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REGINE ALLA REGGIA DI CASERTA: LA STORIA CHE SI FA FIABA

Una visita alla mostra alla Reggia di Caserta che si trasforma in un viaggio nel passato, cementato da nuove amicizie nel presente e con uno sguardo speranzoso al futuro

C’era una volta una regina …” 

La notizia è che, per tutte le volte che lo abbiamo detto ai nostri figli, loro ci hanno preso in parola, e ora quelle regine le hanno volute conoscere da vicino. Su 12 del nostro #vicimando, 5 erano  della nuova generazione che, finalmente, ha dimostrato di aver scavallato la benedetta adolescenza, aver messo da parte i musi lunghi e voler sfodera invece occhi che brillano affamati di curiosità.

Questa volta le mamme si sono giocate l’asso nella manica, diciamolo: alla Reggia di Caserta è difficile dire di no.  Quando poi si parla di Regine, il tutto prende quel contorno un po’ fiabesco che pretende che una storia sia raccontata. E il gusto della storia non passa con l’età. Che siano state consorti, madri e portacorona, o che abbiano avuto un ruolo politico preminente, vogliamo sapere tutto di loro: che lingue conoscevano, che strumento suonavano, come vestivano, come è andata la loro prima notte di nozze, se i loro matrimoni, rigorosamente combinati, siano stati felici. Non ci bastano più Maria Antonietta, Maria Teresa d’Austria e Caterina la Grande (a proposito, qualcuno ricorda in meno di 10 secondi il nome dei loro mariti?): vogliamo altri nomi e altri volti, quelli che si sono persi nelle pieghe della Storia, quelli che non sono riusciti a trovare che una riga nei libri di testo, ma che hanno storie da raccontare. 

E, modestamente, quello che sappiamo fare bene a webinarte, è proprio quello di raccontare storie che restituiscono spessore e identità.

Arriva dunque con tempismo perfetto questa mostra sulle Regine, che conquista subito tutto il pubblico di Indiana Jones in cerca di Donne perdute nella Storia. 

Una mostra che ha in primis il merito di restituire un nome a regnanti per lo più inedite, fino ad ora riservate agli addetti ai lavori, che finalmente escono dalle alcove e dai pettegolezzi di corte, per essere celebrate con la magnificenza che meritano;

 in secundis è una mostra che vuole proporre uno sguardo nuovo sul concetto stesso di sovranità. Per scrivere la Storia ci vogliono guerre e trattati, ma anche cultura, mecenatismo, diplomazia, filantropia e committenze: la storia sociale, come la storia politica, diventa personalità di un Regno, ciò che fidelizza la nazione e rimane nella Storia. 

E allora, bando alle chiacchiere, raccontiamole queste meraviglie della mostra, e lasciamo alla fine le considerazioni a latere.

Cominciamo con la  visita guidata della Reggia. 

Che da qui si manchi da un mese o da trenta anni, comunque, lo stupore è d’obbligo. Qui c’è tutta la magnificenza di una dinastia, anzi di una nuova dinastia regnante, che sostituisce il Vicereame con due secoli di storia alle spalle: marmi, lampadari, arredi, saloni immensi, il tavolo intarsiato donato dalla città a Francesco II per le nozze con Maria Sofia di Baviera, la gabbia per il canarino dono di Maria Antonietta a sua sorella Maria Carolina d’Asburgo Lorena, l’ascensore del palazzo costruito per i dolori reumatici di Ferdinando II, il boudoir di Maria Carolina con il suo celebre bidet e il gioco di specchi, le vasche in marmo con rubinetti di acqua calda e acqua fredda, il dipinto della prima pietra della Reggia che raffigura Carlo di Borbone (era il 20 gennaio 1752) con Maria Amalia di Sassonia e l’archistar Luigi Vanvitelli, l’Ercole Farnese che ritorna in tante sale, simbolo di una eredità di cui andare orgogliosi, tra i tanti ritratti alle pareti quello di Gioacchino Murat, che meriterebbe una delle lodi mattutine di Alessandra (ogni mattina su @anoldfashionlady, ndr). 

La guida ci lascia all’ingresso della mostra, dopo averci introdotto a quella meraviglia della cappella palatina.

Un gran cartellone e un filmato ci danno il benvenuto. Questa è una storia al femminile che inizia nel 1734, con la prima regina borbone, Maria Amalia di Sassonia, e che termina con l’ultima regina d’Italia, Maria Josè del Belgio. 

Da questo momento in poi a goderci la mostra siamo noi e ciò che webinarte ha fatto per noi, e che per fortuna ci fa viaggiare informati.

Le protagoniste dell’esposizione sono 12: 

6 quelle borboniche, 2 le francesi napoleoniche, 3 quelle italiane e un + 1, Elisabetta Farnese, non è mai stata regina di Napoli. E’ stata invece Regina di Spagna e consorte di Filippo V: senza di lei il primogenito Carlo non avrebbe mai riconquistato il Mezzogiorno dagli austriaci e trasformato il secolare viceregno in un regno “proprio e nazionale”. 

Non a caso di lei Federico II di Prussia disse: “donna singolare, con cuore energico di un romano, fierezza di uno spartano, pertinacia di un inglese, astuzia di un italiano, vivacità di un francese. Non vi è cosa che sappia sorprenderla, nessuna che sappia arrestarla”.

Ed Elisabetta Farnese è giustamente e degnamente omaggiata: i suoi ritratti e gli oggetti che le appartenevano (il suo fucile da caccia, per esempio) sono in ognuna dei contesti tematici in cui è organizzata la mostra. 

Educare al trono, Legami di corte, Madri regine, Gesti del potere, Tempo di sè, Stanze regali: tutto il bastimento carico di splendori è organizzato per aree;  non segue nessun ordine cronologico, dunque, ma traccia un iter della regalità al femminile. 

Una delle prime cose che abbiamo imparato guardando i ritratti è che photoshop non ha inventato niente. Elisabetta Farnese aveva già avuto il vaiolo quando posa a 14 anni per il Molinaretto, eppure sembra il ritratto della beltà.

Molinaretto, Elisabetta Farnese

E guardiamo Maria Luisa di Borbone Napoli, primogenita di Maria Carolina e Ferdinando IV. Quando Elizabeth Vigée Le Brun la ritrae mentre dipinge una natura morta è il 1790. Maria Luisa ha 18 anni, i genitori l’hanno definita “un po’ difettosa della persona, benché graziosissima come la sorella maggiore” e l’hanno destinata in matrimonio a suo cugino Ferdinando d’Asburgo Lorena, che divenne ben presto Granduca di Toscana.

E. Vigée Le Brun, Luisa Maria Amelia Teresa di Borbone-Due Sicilie

In Francia la Rivoluzione sta mettendo a dura prova la corona: la stessa Vigée le Brun era fuggita da Parigi e ora cercava committenze nelle corti europee. L’animo della regina Maria Carolina non è più lo stesso.

Di tutto questo non c’è traccia nel ritratto di Maria Luisa, colta in un atteggiamento sereno e disteso, in tutta la freschezza della sua gioventù.

Ed ecco che il ritocco è presto svelato. Proprio accanto c’è un ritratto più piccolo che la ritrae con la sorella maggiore mentre si dedica al disegno. Immaginiamo che la lezione vertesse sulla pittura “dal vero”😅

H. Schmidt, Gioacchino Murat

Ritratti, ritratti, e ancora ritratti. Tra i più belli quelli di Maria Amalia di Sassonia realizzato da Giuseppe Bonito nel 1744. Bellissima (anche qui non c’è traccia del vaiolo che aveva contratto a Napoli) e tutta ingioiellata, sfoggia tutta la soddisfazione di un potere che va consolidandosi sempre di più. 

G. Bonito, Maria Amalia di Sassonia

E ancora quello di Maria Carolina realizzato da Angelika Kauffmann nel 1782. Un ritratto che si distingue per eleganza nella sua semplicità

A. Kauffmann, Maria Carolina d’Austria

Un dipinto che viene dalla Germania, e serviva da modello per un grande ritratto di gruppo commissionato dalla famiglia reale, e di cui oggi è pervenuta solo una copia, pure presente in mostra. Non ci sono attributi di potere, i colori sono caldi e pastosi, lo scenario è quello paesaggistico e l’atmosfera di estrema serenità.

Rimaniamo nei ritratti celebri. A dimostrazione del fatto che si può essere artisti, ma quando “sono affari, non c’è niente di personale”, Elizabeth Vigée Le Brun è presente con un altro ritratto di grandi dimensioni dedicato a Carolina Bonaparte in Murat (nemica giurata di Maria Carolina, sorella di Napoleone e moglie di Mr Lodi del mattino, vedi sopra), realizzato nel 1806 a Parigi e ora conservato a Versailles. A quanto pare, l’incontro tra le due donne non si rivelò affatto felice e l’artista dovette sopportarne di ogne dalla sua modella.[fig. 6]

E. Vigée Le Brun-Carolina Murat

Quello che  non fece in tempo a realizzare il ritratto fu Jean Auguste Dominique Ingres, che giunse a Napoli nel 1814 e che riuscì dunque a realizzare solo dei bozzetti di Carolina Bonaparte. (altro prestito celebre, dal Museo Ingres Bourdelle di Montauban)

A proposito di ritratti, ci soffermiamo solo su tre particolarissimi, che si notano in una delle sale alla fine della mostra, ma che non possono non colpire per la loro originalità:

  • La regina Julie in esilio a Firenze,  Stapleaux, 1834 (in prestito dal Museo Nazionale del Castello di Fontainebleau) [fig. 7]
  • Maria Isabella di Napoli nel suo appartamento nella villa della Regina a Capodimonte, Abbati, 1836 (da la Casa Museo Mario Praz)  [fig. 8]
  • La regina Maria Cristina nel suo studio, De Falco, 1834, (dai depositi (!) della Reggia di Caserta)

La particolarità è l’ambiente borghese nella rappresentazione della Regina, ritratta in abiti da casa, intenta a leggere in tutti e tre i casi. Un modo di ritrarre che deve avere avuto, abbiamo detto tra noi, una fugace fortuna nella metà degli anni ‘30 del secolo scorso: senza segni di potere, una nobildonna che si prende, appunto, del tempo per sé.

I ritratti sono davvero tantissimi: cito l’ultimo realizzato per Julie Clary  con le figlie da Wicar. Julie Clary è stata regina di Napoli dal 1804 al 1806 per via del matrimonio con Giuseppe Bonaparte, anche se a Napoli ha soggiornato solo per cinque mesi. 

Un bel ritratto che valorizza l’abito in stile impero. 

Accostato al ritratto, c’è l’abito presente in mostra, in raso, oro e velluto di seta rosso. Uno spettacolo, se non che dalle misure sembrerebbe quello di una bambina.[fig. 9]

Un’altra delle cose che ci ha stupito sono proprio le misure delle sovrane, praticamente delle bambine. In mostra ci sono 4 abiti, rispettivamente di Julie Clary, Maria Cristina di Savoia, una dama di corte di Maria Sofia e infine di Margherita di Savoia. A parte le considerazioni sulla bellezza delle stoffe e sulla luminosità degli abiti, resta il fatto che le regine erano davvero piccine di corporatura, pur non essendo più bambine. L’abito di Maria Cristina è quello indossato al matrimonio: aveva già 20 anni.[fig. 10]

Abito di Maria Cristina di Savoia

Da un primo sondaggio fatto a una settimana di distanza dalla mostra, ecco , a parte i ritratti, i tre oggetti, tra i tanti, che ricordiamo come più memorabili:

  • Gran Necessaire da viaggio, che è in realtà un doppio necessaire. Quello più grande  contiene un set da pranzo per due persone in porcellana di Capodimonte realizzato in radica; quello al suo interno, invece, è tutto realizzato in scomparti ingegnosi per profumi, forbicine, rasoi, e lo spazzolino da denti in fondo. Un bambino in braccio alla madre non ha trovato pace fino a quando non lo ha visto. Questa valigia organizzata apparteneva  a Francesco II e Maria Sofia di Baviera, ora messa a disposizione dal Principe Carlo di Borbone, pretendente al titolo. Ebbene sì, anche il Regno delle due Sicilie, scomparso dalle cartine geografiche circa 150 anni fa, ha ben due discendenti in corsa per il titolo. 
  • La culla di Vittorio Emanuele.  Margherita di Savoia è senz’altro una protagonista di rilievo nella mostra. Il bel dipinto di Michele Gordigiani in cui la regina è ritratta con uno strepitoso abito azzurro Savoia e un sontuoso collier delle sue famose perle .  In mostra anche  anche il suo tavolino da toeletta e l’ abito da cerimonia fa-vo-lo-so di seta avorio ricamato con perle il cui lungo strascico lascia dietro di sé una scia di meraviglia. D’altra parte Margherita usò tutto il proprio fascino nel non facile passaggio di dinastia nel meridione. Per conquistare il cuore dei meridionali, si decise che l’erede al trono dei Savoia nascesse  a Napoli. Ed ecco la presenza della elaboratissima culla in legno, madreperla e corallo con preziosissimi camei del principe di Napoli, dono della città per il futuro Vittorio Emanuele III: una riuscitissima collaborazione delle maestranze artigianali napoletane. Ebanisti, scultori, pittori, orafi in soli 35 giorni crearono questa culla come biglietto da visita e simbolo d’orgoglio dei partenopei.
  • Il padiglione nero della diffamazione.  Allestimento originale realizzato per raccontare le calunnie di cui sono state vittime tante sovrane, e non fanno eccezione le nostre. Un colpo basso che in politica funziona sempre per screditare le donne: l’accusa di facili costumi e di amori saffici è e sarà sempre il modo più semplice per gettare fango sulla dignità delle donne. Un padiglione nero e tre buchi per l’occhio, proprio come quelli della serratura, ci fanno spiare immagini di soggetti reali vietate ai minori di 18 anni. 
Domenico Morelli, Culla di Vittorio Emanuele II

Ci fermiamo qui, certe di aver tralasciato oggetti importantissimi e indimenticabili, tra cui sicuramente il grande spazio dato alla fotografia, quando il reale irrompe nella fiaba, ma vogliamo, nelle ultime righe, fare spazio a qualche considerazione.

La prima: chi dice regina di Napoli dice Maria Carolina, se non altro perché ne è stata sovrana tra alterne vicende, per 46 anni. Una presenza troppo discreta in mostra, che sicuramente la sta facendo rivoltare nella tomba e gridare: Nessuno può mettere all’angolo Charlotte. Grande spazio invece alle napoleoniche e, inaspettatamente, a Maria Isabella di Borbone Spagna. Una rivincita per lei: regina della Restaurazione, consorte di francesco I, considerata sempre una regina madre ma mai coinvolta in politica, non ha mai avuto tanta attenzione come in questo caso. Vero è che giocava in casa, avendo abitato alla Reggia per tanti anni.

Seconda considerazione: la mostra è ricca, ricchissima, e si preannuncia tale fin dal suo ingresso. Manca solo una cosa: una narrazione che restituisca l’identità di un Regno che se ha una cosa, è una storia da raccontare.

Didascalie restituiscono date e nomi, i ritratti restituiscono i volti, ma non arriva la Storia, unica e irripetibile di ognuna di loro, e il contributo che hanno dato al Regno. Il percorso per aree tematiche restituisce un ritratto di regalità femminile, ma non riscatta una memoria. 

Guardare le ceramiche di Meissen e sapere che sono arrivate direttamente da Dresda, dono di un padre alla figlia per la nascita del primo erede della nuova dinastia, Filippo di Borbone, che però non diventerà mai re….

leggere il poemetto scritto da Eleonora Pimentel Fonseca per Maria Carolina e da lì capire le ragioni della fine tragica di una rivoluzionaria…

Molinaretto, Elisabetta Farnese

guardare il ritratto della Farnese appena diventata regina, senza un gioiello, con la sola corona dietro di sé e capirne il sottotesto [

Per tutto questo c’è solo WebinARTE

Gabriella D’Ippolito

si ringraziano per la collaborazione Margherita Lucariello, Marinella Stortone, Manuela Varlese e Valeria Altiero