Erté al Labirinto della Masone: Art Déco, collezionismo e meraviglia in un viaggio che resta oltre la mostra.
Di Brenda S. Antozzi per WebinARTE
Sabato 12 settembre, ho un appuntamento importante. Con Franco Maria Ricci, Erté e un labirinto.
Il problema è che, prima ancora di arrivare al labirinto, mi sono persa nelle campagne di Parma.
E, a pensarci bene, il posto aveva già cominciato a mandarmi dei segnali.
Nomen omen, si dice: un nome, un destino.
E il destino quel giorno sembrava abbastanza chiaro.
Per fortuna la giornata è splendida. Una di quelle giornate settembrine nelle quali il sole è ancora caldo, ma l’aria comincia finalmente a ricordarti che l’estate non è eterna. E dopo questa del 2026, direi che possiamo anche lasciarla andare senza troppi rimpianti.
Ho anche un motivo in più per cercare di arrivare puntuale: questa volta non sarei stata sola, ma partecipo ad un #vicimando di WebinARTE, quindi visita in gruppo e guida al seguito.
La guida si chiama Francesca e, devo dire, avere qualcuno che sappia dove andare in un luogo chiamato Labirinto è una bella comodità.
Perché io, a dire il vero, avevo già dato il meglio di me con la macchina.
Il Labirinto della Masone, voluto da Franco Maria Ricci, è il posto che già dall’esterno ti fa comprendere che non sei capitata nel solito museo.
Siamo a Fontanellato, nella campagna parmense, e questo aiuta a ridimensionare certe aspettative metropolitane.
Ricci, editore, collezionista, bibliofilo e raffinato cultore del bello, ha immaginato non semplicemente un museo, ma un luogo nel quale arte, architettura, natura e piacere della scoperta potessero stare insieme.
Il complesso, progettato da Pier Carlo Bontempi insieme allo stesso Ricci, ha qualcosa di volutamente teatrale: mattoni, geometrie, grandi spazi e, naturalmente, il famoso labirinto di bambù.
Ma prima di arrivare al verde, c’è un altro viaggio da fare: quello dentro il mondo di Ricci.
E qui si capisce abbastanza rapidamente che definirlo semplicemente “collezionista” è quasi riduttivo.
Il suo collezionismo è eclettico, curioso, vorace, passionale.
Non mi sembra abbia avuto la necessità di costruire una raccolta tutta ordinata secondo una precisa scuola o un preciso periodo storico.
Al contrario.
Ricci raccoglie ciò che gli interessa e, soprattutto, mette in relazione mondi apparentemente lontani: arte, editoria, grafica, letteratura, design, storia.
E così ti trovi davanti a tre copie identiche di una stessa opera del Parmigianino, alla Beatrice di Canova, alla Maddalena di Hayez, a tre opere di Ligabue, a una scultura di Wildt. E mi fermo qui solo per non farne un elenco che sminuirebbe la mostra permanente.


E poi, con grande ironia, Napoleone. Con, di fronte, il duca di Wellington.
E in mezzo a tutto questo c’è anche qualcosa che non ti aspetteresti di trovare in una collezione d’arte: la Jaguar nera di Franco Maria Ricci.

Perché evidentemente, quando sei FMR, anche la macchina deve avere una certa direzione artistica.
Tra le cose che mi hanno incuriosita di più c’è il Codex Seraphinianus, il libro di Luigi Serafini.

È difficile da spiegare a chi non lo conosce. Anzi, è proprio questo il suo bello.
Il Codex sembra un’enciclopedia arrivata da un mondo parallelo: immagini minuziosissime, creature, oggetti, piante, macchine e una scrittura che sembra comprensibile ma che, in realtà, non possiamo leggere.
È il genere di oggetto davanti al quale smetti di chiederti “che cosa significa?” e cominci semplicemente a guardare.
E ho capito che era proprio questo che Ricci cercava nelle cose che collezionava: non una risposta, ma la capacità di continuare a incuriosire.
Dopo la collezione permanente, passo alla mostra dedicata a Erté, Lo stile è tutto, curata da Valerio Terraroli, che riunisce oltre 150 opere, una novantina delle quali provenienti dal Regno Unito.
La mostra oggi è conclusa, ma secondo me vale la pena parlarne comunque, perché Erté è fra gli artisti che, una volta conosciuti, difficilmente si dimenticano.


Erté, pseudonimo di Romain de Tirtoff, è uno dei grandi nomi dell’Art Déco: illustratore, scenografo, costumista e artista capace di muoversi tra moda, teatro, grafica e spettacolo.
Il suo lavoro si trova proprio in quella zona di confine nella quale l’arte incontra la cultura visiva contemporanea.
E sono entrata in un universo elegantissimo, geometrico, teatrale.
Le sue donne sono allungate, quasi irreali.
Gli abiti diventano linee. Le linee diventano corpi. I corpi diventano decorazione.
E tutto sembra muoversi con una lentezza sottilissima.
Una cosa che, personalmente, apprezzo molto.
Perché nel mondo di Erté nessuna donna sembra avere fretta. Nessuna corre per prendere il treno. Nessuna sta cercando le chiavi nella borsa. Nessuna ha appena scoperto che il parcheggio scade tra dieci minuti.
Sono tutte perfettamente eleganti.

Una delle sorprese più belle della mostra sono i tre abiti realizzati in carta da Carolina Crepax, figlia di Guido Crepax.




Non sono semplicemente costumi ispirati a Erté: Carolina Crepax li ha realizzati a partire dai bozzetti di Erté, trasformando quei disegni in veri e propri abiti tridimensionali di carta.
E qui la cosa diventa particolarmente interessante.
Perché sulla carta sembrerebbe quasi un gioco. In realtà il risultato è raffinatissimo.
Tre abiti fragilissimi solo in apparenza, costruiti con una precisione incredibile, che fanno capire quanto possa esserci di “architettura” anche dentro un costume.
E, diciamolo, c’è qualcosa di irresistibile nell’idea di prendere i disegni di Erté e trasformarli in vestiti, seppur di carta. È come se l’Art Déco fosse uscita dalla pagina per fare quattro passi nel museo.
E il labirinto? Naturalmente, prima o poi, arriva lui.
Ma non sono entrata. Ho preferito perdermi fra le opere d’arte e mi è sembrata una scelta più prudente.
E ho comunque sabato ho centrato i miei due obiettivi.
Ho guardato. E mi sono persa.
Eh va beh. In macchina.
Foto di Brenda S. Antozzi
