WEBINARTE

BIENNALE DI VENEZIA:L’ARTE CONTEMPORANEA SOTTO SEDATIVO

Biennale di Venezia - Ingresso della Biennale Arte di Venezia 2026 In Minor Keys ai Giardini.

Di Petrone Giuliana

Perchè la Biennale di Venezia lascia così poco

La Biennale di Venezia non mi ha respinta subito. Ha fatto qualcosa di peggiore: mi ha sedata con grande professionalità, sala dopo sala, senza mai perdere il controllo del dosaggio. All’inizio continui a sentirti perfettamente lucida. Cammini, osservi, riconosci i materiali, afferri i riferimenti, apprezzi la qualità dell’allestimento. Poi, a un certo punto, ti accorgi che qualcosa si è spento. Non sai quando sia successo, perché l’anestesia ben fatta ha proprio questo vantaggio: evita il trauma del passaggio. Quando esci, però, provi a ricostruire ciò che hai visto e la memoria restituisce frammenti molto educati, qualche tessuto, una ceramica, un archivio, una luce bassa, una genealogia, forse una pianta. Rimane il dubbio più spiacevole: ho dimenticato le opere oppure non c’era abbastanza da ricordare?

È da qui che bisogna cominciare, perché la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, In Minor Keys, ideata da Koyo Kouoh e realizzata dopo la sua scomparsa dal gruppo curatoriale che ne ha raccolto l’eredità, nasce sotto il segno dell’ascolto, della lentezza, della possibilità di abbassare il volume in un presente che sembra aver rotto definitivamente la manopola per farlo. Il progetto invita a sostare nelle frequenze minori, nelle storie sommerse, nelle forme di resistenza che non hanno bisogno di gridare per esistere. È un’intenzione nobile, persino necessaria. Il problema comincia quando l’intenzione diventa un certificato preventivo di qualità, come se una mostra costruita attorno alla cura, alla memoria, alla marginalità e alla riparazione fosse automaticamente anche una buona mostra.

Eppure la sensazione fisica resta. In Minor Keys non punge, non sporca, non fa inciampare. Avanza con la compostezza impeccabile di una persona che ha frequentato tutti i corsi giusti, usa sempre le parole appropriate, sa quando ascoltare, conosce i propri privilegi e non rischia mai una battuta fuori posto. La vorresti come collega, forse persino come vicina di casa. Come mostra, dopo un po’, diventa insopportabile.

Il punto non è la delicatezza. La delicatezza può essere feroce e lasciare segni più profondi di un pugno. Qui accade qualcosa di diverso: viene trattata come una temperatura da mantenere costante. Nulla gela, nulla brucia, nulla obbliga ad aprire una finestra. La ricerca della misura elimina l’imprevisto, e una mostra senza imprevisto somiglia a una conversazione in cui tutti hanno già concordato le conclusioni.

Biennale di Venezia
I grandi teli color indaco progettati da Wolff Architects scandiscono il percorso della mostra internazionale In Minor Keys.

Più passavano le sale, più avevo l’impressione di trovarmi davanti a un’esposizione incapace di commettere un errore. L’arte vive anche di sproporzioni, cadute, cattivo gusto, ingenuità, ambizioni eccessive, gesti che falliscono in modo memorabile. In Minor Keys pare aver eliminato ogni possibilità di incidente prima dell’apertura. Ogni lavoro arriva già controllato, contestualizzato, moralmente presentabile, inserito nella corretta genealogia. Prima ancora che l’opera possa sbagliare, il testo curatoriale le ha già preparato un alibi.

Questa ricerca della perfezione non fa rumore. È il suo tratto più inquietante. Non si impone attraverso la spettacolarità, ma attraverso una continua levigatura. Smussa le contraddizioni, addolcisce le asperità, trasforma il conflitto in un ambiente percorribile. Anche il trauma, quando entra in Biennale, sembra sottoposto a un trattamento estetico che lo rende finalmente adatto alla vista. La ferita diventa texture, il lutto atmosfera, il dissenso una soluzione espositiva. La rabbia, quando compare, ha già passato il controllo qualità e si presenta con la corretta illuminazione.

A un certo punto ho pensato a Instagram, non alla piattaforma allegra e un po’ volgare delle origini, ma al feed contemporaneo della buona coscienza, dove tutto deve apparire perfetto senza sembrare costruito, spontaneo dopo quaranta tentativi, autentico con la luce giusta. Anche lì si coltiva una precisione che finge naturalezza. La Biennale funziona spesso nello stesso modo: propone un’immagine dell’arte globale consapevole, inclusiva, decoloniale, ecologica, vulnerabile e resistente, sapendo in anticipo che il suo pubblico riconoscerà quel lessico e metterà il suo like.

Camminando incontri troppe immagini perfette e la perfezione ripetuta ha un effetto curioso: rende invisibile ciò che dovrebbe attirare l’attenzione. Dopo un po’ si omologa tutto e non ricordi più nulla. Tessuti, archivi, memorie diasporiche, pratiche comunitarie, ceramiche, piante, rituali, materiali organici, mappe affettive: ogni elemento possiede una sua legittimità, spesso anche una sua bellezza, ma la loro ricorrenza costruisce una grammatica così riconoscibile che smetti di guardare e cominci a prevedere.

È questa, più della noia, l’accusa che mi sembra decisiva. Una mostra può essere lenta e non annoiare affatto. Può chiedere tempo, pazienza, disponibilità. La prevedibilità è più grave, perché anticipa l’esperienza e la svuota. Dopo alcune sale non sai quale opera incontrerai, ma sai già in quale posizione morale ti chiederà di collocarti, quali parole userà per spiegarsi, quale rapporto instaurerà con la storia. Non stai più scoprendo un lavoro, stai verificando che rispetti la formula.

L’istituzione assorbe il conflitto con una voracità impressionante. Colonialismo, guerra, migrazione, violenza, ecologia, identità e memoria entrano come materiali incandescenti e vengono restituiti sotto forma di esperienza culturale ben temperata. Non scompaiono, vengono resi visitabili. Il pubblico può attraversarli, comprenderli, fotografarli e poi passare alla sala seguente. È una capacità straordinaria, ma anche una forma di neutralizzazione. Quando tutto può diventare contenuto, nulla riesce più a interrompere davvero il contenitore.

Fuori, nel frattempo, il mondo non collabora affatto con questa compostezza. Viviamo guerre, crisi climatiche, algoritmi che modellano il nostro sguardo e una polarizzazione che riduce ogni pensiero a una tifoseria. La politica invade musei, università e cultura. Perfino il silenzio è diventato una presa di posizione.

In questo contesto, una mostra tanto perfettamente regolata non appare soltanto tranquilla. Appare poco plausibile. La distanza tra il caos esterno e la compostezza interna non genera una tensione produttiva, ma una sensazione di irrealtà. Fuori la Biennale 2026 è stata investita da dimissioni, proteste, contestazioni sui padiglioni di Israele e Russia, discussioni sulla legittimità dei premi, artisti che hanno ritirato la propria partecipazione al sistema di riconoscimenti. La giuria internazionale si è dimessa, i Leoni sono stati trasformati in premi affidati al voto dei visitatori, la geopolitica ha occupato i cancelli e le conversazioni. Dentro, però, la mostra continua a parlare di ascolto, riposo, cura, soglie, oasi. Non è scandaloso. È semplicemente difficile credere che tanta armonia formale possa contenere senza deformarlo un presente così scomposto.

Proprio questa frattura avrebbe potuto produrre la parte più feroce di In Minor Keys: l’impossibilità di costruire un luogo pacificato mentre tutto, intorno, lo smentisce. Avrebbe potuto mostrare la cura come pratica insufficiente, l’ascolto come privilegio, il riposo come diritto negato a molti e lusso culturale per altri. Avrebbe potuto interrogare la propria stessa eleganza. Invece la mostra sembra credere nella possibilità che il trauma, una volta disposto con attenzione, diventi più comprensibile e forse più sopportabile. È un’idea rassicurante. Anche troppo.

La perfezione interna finisce così per sembrare una forma di rimozione. Instagram insegna che si può raccontare una giornata difficile scegliendo comunque la fotografia migliore. La Biennale fa qualcosa di simile con il presente: ne riconosce tutte le fratture, ma le dispone in una sequenza visivamente coerente. Non nega il dolore, lo impagina. Non cancella il conflitto, lo rende compatibile con il percorso di visita. Il risultato è un mondo ferito che, per qualche ragione, continua ad avere un’eccellente direzione artistica.

Biennale di Venezia
Una delle installazioni presenti nel percorso della mostra internazionale della Biennale Arte 2026 all’Arsenale.

A rendere tutto più ambiguo interviene la questione morale. Molte opere non sembrano interessate a produrre un dubbio, quanto a orientare il visitatore verso una lettura già considerata corretta. Non ti sorprendono con una verità, vorrebbero rassicurarti che la verità è già lì e che tu, riconoscendola, appartieni alla parte giusta. Ma quale sarebbe, esattamente, questa parte giusta? E chi ha deciso che il compito dell’arte fosse indicarla con discrezione, come un addetto di sala che ti accompagna verso l’uscita?

La libertà consiste nel poter costruire il proprio giudizio, cambiarlo, perfino contraddirsi. L’arte dovrebbe complicare la mappa, non colorare in anticipo le zone sicure. Quando un’opera arriva già accompagnata dalla propria interpretazione corretta, allo spettatore resta soltanto il compito di riconoscerla.

L’istituzionalizzazione della verità è forse il problema più profondo di questo modello espositivo. Una Biennale ha bisogno di scegliere, e ogni scelta costruisce inevitabilmente una visione del mondo. Nessuna mostra è neutrale. Ma una cosa è assumere una posizione, un’altra è presentarla come l’esito naturale e indiscutibile della sensibilità contemporanea. La prima apre un conflitto, la seconda produce conformità. In Minor Keys non pretende esplicitamente di possedere la verità, sarebbe troppo grossolano. Fa qualcosa di più sofisticato: crea un ambiente nel quale alcune verità sembrano già moralmente arredate, mentre il dubbio rischia di apparire una forma di insensibilità.

La delicatezza si trasforma in disciplina. Ti viene chiesto di ascoltare, rallentare, sostare, rispettare. Sono verbi gentili, ma accumulati producono un piccolo codice di comportamento. Perfino la reazione del pubblico sembra prevista. La mostra non vuole scandalizzarti, sedurti, farti ridere nel momento sbagliato o costringerti a una repulsione che non sai giustificare. Preferisce educare la tua attenzione. Alla fine non ti senti attraversata da un’opera, ti senti una visitatrice migliore. Culturalmente sensibile davanti a temi culturalmente sensibili.

Non voglio uscire dalla Biennale annoiata o riposata. Vorrei che almeno un’opera incrinasse la mia sicurezza, mi costringesse a difendere un pensiero che non avevo mai formulato. Vorrei persino qualcosa di sbagliato, purché abbastanza vivo da assumersi la responsabilità del proprio errore.

La Biennale, invece, sembra avere paura della sorpresa. Forse perché lo stupore viene ormai guardato con sospetto, associato allo spettacolo, al mercato, all’effetto facile. È un timore comprensibile, ma eliminando la sorpresa si elimina anche una delle forme attraverso cui l’arte modifica il nostro rapporto con il reale. Sorprendere non significa intrattenere. Significa spezzare il meccanismo con cui riconosciamo il mondo. Una mostra che rinuncia a farlo può essere colta, accurata, persino commovente in alcuni passaggi, ma smette di essere necessaria.

Una delle installazioni presenti nel percorso della mostra internazionale della Biennale Arte 2026 all’Arsenale.

La Biennale ama presentarsi come luogo di pluralità, ma la pluralità non coincide con il numero delle provenienze. Cento geografie possono parlare con una sola sintassi. La vera differenza non consiste nell’aggiungere nuove storie a un dispositivo immutato, bensì nel permettere a quelle storie di deformare il dispositivo, renderlo meno elegante, meno riconoscibile, persino meno efficiente. In Minor Keys amplia il repertorio delle voci e dei riferimenti, ma raramente consente loro di compromettere davvero il formato che le accoglie. È forse questo il limite più sottile: il mondo entra nella Biennale, mentre la Biennale esce quasi sempre intatta dall’incontro con il mondo.

Ci tornerò alla prossima edizione? No. Non per una ripicca, e nemmeno perché questa visita sia stata priva di opere degne di attenzione. Non ci tornerò perché la sensazione più persistente, uscendo, è stata quella di avere già visto anche la Biennale successiva. Posso immaginare il nuovo titolo, il nuovo lessico, le nuove urgenze. Posso quasi anticipare i materiali, i comunicati, la promessa di ascoltare ciò che fino a quel momento non era stato ascoltato. Forse mi sbaglio, e sarebbe bellissimo essere smentita. Ma per ora l’anestesia ha fatto effetto: mi sono svegliata senza ricordi e con la strana certezza di conoscere già il prossimo sogno.

Vista una Biennale, viste tutte.

Di Petrone Giuliana

Fonti: La Biennale di Venezia, sito ufficiale della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte In Minor Keys; Koyo Kouoh e Koyo’s Team, testo curatoriale della mostra; Jenny Wu, “The 2026 Venice Biennale Is Quintessential Biennial Art”, ArtReview, 8 maggio 2026; Adrian Searle, “What does a woman swimming in urine tell us about the state of the world? Lots!”, The Guardian, 8 maggio 2026; The Art Newspaper e La Biennale di Venezia per le notizie relative alle proteste, alle dimissioni della giuria internazionale e alla modifica del sistema dei premi.

Il giudizio è totalmente mio. Le fonti servono solo a sostenere le informazioni verificabili.

Foto: Giuliana Petrone

Leggi anche il nostro ultimo articolo “Mostra Renoir al Musèe d’Orsay: quello che resta nell’aria