armadio destinato a proteggere un altro dipinto. Armadietti di questo tipo erano abbastanza comuni all’epoca. Il dipinto riporta la firma dell’artista e l’anno 1654.

Il Cardellino di Carel Fabritius, piccolo uccello posato su una mangiatoia e legato da una sottile catena.
Carel Fabritius, Il Cardellino, 1654, olio su tavola, 33,5 × 22,8 cm, Mauritshuis, L’Aia.

Nello stesso anno, il 12 ottobre, l’esplosione di una polveriera devastò un’ampia parte della città di Delft causando la morte di oltre cento persone e migliaia di feriti. Lo studio di Carel Fabritius, che si trovava a poca distanza dalla polveriera, venne completamente distrutto e, per le ferite riportate nell’esplosione, anche il pittore trovò la morte a soli trentadue anni. Fabritius fu l’apprendista più talentuoso di Rembrandt, con cui lavorò ad Amsterdam dal 1641 al 1643. Agli inizi degli anni ’50 del Seicento si trasferì a Delft e fece parte dei pittori olandesi di quella che oggi viene definita Scuola di Delft. Nel 1652, entrò ufficialmente a far parte della Gilda di San Luca, la corporazione dei pittori della città. Arnold Houbraken (1660-1719) lo descrisse così:

Carel Fabricius, pittore eccellente e straordinario, era così rapido e sicuro nella prospettiva, nella colorazione naturalistica e nella stesura del colore che (a giudizio di molti intenditori) nessuno lo ha ancora eguagliato

Possiamo considerare Carel Fabritius il maestro la cui opera segna il passaggio dall’impressionismo appassionato di Rembrandt alla serena compostezza di Vermeer. A differenza di Rembrandt, le cui figure emergono tipicamente da uno sfondo scuro e sono modellate dall’azione della luce, Fabritius delineava le sue figure su sfondi chiari e si specializzava nel raffigurare la delicatezza degli effetti della luce diurna; in questo influenzò sia Pieter de Hooch che Johannes Vermeer.

A partire dal Medioevo, nell’iconografia cristiana, il cardellino venne identificato come uno dei simboli della passione di Cristo. La simbologia deriva da diversi fattori: il colore rosso scuro della livrea della sua mascherina facciale richiama il colore del sangue; il nome cardellino deriva dal latino carduelis, definito così perché ama cibarsi di semi di cardi e la corona di spine indossata da Gesù durante la passione è appunto fatta di rami di cardi; infine una leggenda medievale narra che, durante la salita del Calvario, un cardellino si sarebbe posato sulla testa di Gesù per estrargli le spine della corona che gli cingeva il capo macchiandosi le piume del capo con il sangue di Cristo.

Il cardellino è un simbolo ricorre spesso nei dipinti che ritraggono Gesù bambino e prelude alla sua vita futura e al sangue che egli verserà sulla croce. Il cardellino, ritratto in quest’opera, ha una simbologia che si distingue da quella tipica dell’arte devozionale. Nel corso del ‘500 il cardellino perde il significato di allusione alla passione quando viene rappresentato come un animale domestico.  Alcuni studiosi ritengono che le immagini di un uccello addomesticato o addestrato e legato siano una “metafora pedagogica” (Franits, Pittura di genere olandese del XVII secolo, 233-34, 298n66).

L’uccellino sul pannello di Fabritius è stato paragonato alle immagini emblematiche del cardellino, che celebrano l’ingegnosità e l’abilità dell’uccello nell’imparare a tirare una corda per accedere all’acqua o al cibo (Emblemata di Joannes Sambucus, Anversa, Christ. Plantyn, 1566). È interessante l’interpretazione di Rosa Giorgi, direttrice del Museo dei Cappuccini di Milano, che legge nel cardellino incatenato un possibile riferimento alla perdita di libertà dei Paesi Bassi sotto il controllo spagnolo.

Della tavola si persero le tracce fino al 1859, quando Théophile Thoré-Bürger la identificò nella collezione di Joseph-Guillaume-Jean Camberlyn a Bruxelles. La Mauritshuis acquistò Il cardellino nel 1896 durante un’asta all’Hôtel Drouot.

La Royal Picture Gallery Mauritshuis dell’Aia si definisce “un piccolo museo di portata globale”.  Ospita, infatti, un’eccezionale collezione di dipinti olandesi e fiamminghi del XVII secolo. Nonostante le sue  piccole dimensioni, il museo si colloca tra i primi quattro al mondo per i dipinti olandesi dell’età dell’oro.

 Se vi interessano i romanzi che nascono dal dialogo con le opere d’arte, vale la pena leggere Il cardellino di Donna Tartt. Nel romanzo, il protagonista, Theo Decker, porta via il dipinto dal Metropolitan Museum of Art di New York dopo un’esplosione, e l’opera diventa il centro simbolico della sua storia.


Fonti:

“P. van der Ploeg, Q. Buvelot, Royal Picture Gallery Mauritshuis: A princely Collection, Mauritshuis, L’Aia 2005”

“AA.VV. Mauritshuis. Royal Picture Gallery. Highlights of the Collection, a cura di E. Runia Editor, Mauritshuis, L’Aia 2017”

“W. Franits, Dutch Seventeenth-Century Genre Painting: Its Stylistic and Thematic Evolution, Yale University Press, New Haven-Londra 2004”

“A. Houbraken, De groote schouburgh der Nederlantsche konstschilders en schilderessen, vol.III, (trad. Il grande teatro dei pittori e delle pittrici olandesi) pubblicato tra il 1718 e il 1721. BM Israël Amsterdam, 1976 (3 volumi, ristampa fotografica)”

“W. Martin, La pittura olandese nel XVII secolo: Rembrandt e la sua epoca, J.M. Meulenhoff, Amsterdam 1936”

“J. Hall, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Longanesi, Milano 1993”


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