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RITRATTI REALI: MARIA CAROLINA AUGUSTA BORBONE DELLE DUE SICILIE

Ritratto di Maria Carolina Augusta di Borbone-Due Sicilie di Franz Xaver Winterhalter, in abito rosa con pizzo nero e rose, davanti a un paesaggio.
Ritratto di Maria Carolina Augusta: eleganza, dinastia e collezionismo nell’Europa dell’Ottocento.

A cura di GABRIELLA D’IPPOLITO per WebinARTE

C’è chi vede un ritratto, chi un destino femminile del XIX secolo, e chi una collezione d’arte.

Lei è Maria Carolina Augusta Borbone delle Due Sicilie (1822–1869), unica figlia di Leopoldo principe di Salerno e di Maria Clementina d’Austria.

Nel suo nome è custodita tutta la sua storia dinastica: da una parte la regina di Napoli per antonomasia, la nonna paterna Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, e dall’altra, in Augusta, le sue prestigiose origini imperiali.

Il ritratto risale agli anni Quaranta dell’Ottocento, quando la principessina napoletana era già diventata duchessa d’Aumale.

Carolina Augusta è la figlia del quindicesimo rampollo, ma secondo maschio della coppia di Ferdinando e Carolina Borbone Napoli, Leopoldo principe di Salerno (1790-1851). Nato quando ancora il Regno era saldamente nelle mani dei genitori, visse il primo esilio della sua famiglia in Sicilia, e poi lo spodestamento ad opera dei Murat. Lui non lo sapeva, ma una parte della sua fortuna e della sua fama si devono proprio a quel decennio francese.

Biondo, occhi azzurri, figlio preferito di sua madre, la seguì nel suo esilio a Vienna, dove conobbe Maria Clementina d’Austria, terzogenita della coppia imperiale, che sposò nel 1816. Sempre a Vienna, nel 1822,  nacque la principessa del ritratto, unica figlia della coppia a sopravvivere all’infanzia.

La sua passione per l’arte fece di lui un uomo colto e dalla conversazione facile, ma sempre sull’orlo del tracollo finanziario, costringendo spesso i sovrani di Napoli a ripianare i suoi debiti.Tuttavia, una parte cospicua di quelle risorse venne destinata a ciò che costituisce il fil rouge di questa storia: un’eccezionale collezione d’arte.

Già da giovanissimo, suo padre Ferdinando I aveva donato al suo secondogenito maschio una parte della collezione Farnese, tra cui capolavori  dei Carracci e di Giulio Romano.

A questo nucleo si aggiunse la collezione Murat. Leopoldo fu infatti il primo della famiglia reale a rientrare a Napoli dopo la caduta del regime napoleonico.

I Murat avevano aperto durante il loro governo una parentesi artistica che rimase un unicum nel panorama partenopeo.Il principe ne assorbì il gusto moderno, i dipinti troubadour e  l’impiego di reperti archeologici nell’arredo d’interni, trasferendo tutto a Palazzo Salerno. Nel 1830, travolto dai debiti, Leopoldo dovette cedere la galleria al nipote Ferdinando II, che la mise sotto sequestro al Real Museo Borbonico.

Maria Carolina Augusta, intanto, cresceva. Si profilò per lei la possibilità di un matrimonio con casa Orléans. Nel 1844, sposò Enrico d’Orléans, duca d’Aumale, terzogenito del re dei francesi Luigi Filippo, e di Maria Amalia Borbone Napoli, sorella di Leopoldo. E non è il solito matrimonio tra i rami cadetti di famiglie reali.

Ritratto di Maria Carolina Augusta di Borbone-Due Sicilie di Franz Schrotzberg, in abito bianco con rosa tra i capelli.
Franz Schrotzberg, Portrait de Marie Caroline Auguste de Bourbon, duchesse d’Aumale (Ritratto di Maria Carolina Augusta di Borbone-Due Sicilie, duchessa d’Aumale), ca. 1840, olio su tela, 89 × 72 cm, Musée Condé, Chantilly

Per Luigi Filippo, unire il proprio figlio a una principessa delle Due Sicilie significava rinsaldare i legami storici tra i due rami borbonici.

Enrico portava con sé un’immensa fortuna ereditata dal padrino, il principe Luigi VI Enrico di Condé, morto in circostanze tragiche e oscure nel 1830.

Ed ecco l’inaspettata sponda salvifica per la collezione del Principe.

Il finale si svelerà tra qualche riga: ora ci concentriamo finalmente su Carolina.

A ritrarla è Franz Xaver Winterhalter, un nome non da poco tra le corti europee. La regina Vittoria, Maria Cristina di Spagna, lo stesso Luigi Filippo, fino a Sissi e Francesco Giuseppe: tutti i reali d’Europa sono passati alla storia tramite il suo pennello.

Luigi Filippo affida a lui la codificazione visiva della propria monarchia borghese e costituzionale, definendo un canone estetico basato su un’eleganza sobria e misurata.

La duchessa d’Aumale, qui ritratta all’età di ventiquattro anni, indossa un abito da sera in seta rosa-bordeaux, caratterizzato da un’ampia gonna a balze interamente rivestita di pizzo nero a motivi floreali. Il corpino a punta, tipico della moda degli anni Quaranta, accoglie sul décolleté una grande rosa fresca, abbinata a quella tra i capelli. Tessuti lucenti, pizzo trasparente, incarnato candido: una figura di suprema eleganza aristocratica. 

I capelli sono raccolti e incorniciati dai tipici boccoli a cavatappi (anglaises) che ricadono sulle guance: un’acconciatura romantica molto diffusa nelle corti europee del periodo.

Carolina Augusta è su una terrazza: sullo sfondo una fitta vegetazione e un cielo crepuscolare, leggermente nuvoloso. La posa è fiera ma serena.

Sì, suo padre  un giocatore d’azzardo incallito, che spende e spande come se non ci fosse un domani, facendo chiacchierare tutte le corti d’Europa, ma qui ci sono titoli, soldi, potere, un magnifico Castello (quello di Chantilly) , un’impareggiabile dolcezza e una gran dose di grazia, e la nuova vita sembrava offrire finalmente stabilità.

Maria Carolina Augusta, duchessa d’Aumale, ritratta da Victor Mottez con il figlio Louis, principe di Condé.
Victor Mottez, La duchesse d’Aumale et son fils le prince de Condé (La duchessa d’Aumale e suo figlio, principe di Condé), 1851, olio su tela, 233 × 119 cm, Musée Condé, Chantilly.

La realtà, invece, fu molto più dura: una nuova rivoluzione in Francia costrinse la famiglia intera all’esilio in Inghilterra e il dolore per la morte prematura di tre figli.

Il principe Leopoldo, suo padre, morì a Napoli, invece, nel 1851. Morì solo: nessuno dei suoi familiari poté partecipare al funerale, per via dei disordini politici del tempo. Era presente, di passaggio, un giovane Flaubert, che ci ha lasciato una descrizione alquanto malinconica di quelle esequie.

Nous rentrons de l’enterrement du prince de Salerne, beau-père du duc d’Aumale et oncle du roy de Naples. Il y avait beaucoup de troupes et de prêtres, mais pas un seul membre de sa famille, ils ont trop peur du peuple pour se montrer. C’était sec comme grès. La seule chose qui m’ait un peu ému, ce sont ses chevaux qui tiraient sa voiture vide (G. Flaubert, Correspondance, Paris 1974)

Rimaneva la sua principesca collezione. Ferdinando II cominciava a valutare la possibilità di venderla.

Quel patrimonio di opere d’arte per il quale il padre aveva perso l’onore e che rappresentava tuttavia l’identità stessa della sua unica figlia, rischiava di finire in mano al miglior offerente. Qui Carolina Augusta non agisce solo da mecenate: qui entra in gioco la legge non scritta che muove il mondo, i capitali, e in questo caso, i mariti e le banche, la volontà delle mogli di proteggere la propria storia.

La trattativa non fu semplice: Enrico d’Aumale voleva investire una somma contenuta, ed era interessato principalmente alla Venere di Annibale Carracci, definita nei suoi appunti «la perle de la collection».

D’altra parte, a Napoli, i quadri e i mosaici del principe costituivano l’unica garanzia patrimoniale dello Stato a fronte dei debiti contratti in vita dal rampollo reale. La vendita all’estero era giudicata come un atto che avrebbe danneggiato il decoro del Regno. C’era poi, una questione di non poco conto: molti dipinti provenivano dall’eredità Farnese, ed erano teoricamente inalienabili; la donazione originaria di Ferdinando I al figlio Leopoldo poteva quindi configurarsi come un semplice usufrutto e non come una proprietà assoluta.

Enrico trovò in questa intricata situazione un alleato nel Marchese del Vasto, influente mediatore all’interno della Soprintendenza della Casa Reale, e un supporto finanziario nella filiale napoletana della banca Rothschild. Il duca alzò l’offerta, e la banca orchestrò la vendita in blocco della collezione tramite un prestanome, per una cifra complessiva di 100.000 ducati.

Alla fine del 1854 la collezione del Principe di Salerno, imballata in 83 casse contenenti quadri, statue e mosaici, fu trasferita via mare da Napoli a Liverpool e consegnata a Orléans House, residenza londinese del duca. Qui venne costruita un’apposita ala con galleria e biblioteca.

Ma i tempi dell’esilio erano duri dal punto di vista economico. Così, nel marzo 1856, il duca prese accordi con la casa d’aste Christie’s per mettere in vendita i dipinti della sezione “moderna” e alcuni quadri di Salvator Rosa. Il 10 gennaio dell’anno successivo l’asta fu battuta.

70 quadri moderni, tutti appartenenti all’ex collezione Murat passata a suo tempo dal suocero Leopoldo, furono messi all’asta. Di quel nucleo ottocentesco, Aumale decise di salvarne e trattenerne venti, tra cui Le tre età dell’uomo di Gérard, Paolo e Francesca di Ingres, tre piccole vedute del castello di Neuilly.

Nelle sale di Orléans House rimasero comunque non pochi capolavori, come la Maddalena di Francesco Albani, la Venere e Amorini di Annibale Carracci, la Sacra Famiglia del Sassoferrato, il Cristo coronato di spine di Lionello Spada e sei dipinti religiosi di Salvator Rosa.

Ed ecco come una principessa napoletana, cresciuta per lo più alla corte di Vienna, diventa per matrimonio una delle più importanti protettrici della arti in Francia.

Ritratto di Maria Carolina Augusta di Borbone-Due Sicilie dipinto da Charles-François Jalabert nel 1866.
Charles-François Jalabert, Portrait de Marie-Caroline-Auguste de Bourbon-Siciles, princesse de Salerne, duchesse d’Aumale (Ritratto di Maria Carolina Augusta di Borbone-Due Sicilie, principessa di Salerno e duchessa d’Aumale), 1866, olio su tela, 130 × 90 cm, Musée Condé, Chantilly

La storia di Maria Carolina si concluse nel 1869, stroncata dal dolore per la morte prematura anche del suo primogenito. In mezzo a tanti dolori, possiamo immaginare che abbia trovato conforto tra le opere di suo padre, un angolo tangibile del palazzo napoletano della sua famiglia. Due anni dopo la sua morte, la famiglia rientrò in patria. Enrico d’Aumale ricostruì il castello di Chantilly proprio per dare una degna sistemazione alla sua immensa raccolta, curando personalmente la disposizione delle tele nelle sale.

Alla sua morte, avvenuta nel 1896, l’intero complesso divenne il Musée Condé.


Fonti:

Antonella D’Autilia, La galleria di Leopoldo di Borbone principe di Salerno (1790-1851): la formazione e la dispersione e i collezionisti della sua epoca, tesi di dottorato, Université Charles de Gaulle – Lille 3, 2015.

Mirella Mafrici, a cura di, All’ombra della corte. Donne e potere nella Napoli borbonica (1734-1860), Napoli, Fridericiana Editrice Universitaria, 2010.

Gustave Flaubert, Correspondance, Parigi, 1974.


Ritratti Reali

Carolina Murat, Regina di Napoli