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ERTE’: ELEGANZA SENZA INNOCENZA

Locandina ufficiale della mostra Erté. Lo stile è tutto con Salomé su fondo nero
Al Labirinto della Masone, Erté rivela il lato più intelligente e ambiguo dell’Art Déco.

Di Petrone Giuliana

Erté è uno di quegli artisti che, appena li nomini, rischiano subito di finire nel reparto sbagliato. Quello del bello, del raffinato, del decorativo, del “che meraviglia queste linee”. Tutto vero, certo. Ma anche un po’ riduttivo. Perché dietro quel nome così levigato c’è Roman Petrovič Tyrtov, nato a San Pietroburgo nel 1892, trasferitosi a Parigi nel 1912, passato per Paul Poiret e poi divenuto uno dei grandi registi visivi dell’Art Déco. “Erté”, del resto, è già un piccolo colpo di stile: non un nome d’arte qualsiasi, ma la pronuncia francese delle sue iniziali, R.T. Uno che perfino il nome se lo sistema come si deve, difficilmente passerà il resto della vita a fare cose timide.

Erté – Romain de Tirtoff (1892–1990), Salomé, 1926, tempera su cartone, Collezione Franco Maria Ricci, Labirinto della Masone, Fontanellato (PR).

È questo che rende interessante “Erté. Lo stile è tutto”, la mostra al Labirinto della Masone di Fontanellato, aperta dal 28 marzo al 13 settembre 2026 e curata da Valerio Terraroli. Il titolo può far pensare all’ennesima celebrazione dell’eleganza ben educata, tutta piume, grazia e sospiri. Invece la faccenda è più interessante. Perché Erté non usa lo stile per addolcire il mondo: lo usa per rimetterlo in riga. Le sue figure non entrano in scena. La occupano. Le sue linee non accompagnano l’occhio. Lo disciplinano. E la mostra, per fortuna, cerca proprio di far capire questo.

Il punto è che Erté non è soltanto un illustratore elegante, formula che di solito significa “mi piace, ma non ho intenzione di pensarci troppo”. È uno che aveva capito prima di tanti altri una cosa decisiva: il Novecento non avrebbe prodotto solo opere, ma immagini capaci di comandare l’immaginario. Moda, editoria, teatro, costume, spettacolo: in lui tutto comunica con tutto. Non a caso, tra il 1915 e il 1937, realizzò oltre 200 copertine per Harper’s Bazaar. Non è un dettaglio di carriera: è il segno di un artista che aveva già capito che la modernità si sarebbe giocata anche sulla superficie, ma su una superficie costruita con precisione chirurgica.

La mostra mette insieme oltre 150 opere, tra disegni, bozzetti, pochoir, litografie, documenti e materiali cinematografici, con particolare attenzione agli anni Dieci, Venti e Trenta, cioè al periodo in cui la sua lingua visiva diventa davvero irresistibile. Ci sono anche 28 opere della collezione Franco Maria Ricci e alcuni bozzetti provenienti dal Victoria and Albert Museum di Londra. Tradotto: non è una mostra messa in piedi solo per sventolare un nome che suona bene in locandina. È un tentativo serio di rimettere in circolo Erté come autore complesso, non come carta da parati di lusso per nostalgici del Déco.

Veduta dell’allestimento di Erté. Lo stile è tutto, con gli abiti in carta di Caterina Crepax in dialogo con i bozzetti di Erté. Courtesy Labirinto della Masone.

E meno male, perché fermarsi al “quanto è bello” con Erté significa perdersi il pezzo migliore. Sì, è bello. Ma in modo sospetto. Le sue donne sono troppo impeccabili per essere innocenti. I suoi costumi troppo intelligenti per essere solo decorativi. I suoi profili troppo freddi per essere soltanto graziosi. Basta guardare lavori come “Salomé” del 1926, scelta come immagine guida della mostra, oppure i bozzetti teatrali come “Set Design, Conte Hindou, Folies Bergère” del 1922, o ancora “Le Génie Lumineux de la Lampe d’Aladin” del 1917. Più che immagini, sembrano istruzioni per l’uso del fascino.

Veduta dell’allestimento della mostra Erté. Lo stile è tutto, curata da Valerio Terraroli, con allestimento di Maddalena Casalis. Courtesy Labirinto della Masone

La cosa più divertente è che, mentre molti artisti del primo Novecento oggi appaiono un po’ imbalsamati nella loro importanza, Erté conserva ancora un certo grado di insolenza. Perché parla di cose che ci riguardano moltissimo: identità come costruzione, femminilità come apparizione progettata, moda come linguaggio totale, immagine come forma di autorità. A prima vista sembra un artista del lusso e dell’eccesso. A guardarlo meglio, sembra uno che avesse già capito come avremmo finito per vivere: tutti dentro una gigantesca macchina di pose, stile, autorappresentazione e desideri impaginati con cura.

Poi c’è il luogo. E qui, onestamente, il gioco si fa quasi troppo perfetto. Il Labirinto della Masone, ideato da Franco Maria Ricci e inaugurato nel 2015, non è uno spazio che ospita mostre in modo neutro, educato, invisibile. Ha un carattere fortissimo, un evidente culto della forma e quella sicurezza un po’ alterissima dei posti che non hanno nessuna intenzione di rendersi simpatici a tutti. Il sito ufficiale lo presenta come il più grande labirinto di bambù del mondo, ma più che la dimensione conta l’atmosfera: è un luogo in cui la bellezza non viene trattata come un optional, ma come un principio organizzativo. Per Erté, praticamente casa.

L’ingresso del Labirinto della Masone a Fontanellato con la locandina della mostra Erté. Lo stile è tutto. Courtesy Labirinto della Masone.

In fondo è questo il cortocircuito riuscito della mostra: da una parte Erté, che ha trasformato il segno elegante in una macchina perfetta di fascinazione; dall’altra Franco Maria Ricci, che del gusto ha fatto una religione privata, editoriale e architettonica. Sembra quasi un incontro tra parenti molto sofisticati che si riconoscono al primo sguardo. E forse è proprio questo che salva il progetto dal rischio di essere solo una bella mostra ben pettinata. Qui la forma non è il contorno del discorso. È il discorso.

Naturalmente Erté non va assolto con entusiasmo automatico. C’è l’esotismo, c’è il lusso portato fino all’astrazione, c’è una femminilità così costruita da sembrare quasi una teoria, c’è quel gusto per l’artificio che oggi non si può guardare ingenuamente. Ma è proprio questo a renderlo vivo. Gli artisti davvero noiosi sono quelli che si lasciano consumare in una sola lettura. Erté no. Ti seduce e nello stesso momento ti fa venire voglia di diffidare. E direi che, per uno che ha dedicato la vita a rendere il mondo più elegante ma anche più spietatamente visibile, è un ottimo risultato.

Alla fine, “Lo stile è tutto” dice qualcosa di più serio di quanto sembri. Non che Erté fosse bravo, raffinato o impeccabile: quello si vede in cinque minuti. Dice che certi artisti non si limitano a produrre immagini; producono modi di guardare, di desiderare, perfino di stare al mondo. E lì Erté resta formidabile. Non perché renda tutto più bello, ma perché rende chiarissimo che la bellezza, quando sa quello che fa, non è mai innocente.

Di Petrone Giuliana

Fonti

Labirinto della Masone, Erté. Lo stile è tutto — pagina ufficiale della mostra, a cura di Valerio Terraroli, in programma a Fontanellato dal 28 marzo al 13 settembre 2026.

Labirinto della Masone, Il luogo — storia e presentazione del complesso ideato da Franco Maria Ricci.

Patrimonio culturale dell’Emilia-Romagna, Erté. Lo stile è tutto, 2 aprile 2026 — presentazione del percorso espositivo e delle opere riunite in mostra.

ANSA, Le mostre del weekend, da Banksy a Bernardo Bertolucci, 25 marzo 2026 — sezione dedicata alla mostra di Erté al Labirinto della Masone.

Harper’s Bazaar, The Erté Years: 1915–36, 1º marzo 2007 — approfondimento sulla collaborazione di Erté con la rivista e sulla sua attività di illustratore.

Victoria and Albert Museum, The Queer Allure of Art Deco, 20 ottobre 2017 — approfondimento sull’Art Déco e sui bozzetti teatrali di Erté conservati nelle collezioni del museo.

Roland Barthes, Erté, Franco Maria Ricci, Parma, 1970

Foto: Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono riprodotte su concessione del Labirinto della Masone, esclusivamente per finalità editoriali. Ove non diversamente indicato: courtesy Labirinto della Masone. Tutti i diritti riservati.

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