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Yūgen: l’incanto sottile del Giappone

Yūgen: Locandina arancione della mostra Yūgen: l’incanto sottile del Giappone, in programma a Crema dal 24 maggio al 2 agosto 2026.

Di Brenda S. Antozzi per WebinArte

Lo so, ormai siamo abituati a misurare una mostra in metri quadrati. Più è grande, meglio è. Più è instagrammabile, ancora meglio.

Yūgen, invece, gioca un’altra partita. Non punta sulla quantità, ma sulla curiosità. Non è una mostra che si visita per fare numero o per riempire la memoria del telefono di fotografie. Ci si va per scoprire qualcosa che difficilmente capita di incontrare altrove.

Allestita alla Pinacoteca del Museo Civico di Crema e del Cremasco, negli spazi del Centro Culturale Sant’Agostino, Yūgen: l’incanto sottile del Giappone è una mostra raccolta, quasi intima. Si visita in poco tempo, ma non è il genere di esposizione da affrontare con la mentalità del turista che deve fare tutto. Anzi, più si rallenta, più il percorso ripaga l’attenzione.

Una veduta dell’allestimento di Yūgen: l’incanto sottile del Giappone negli spazi della Pinacoteca del Museo Civico di Crema e del Cremasco.

Del resto, il titolo offre già la chiave di lettura.

Yūgen è uno dei concetti più raffinati dell’estetica giapponese e, come spesso accade con alcune parole della cultura nipponica, tradurlo in un solo termine è praticamente impossibile. Indica una bellezza che si lascia intuire più che spiegare, un fascino sottile che vive nelle sfumature, nei silenzi e nelle cose appena accennate.

È l’esatto contrario dell’effetto speciale cercato a tutti i costi. Ed è proprio questa sensibilità a guidare il percorso espositivo.

La mostra nasce dalla collaborazione tra il Museo Civico di Crema e del Cremasco e il Museo d’Arte Orientale, Collezione Mazzocchi di Coccaglio, con il supporto dell’Associazione Culturale Mnemosyne di Dello e il patrocinio della Fondazione Italia-Giappone.

Il progetto prosegue il dialogo avviato con una precedente esposizione dedicata all’influenza della grafica e dell’artigianato giapponesi sulla Secessione viennese. Questa volta, però, lo sguardo si posa direttamente sul Giappone e sulla sua capacità di trasformare anche gli oggetti più semplici in occasioni estetiche.

Il percorso non si limita alle immagini più conosciute del Paese, ma affida il proprio racconto soprattutto agli oggetti: xilografie policrome, stampe ukiyo e, stencil utilizzati per decorare i kimono, lacche, ventagli, suppellettili, giocattoli e libri illustrati.

Oggetti che, uno dopo l’altro, mostrano la continuità tra arti figurative, artigianato e vita quotidiana sulla quale è costruita l’esposizione.

C’è però una condizione: bisogna avere voglia di osservare davvero.

Non basta passare davanti alle opere. Bisogna fermarsi, leggere, collegare, lasciarsi incuriosire. In cambio, la mostra offre continue scoperte.

Naturalmente non manca Katsushika Hokusai, artista che ormai tutti credono di conoscere grazie alla celeberrima Grande Onda, riprodotta ovunque, dalle tazze alle magliette fino, concedetemi la battuta, alle federe dei cuscini.

Qui, fortunatamente, Hokusai è presente attraverso un versante meno consumato della sua produzione e riacquista parte della propria complessità.

A sinistra, Creature fantastiche; a destra, un’opera dedicata ai komainu, figure protettrici della tradizione giapponese.

Tra le opere esposte spicca Creature fantastiche, una pagina xilografica ideata per l’ottavo volume dei Manga di Hokusai nel 1818 e presente in un’edizione pubblicata a Nagoya nel 1878.

L’opera racconta il gusto dell’artista per il meraviglioso e per un immaginario popolato da esseri sospesi tra natura, leggenda e invenzione. È un Hokusai lontano dalla cartolina, curioso e inesauribile osservatore di tutto ciò che il mondo reale e quello fantastico potevano offrirgli.

Accanto compare un’opera dedicata ai komainu, datata intorno al 1890. I celebri cani leone, tradizionalmente posti a protezione dei luoghi sacri giapponesi, introducono nel percorso il tema della custodia e del confine tra la dimensione quotidiana e quella spirituale.

Ma la mostra ha il merito di non fermarsi ai nomi più celebri.

Le xilografie policrome di Toyohara Chikanobu dialogano con una maschera e alcuni libri illustrati esposti in teca.

Molto interessanti sono anche le xilografie policrome di Chikanobu Yoshu, artista capace di raccontare il Giappone della modernizzazione senza rinunciare alla grazia della tradizione.

Riunione di belle donne in autunno, realizzata nel 1879, è un piccolo capolavoro di equilibrio compositivo. Non è soltanto una scena elegante, ma uno spaccato della società dell’epoca, nel quale gli abiti, i gesti e la disposizione delle figure diventano strumenti di racconto.

Ancora più curioso è il trittico Visita importante a un allevamento di bachi da seta, dell’ottobre 1877. Il soggetto, apparentemente insolito per una stampa artistica, rimanda al ruolo della sericoltura nel Giappone dell’Ottocento e al processo di modernizzazione attraversato dal Paese durante il periodo Meiji.

Anche qui Chikanobu riesce a trasformare un episodio legato alla vita produttiva in una scena ricca di ritmo, colore e raffinatezza.

È proprio questo uno dei punti di forza della mostra: alternare opere immediatamente riconoscibili a lavori meno conosciuti, ma capaci di sorprendere. Si passa dai grandi maestri agli oggetti d’uso senza percepire una rigida gerarchia.

I curatori Edoardo Fontana, Paolo Linetti, Maurizio Lo Giudice e Silvia Scaravaggi costruiscono un percorso nel quale una scatola laccata, una ciotola decorata con un insetto o uno stencil per kimono possono dialogare naturalmente con le xilografie.

Il messaggio implicito, ma neanche troppo, è che la bellezza non ha bisogno di una cornice dorata per esistere.

L’allestimento, curato da Beggars Studio, funziona proprio perché non cerca di strafare. Le opere hanno spazio per respirare e gli accostamenti permettono di osservare le relazioni tra immagini, tecniche e oggetti senza quella sensazione, purtroppo frequente, di trovarsi davanti a una collezione stipata fino all’ultimo centimetro disponibile.

Qui prevale l’equilibrio. E l’equilibrio, in una mostra dedicata all’estetica giapponese, non è un dettaglio.

Anche la sede contribuisce all’esperienza. La Pinacoteca del Museo Civico di Crema è uno spazio raccolto, che accompagna con discrezione il percorso e lascia che siano le opere a parlare.

Yūgen non cerca l’effetto immediato. Procede per dettagli, piccoli scarti e incontri inattesi, chiedendo al visitatore un’attenzione che oggi non è più così scontata.

Forse è proprio per questo che ne sono uscita con la sensazione di avere scoperto qualcosa di piccolo, silenzioso e prezioso. Un po’ come il significato stesso della parola yūgen.

Di Brenda S. Antozzi

Fonti

Comune di Crema, “Mostra – Yūgen: l’incanto sottile del Giappone”, Cultura Crema, 29 aprile 2026.

Crediti fotografici

Foto 1: Cultura Crema, pagina ufficiale della mostra.

Foto 2, 3 e 4: Brenda S. Antozzi.

Info utili

Yūgen: l’incanto sottile del Giappone

Dove: Pinacoteca del Museo Civico di Crema e del Cremasco, Centro Culturale Sant’Agostino, piazzetta Winifred Terni de’ Gregorj 5, Crema

Visitabile fino al: 2 agosto 2026

Orari: lunedì chiuso; martedì dalle 14.30 alle 17.30; da mercoledì a venerdì dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.30 alle 17.30; sabato, domenica e festivi dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.30 alle 18.30

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