Hai i biglietti per andare a vedere Fabio Concato. Non ne hai mai comprato un disco, e pensi di sapere sì e no una canzone, forse il ritornello di un’altra.
Poi vai al concerto, e canti tutte le canzoni. Ok, magari due o tre non le sai, ma il resto sì, e magari le associ anche a vecchi amarcord, a quella volta che la tua amica ne canticchiavi una, a quella che sentivi per radio, e scopri che hai passato una vita ad ascoltare Concato distrattamente, e così ora che sei al concerto, lo conosci.
Si chiama effetto déjà-vu.
Lo stesso che ho avuto entrando nella nuova sezione aperta al museo di San Martino sull’800 napoletano.
L’occasione non era in programma, e perciò non avevamo pensato ad una guida.
Entro pensando di non saperne assolutamente niente. E invece scopro con piacere che anche se ho ancora tanto da studiare, tutto sommato mi riesco ad orientare, e a raccontare anche qualche aneddoto, che quandoi ti porti una figlia risulta sempre utile.
Dodici sale che ho trovato di grande raffinatezza anche nell’allestimento.

Il tutto si apre con bel servizio di piatti di porcellana della Real fabbrica di Capodimonte, quella voluta da Ferdinando e nata nel 1773. I piatti raffigurano i luoghi di Napoli iconici, dal lago di Fusaro alla grotta di Posillipo; seguono poi quelli che raffigurano cavalli. Non mi stupisce perché una delle eccellenze del Regno di Napoli fu proprio la tradizione equestre. Carlo di Borbone diede vita al progetto della Real Razza Governativa, con l’obiettivo di ottenere cavalli adatti sia al cerimoniale di corte che alle esigenze militari.
E poi ancora quelle ispirate a Pompei: tutto a tema eccellenze partenopee insomma: scuderie, paesaggi, archeologia.
Ci sono poi le porcellane a tema royal, con i visi di Isabella di Spagna e Francesco di Borbone, e quando ci sono i reali di mezzo qualche aneddoto colorito viene comunque fuori.
Il viaggio nella porcellana prosegue con le fabbriche di privati che continuarono la tradizione dopo il 1806, quando arrivarono i francesi e Ferdinando decise di chiudere la fabbrica. Tre i colossi che la rilevarono e che sono qui ampiamente documentati: i Giustiniani soprattutto, che sono quelli, per intenderci, che ripropongono in porcellana il gusto etrusco.

Chiudo con la porcellana con questo biscuit di Filippo Tagliolini, un pezzo di rara eleganza che rappresenta Clio, la musa della Storia. Mi è piaciuta talmente tanto che voglio creare un nuovo profilo solo per metterla come immagine.
Andiamo avanti, e affrontiamo la pittura. Subito, fra tutti, primeggia un Hayez.
Il ritratto è quello della principessa Ruffo . Sapevo dell’Hayez alla Reggia di Capodimonte, commissionato da Murat e poi pagato da Ferdinando di Borbone 😅😅😅.
Non sapevo però che avesse lavorato anche per un’altra commissione napoletana circa 20 anni dopo.

Si tratta di Sarah Luisa Stracham, nome inglese ma nata a Genova, sposata al nobile Vincenzo Ruffo nel 1839. Quando Hayez la ritrae aveva solo 22 anni. Ritratto bellissimo, di grande impatto eh, ma tanto felice non deve essere stata questa principessa. Dama della regina Maria Teresa d’Asburgo Teschen (seconda moglie di Ferdinando II, già molto malinconica di suo, ndr), chissà che allegria a corte. Perdonate il commento dissacratorio.
Grandissimo spazio per Domenico Morelli e Giacinto Gigante.

Domenico Morelli è esattamente quella canzone che pensavo di non conoscere e che invece ho tirato fuori da qualche vecchio cassetto della memoria. Intanto lo avevo presente per essere stato tra gli artigiani della culla di Vittorio Emanuele III, ora a Capodimonte. Il mercato di piccoli schiavi, La donna orientale come pure La moglie di Putifarre sono certa di conoscerli, magari solo per averne viste delle riproduzioni.
Due sale per il realismo napoletano e i suoi scugnizzi. Antonio Mancini ne rappresenta uno che ha una bella carica di sfida, O’ Prevetariello, ovvero quel seminarista che ha trovato nella vocazione un’alternativa alla miseria, o almeno a questo mi fa pensare.

Allo stesso modo le sculture di teste di Vincenzo Gemito, inquiete e provocatorie. Qui si parte avvantaggiati perché si tratta di una hit dell’ottocento napoletano, però è davvero molto bello vederle dal vivo.
Salvatore Fergola, ultimo degli artisti di corte, di cui conoscevo il dipinto dell’inaugurazione della ferrovia Napoli Portici, fa da ponte con la scuola di Posillipo, e dunque con tutta la parte dedicata al paesaggio.

Non sapevo onestamente che fosse autore di un quadro così lirico come Notturno a Capri.
Giacinto Gigante è senz’altro molto ben rappresentato. Tantissimi quadri, guaches e acquerelli. E in un punto di tutto rispetto il suo Tramonto a Caserta, che dona vivacità a tutta la parete.

Ed eccoci alla collezione Bonghi, ovvero la canzone mai ascoltata. Diego Bonghi, collezionista d’arte, la cui preziosa raccolta fu acquistata dal soprintendente Fiorelli nel 1872: al museo sono esposti i suoi coralli, i suoi vetri di Murano, ma soprattutto la sua pittura su vetro. Ecco, se fossimo sui social, ci sarebbero 5 occhi a cuore a seguire. Sono pezzi di una bellezza unica.

Per finire, il panorama. A Napoli, permettetemi di dirlo, è esso stesso un’opera d’arte. Anche Dumas, che di Napoli non aveva capito granché, non poté tacere della bellezza della vista che si gode tutt’oggi dal portico della Certosa di San Martino.
Le sale dell’esposizione danno direttamente sul panorama più bello della città. Eh lo so che per ora è inflazionato, ma a vederlo dal vivo, tra un quadro è sempre un colpo di fiato.
Gabriella D’Ippolito
| Info Certosa e Museo di San Martino Largo San Martino, 5 – 80129 Napoli. Dal giovedì al martedì, ore 8:30 – 19:30 Chiusura: Mercoledì. Prenotazioni/Biglietti: Disponibili online sul portale museiitaliani.it. |
