Donna che legge (Woman Reading): intimità, silenzio e geometria domestica nell’opera di Will Barnet.
Di Petrone Giuliana
Una donna è sdraiata a letto e legge tenendo un enorme libro blu sopra la testa. Sul petto ha un gatto bianco, sistemato con quella sicurezza tipicamente felina di chi considera la proprietà privata un concetto piuttosto elastico. Intorno c’è pochissimo: il rosso della coperta, il bianco delle lenzuola, un fondo scuro. Nessun dettaglio superfluo, nessun soprammobile. Will Barnet, evidentemente, non aveva alcuna intenzione di arredare.
Realizza Woman Reading nel 1970 e non sente neppure il bisogno di inventare una storia. La storia, semmai, è quella contenuta nel libro e noi non sapremo mai quale sia. Ci rimane il privilegio leggermente indiscreto di osservare qualcuno che è fisicamente davanti a noi ma, con la testa, ha già lasciato la stanza.
Barnet aveva allora cinquantanove anni e una carriera abbastanza lunga da aver attraversato più di una stagione artistica. Nato nel Massachusetts nel 1911 e trasferitosi a New York, aveva sperimentato figurazione e astrazione prima di tornare, negli anni Sessanta, alla figura umana. Dall’astrazione conservò la geometria, il gusto per le superfici piatte e una certa allergia per tutto ciò che non fosse necessario.
Basta infatti dimenticare per qualche secondo che stiamo guardando un letto. Woman Reading diventa una costruzione di forme: il rettangolo blu del libro, la massa rossa della coperta, il bianco irregolare della biancheria e le diagonali chiarissime delle braccia. La profondità è quasi abolita e il corpo interessa a Barnet almeno quanto il disegno che produce nello spazio.
Nel suo stile confluiscono riferimenti diversi, dalle stampe giapponesi alla severità compositiva dell’arte antica e del primo Rinascimento. Sembrerebbe difficile immaginare dove possano incontrarsi una xilografia giapponese, Piero della Francesca e una signora americana che legge a letto con il gatto addosso. Barnet riesce a farli convivere senza che nessuno sembri particolarmente a disagio.
Viene in mente anche Mary Cassatt, che quasi un secolo prima aveva capito quanto la vita privata delle donne potesse bastare a se stessa come soggetto artistico: letture, bagni, conversazioni, madri con bambini. Anche Cassatt aveva guardato alle stampe giapponesi, imparando da quelle immagini a comprimere la prospettiva e a costruire attraverso superfici, linee e tagli inconsueti.

C’è poi un precedente ben più ingombrante. Di donne sdraiate, la storia dell’arte occidentale è praticamente sovraffollata; molto spesso, però, sono sdraiate affinché qualcuno le guardi. Da Tiziano a Goya fino a Manet, il corpo femminile disteso è stato uno dei grandi territori dello sguardo.
La donna di Barnet, invece, ha da fare.
Non posa, non ci guarda e non sembra minimamente interessata alla nostra presenza. Si è piazzata davanti alla faccia un libro di dimensioni tali da scoraggiare qualunque tentativo di conversazione. È una donna rappresentata in un momento di assoluta autosufficienza, impegnata in qualcosa che non richiede spettatori.
Quel libro, oltretutto, è enorme. Domina la parte superiore dell’opera e, sospeso sopra il volto, sembra quasi costruire una stanza dentro la stanza. Barnet non ci ha lasciato un prontuario dei simboli, quindi attribuirgli un significato preciso sarebbe più fantasia nostra che sua. La soluzione visiva, però, è eloquente: il corpo è rimasto sul letto mentre l’attenzione della donna si trova da tutt’altra parte.
Poche immagini descrivono altrettanto bene cosa significhi leggere: essere completamente immobili e contemporaneamente irreperibili.
Il gatto rappresenta l’esatto contrario. Lui è presente in maniera quasi offensiva. I gatti ricorrono spesso nell’opera di Barnet e condividono con le sue figure umane una particolare intimità silenziosa; questo sembra soprattutto soddisfatto di aver individuato una superficie calda, averla requisita e non avere la minima intenzione di restituirla alla legittima proprietaria.
Anche il colore tiene insieme queste due dimensioni. Il rosso, caldo e fisico, occupa gran parte della zona inferiore; il blu, freddo e compatto, domina quella superiore.
Ridurre tutto a “rosso uguale corpo, blu uguale mente” sarebbe fin troppo semplice: a quel punto basterebbe una legenda in un angolo e avremmo risolto. Ma la tensione fra la fisicità del letto e lo spazio mentale suggerito dal libro rimane evidente.
Barnet riesce così a dare a un gesto ordinario una monumentalità quasi rituale senza renderlo pomposo. Non sappiamo cosa stia leggendo la donna, da quanto tempo sia lì o cosa farà dopo.
Non importa: rimane quella particolarissima forma di assenza che conosce chiunque abbia aperto un libro con l’intenzione di leggere qualche pagina e, un numero imprecisato di ore dopo, abbia scoperto che nel frattempo il mondo aveva continuato tranquillamente a esistere senza di lui.
Servono un posto comodo, un buon libro e la disponibilità a sparire per un po’.
Il gatto resta facoltativo.
Sempre che sia il gatto a pensarla allo stesso modo.
FONTI:
National Gallery of Art, Washington – Woman Reading: è la fonte primaria per l’opera. Conferma titolo, 1970, tecnica (serigrafia a colori), dimensioni e catalogo ragionato.
National Gallery of Art – Woman ReadingThe Metropolitan Museum of Art – Woman Reading: secondo riscontro museale indipendente. Conferma autore, data, tecnica e misure; il Met possiede un artist proof dell’opera.
The Met – Woman ReadingSmithsonian American Art Museum – Will Barnet: è la fonte migliore per la parte biografica e stilistica. Documenta gli studi a Boston, il trasferimento a New York, l’insegnamento, la sperimentazione astratta e il ritorno alla figura umana nei primi anni Sessanta. Lo Smithsonian sottolinea anche le superfici pittoriche piatte e il carattere meditativo delle sue donne e scene domestiche.
Smithsonian American Art Museum – Will BarnetNational Gallery of Art – Mary Cassatt: per il parallelismo con Cassatt e, soprattutto, per non lasciare senza fonte il riferimento alle stampe giapponesi. La NGA documenta l’impatto dell’esposizione di xilografie giapponesi vista da Cassatt a Parigi nel 1890 e l’influenza di Hiroshige, Hokusai e Utamaro sulle sue stampe a colori.
National Gallery of Art – Mary Cassatt, An American in Paris
L’Opera d’Arte del giorno
