Natura morta con uva e clarinetto: uva, musica e forme scomposte nel quotidiano secondo il cubismo di Braque.
Di Brenda S. Antozzi per WebinARTE
Still Life with Grapes and Clarinet, dipinto da Georges Braque nel 1927 (oggi conservato alla The Phillips Collection Washington D.C.), appartiene a quella categoria di opere che mi fanno sentire intelligentissima per venti secondi e completamente smarrita subito dopo. La causa? Il Cubismo.
Provo a sopravvivere tre minuti davanti a quest’opera senza cercare disperatamente il tasto “zoom”. Perché è questo che mi chiede Braque. E forse così riesco a spiegarlo.
Sul tavolo c’è un po’ di tutto: grappoli d’uva, un clarinetto, fogli, bicchieri, libri, un tavolino o forse tre. Braque mi sta dicendo che non è un momento realistico, quello cubista. Vuole fare qualcosa di più complicato: vuole mostrarmi contemporaneamente diversi punti di vista della stessa realtà. Un po’ come quando apro venti schede del browser e provo a lavorare saltellando da una all’altra.
La natura morta, regno rassicurante da secoli di frutta immobile e di stoviglie educate, con Braque diventa una specie di caos organizzato. Questo è quasi un quadro da montare (e non posso far pubblicità ai mobili svedesi anche se il riferimento è evidente!) più che da guardare.
Sento che mi domanda: “riconosci ancora qualcosa o hai già mollato?”
Mi colpisce l’uva. Quegli acini verdi non evocano il sapore della vendemmia o il piacere del vino. Servono a mettere alla prova lo spazio. Compaiono e scompaiono, avanzano e arretrano. E non è curioso che proprio l’uva (uno dei soggetti più antichi della pittura occidentale, presente dalle nature morte romane fino ai fiamminghi) finisca dentro uno dei linguaggi più rivoluzionari del Novecento? Come se Braque dicesse: tranquilla, anche la tradizione può essere smontata e rimontata senza perdere il suo fascino (ma dove trovo viti e brugola?).

Ma la cosa sorprendente è che nonostante tutta questa costruzione mentale, il dipinto non è freddo. Anzi. Ha qualcosa di domestico, quasi caldo. Oggi diremmo da “zona comfort”. I marroni, gli ocra, i verdi spenti tengono insieme il caos come farebbe un buon padrone di casa con ospiti vivaci.
Braque, rispetto a Pablo Picasso, viene spesso raccontato come il cubista “più tranquillo”, meno teatrale, meno incline ai colpi di scena. Insomma, complica la vita con grande educazione.
Comunque Braque non pretende che io risolva un rebus. Non c’è un premio finale, nessuna figura nascosta da trovare. Il quadro funziona anche se non “capisco tutto”. E alla fine mi basta restare lì, in quella sensazione un po’ scomoda ma interessante, per cui gli oggetti sembrano contemporaneamente solidi e instabili.
L’Opera d’Arte del giorno prima
