Au Rat Mort (In a Private Dining Room): solitudine, decadenza e vita notturna nella Parigi di Toulouse-Lautrec.
Di Gabriella D’Ippolito per WebinARTE
Comprami, io sono in vendita, ma che fatica essere sempre in vetrina.
Siamo negli anni della scintillante Belle Époque, e questo dipinto sembra una caricatura. E invece è Toulouse-Lautrec, l’artista dei bei manifesti, lo stesso che in pittura “ha cercato di fare il vero, e non l’ideale”.
Labbra dal rossetto marcato, sorriso artificiale, sguardo vacuo, trucco pesante, capelli spettinati; l’abito è sfarzoso, il vino è stato consumato: la serata è finita, ed è quasi ora di togliersi la maschera.
.
La rapida pennellata vuole catturare un’istantanea; il disegno non cerca la bellezza anatomica, ma l’espressività: le labbra rosse sono una macchia violenta, gli occhi sono ridotti a fessure scure.
La modella del quadro sembra sia Lucy Jourdain, nota cocotte dell’epoca, una delle figure più note e celebrate del demi-monde parigino di fine secolo.
Il volto di Lucy è illuminato dal basso, così da creare riflessi verdastri e giallognoli sulla pelle e sul velo: ricordano l’effetto dell’assenzio e accentuano il senso di malessere e decadenza.
Il locale è il Rat Mort (“Il topo morto”) in Place Pigalle, tra i più celebri locali notturni parigini dell’epoca, noto per le sue salette private, cabinets particuliers, dedicate a incontri discreti, cene intime e corteggiamento.
Eppure Lucy non ci sta mostrando il lato scintillante del mestiere né della vita parigina: ci sta mostrando tutta la sua stanchezza. Fissa un punto indefinito oltre lo spettatore, tutta la gioia che c’è in quel sorriso è artificiale.
Per un attimo la recita si interrompe, rivelando una vulnerabilità raramente attribuita ad una prostituta, ma che carica il dipinto di drammaticità.
Accanto a lei, quasi tagliato fuori dall’inquadratura e parzialmente in ombra, siede il suo accompagnatore, recentemente identificato con il pittore anglo-australiano Charles Conder. È immobile, un estraneo, tagliato nettamente. Questo espediente rompe le regole della composizione classica, creando una prospettiva decentrata. Tutti gli occhi sono su di lei, sulla sua estrosità, sul quel cappuccio che fa da pendant con la natura morta in primo piano. E lui diventa una figura funzionale all’intimità del momento, ma ridotto ad un estraneo. Il taglio asimmetrico cancella l’interazione tra i due soggetti, evidenziandone l’estrema solitudine.
Tutto nel quadro è distanza, persino la tavola: ingombra di bicchieri e bottiglie di champagne, funge da barriera fisica tra i soggetti e l’osservatore, accentuando il senso di claustrofobia e isolamento dello spazio.

I rossi profondi, i marroni e i neri, tutte tonalità cupe e sature, rafforzano l’idea di un ambiente chiuso e artificiale, tipico dei salottini privati.
Il 1899, anno di composizione del quadro, coincide con un periodo di ricovero forzato per Toulouse-Lautrec: il consumo di alcol e assenzio lo aveva fatto sprofondare in una grave nevrosi. E nessuno più di lui poteva carpire la sofferenza altrui dietro la maschera. Lucy Jourdain può rappresentare per il mondo una peccatrice, vittima del suo peccato, eppure l’artista, che a Montmartre aveva trovato la sua dimensione umana, si limita a osservare senza giudizio. E questo è il segreto del fascino ancora attuale delle sue figure femminili: non celebrano la vita brillante di Montmartre, ma piuttosto ne enfatizzano la solitudine.
La preferenza di Toulouse-Lautrec va alla notte, agli interni, alle sale da ballo, ai cabaret, alla mercificazione dei corpi. Il suo è lo sguardo dell’artista: un flâneur che attraversa la realtà dei bassifondi come un cronista d’avanguardia. Il suo interesse è tutto per il sentimento che vi si annida nascosto, senza pronunciare affrettate sentenze.
L’artista bohémien si presentava come un iniziato, un traduttore sociale. Egli possedeva gli strumenti culturali e psicologici per decodificare il sottomondo della Parigi notturna: sapeva interpretare il gergo (argot) dei delinquenti e delle prostitute, coglierne l’ambiguità sessuale e di classe, distinguere la vera miseria dalla messinscena. Toulouse-Lautrec è stato definito dalla critica (Gustave Geffroy e Arsène Alexandre) un “Dante moderno” sceso nell’inferno di Montmartre, un nobile che descriveva una società capitalista borghese morente e corrotta. Le anime di quell’inferno sono donne come Lucy.
La sregolatezza parigina prende corpo e spessore: la prostituta che non è più oggetto di desiderio per quella serata, getta la maschera della seduzione e rivela la sua natura grottesca. Lo psichiatra statunitense Lauren Loeb ha proposto una lettura delle opere di Toulouse-Lautrec come il prodotto della sua malattia o nevrosi: ne era, invece, la parte sana, lo strumento dell’Io per confrontarsi con l’ambiente, dominarlo e non sprofondare nell’oscurità. Dipingere è in fondo un atto di lucidità, uno spazio in cui sublimare e mettere sulla tela le miserie vissute e osservate: le proprie, e quelle di Lucy.
Fonti:
Laurence Loeb, “Psychopathography and Toulouse-Lautrec”, American Imago, vol. 16, n. 3, autunno 1959
L’Opera d’Arte del giorno
