Alessandro de’ Medici: Pontormo ritrae il primo duca di Firenze tra potere, fragilità e un destino tragico legato alla fine della Repubblica.
A cura di Gabriella D’Ippolito
Capelli ricci, naso affilato, occhi e carnagione scuri, viso allungato. Un ritratto stilizzato ed elegante, ma tutto l’insieme ci restituisce un gran senso di inquietudine.
Prima ancora di chiederci chi è, guardiamo l’espressione degli occhi: sono sfuggenti. La penombra sotto di essi e le sopracciglia non allineate agganciano lo spettatore tradendo la fragilità del protagonista. Sembrano chiedere se chi lo guarda conosce da dove viene e sa già quale sarà mai il suo destino.
Alessandro de’ Medici è stato il primo duca di Firenze. Dal 1530 al 1537 ha rappresentato il ritorno della famiglia nella loro città in un contesto difficile come le Guerre d’Italia, e il futuro della dinastia. Sa di venire dal nulla, e sa benissimo qual è il suo ruolo nei giochi di potere tra il papa suo zio (o forse suo padre, ndr) e l’imperatore suo suocero.
Probabilmente è per questo che nel suo ritratto non c’è traccia della sicurezza di un sovrano: c’è invece una lieve tensione, un senso immediatamente percepibile di vulnerabilità.
Il fondo è scuro e indefinito, stringe la figura in primo piano, mette in risalto il volto facendolo emergere dalla penombra, creando un’atmosfera di intimità e isolamento emotivo.
Pontormo lascia i colori brillanti delle sue più importanti committenze per dare spazio ai toni cupi, terrosi e bruni, dove le uniche sfumature sono quelle rosate del volto e del rosso scuro del colletto.
Ci consegna un ritratto in primo piano di Alessandro, considerato uno studio preliminare a cui attingere per la realizzazione di altre raffigurazioni del duca, magari di dimensioni maggiori, vista la predilezione di casa Medici per l’artista.
All’epoca Alessandro aveva poco più di venti anni, era già duca, promesso sposo della figlia naturale dell’imperatore.
Da come è raffigurato è difficile immaginare che dietro quegli occhi ci sia un tiranno e un irrefrenabile dongiovanni.
Eppure.
Possiamo iniziare a raccontare questa storia da una partita di pallone.
Siamo nel febbraio del 1530, le truppe imperiali assediano Firenze: Carlo V vuole far cadere la Repubblica senza ricorrere al saccheggio. La fierezza dei fiorentini, però, non si tira indietro neanche di fronte alla minaccia dell’imperatore, e mentre gli assedianti stringono la città nella morsa della fame, all’interno delle mura 54 nobili giocano una partita di calcio storico fiorentino in piazza Santa Croce. Tanto per far capire quanto la pupilla del Rinascimento non temesse i giochi di potere e i nuovi minacciosi equilibri delle Guerre d’Italia.
Il 12 agosto, tuttavia, si firma la resa onorevole. Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici, e Carlo V discutono il futuro della Repubblica: i Medici sarebbero tornati a Firenze, ma la città ci tiene a inserire nella resa una clausola imprescindibile: purché sia sempre conservata la libertà. Sembra una semplice puntualizzazione, e invece cambierà il destino del nostro giovane Alessandro, all’epoca ventenne.
Alessandro de’ Medici è un figlio illegittimo della casata più celebre del Rinascimento, ripescato dal cilindro per mancanza di eredi.
Ufficialmente figlio di Lorenzo duca di Urbino (anche se il pettegolezzo storico lo vuole figlio di Clemente VII) e bisnipote di Lorenzo il Magnifico, nacque dall’unione con una certa Simonetta, una serva contadina del Lazio. Anche l’identità di Simonetta è ancora oggi un punto discusso nella storiografia, perché leggenda vuole (ma solo leggenda, non c’è alcuna prova che sia così) che questa Simonetta sia stata una schiava moresca, il che spiegherebbe il volto scuro e che potrebbe fare di Alessandro il primo regnante afro nella Storia. Altro che Netflix e Nolan.
In verità, nessuna delle fonti coeve si pone il problema della reale etnia di Alessandro. “Il Moro” è un epiteto che gli viene attribuito solo nel XIX secolo, a rinforzare il mito del “tiranno straniero” e illegittimo contrapposto alla libertà repubblicana.
Quello che invece sappiamo è che di lui non ci è pervenuto neanche l’atto di battesimo, e che nessuno aveva ritenuto necessario dargli un’educazione fino alla morte del padre, avvenuta quando di anni ne aveva dieci. Da un momento all’altro si ritrova al centro della scena insieme al cugino Ippolito, anche lui illegittimo di casa Medici e nipote del papa: entrambi sono chiamati a rimpinguare la linea dinastica. Ippolito verrà destinato alla carriera ecclesiastica, lui invece è destinato al governo.

Secondo gli accordi del 1530 Firenze deve mantenere la sua libertà, ma Alessandro deve governare stabilmente: Carlo V gli ha promesso sua figlia, Margherita d’Austria, e vuole un potere incontestabile.
Alessandro viene eletto capo delle magistrature cittadine della Repubblica di Firenze, dal 1532 con la formula in perpetuo e in forma ereditaria. La signoria risulta dunque smantellata, e i Medici tornano come duchi della Repubblica: un ibrido giuridico tra repubblica e principato che offre ovviamente il fianco all’equivoco e che ancora oggi grida vendetta per la fine tragica del primo duca.
Per Carlo V Firenze è una città libera infeudata nell’Impero, per i fiorentini è invece una città libera e sovrana di se stessa. Loro non lo sanno (fino a poco tempo fa non lo sapeva nessuno, per la verità) ma a Gand il duca ha giurato in ginocchio fedeltà all’imperatore facendo atto di sottomissione e vassallaggio.
E Alessandro comincia a governare come un Principe: disarma, fortifica, tassa, assolda soldati spagnoli. E come ogni principato che si rispetti c’è chi i privilegi li acquisisce e chi li perde. In questo caso ad emergere sono gli uomini di provincia (Pisa, Arezzo, San Gimignano), e i fiorentini non erano certo avvezzi ad essere comandati da coloro che consideravano sudditi. E neanche ad essere difesi da truppe straniere. Orrore per i fiorentini. Il punto è proprio questo: consegnare la libera Firenze all’Impero. Gli esiliati sono tanti. Non appena Clemente VII, il suo protettore, muore, su Alessandro si riversa una campagna vessatoria da fare invidia al pandoro gate: l’accusa è di tirannia, dissolutezza e crudeltà.
La posta in gioco è sempre la stessa: la libertà di Firenze.
È in questo delicatissimo momento che Alessandro commissiona il suo ritratto al Pontormo. Sveste i panni militari che gli aveva invece attribuito il Vasari, e si affida invece a un ritratto umano, che metta in luce il suo status di sovrano raffinato e colto.
Carlo V si fa giudice della questione posta dai fuoriusciti fiorentini, e nel processo tenuto a Napoli assolve il suo pupillo, difeso da Francesco Guicciardini. Sei mesi dopo Alessandro sposa Margherita d’Austria, 13 giugno 1536.
Se volessimo indicare una generazione di svolta per i Medici è questa: la sua sorellastra Caterina de’ Medici ha sposato il futuro re di Francia, Alessandro la figlia naturale dell’imperatore. Il nome della famiglia è sul tavolo delle relazioni internazionali, il titolo è diventato ereditario: da patriziato sono diventati ufficialmente un principato.
Il governo del Duca Alessandro segna di fatto la fine della Repubblica. Ecco perché il suo assassinio, il 6 gennaio 1537, è un atto politico ancora oggi emblematico della guerra allo straniero.
Il cugino Lorenzino de’ Medici (da quel momento detto Lorenzaccio) lo attira con l’inganno nella propria dimora, promettendogli un incontro amoroso segreto, per poi accoltellarlo con l’aiuto di un sicario. Rivendicò sempre questo atto come la giusta fine per usurpazione tirannica della libertà fiorentina.
Un’interpretazione che ha attraversato le generazioni, ripresa dai sostenitori dell’unificazione italiana e cara agli scrittori dal periodo romantico fino ai giorni nostri e che ha ancora oggi un peso nella valutazione del governo di Alessandro.
Questo primo piano di Pontormo, intimo e pensieroso, ci offre la misura di un sovrano consapevole di aver ottenuto titolo e potere per i Medici con il sacrificio della propria città e del proprio destino.
Sitografia:
Alessandro de’ Medici | The Art Institute of Chicago
https://www.artic.edu/artworks/110759/alessandro-de-medici
Bibliografia:
Alessandro Lo Bartolo, Il tiranno fiorentino, Bari, Laterza, 2025
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