Di Gabriella D’Ippolito per WebinART
* L’Immagine sulla locandina indica la data del 6 Luglio come chiusura mostra, in realtà è stata prorogata al 31 Agosto
Da Ulisse a Tom Hanks è un attimo, eppure sono passati quasi tremila anni.
Il mito della sirena si è evoluto, racconta una storia diversa, ha cambiato connotati e iconografia.
La mostra Parthenope. La Sirena e la città al Museo archeologico nazionale di Napoli ha messo subito d’accordo tutto il gruppo Webinarte del sud.
Nell’atrio del MANN campeggia l’opera site specific di Francisco Bosoletti, dedicata al tuffo suicida di Partenope. L’opera contemporanea fa da porta del tempo in un viaggio circolare che parte dalla Magna Grecia e attraversa il mito fino ai giorni nostri.
Il disegno è di grande impatto, ma il nostro cuore è stato rapito da un’altra opera, qui in esposizione temporanea: la statua originale dell’Artemide Efesia (II secolo d.C.)

della collezione Farnese e il biscuit di Tagliolini ispirato alla stessa dea in versione romana, Il Sacrificio a Diana d’Efeso, realizzato nel 1790. Si tratta solo di una piccola anteprima del prossimo appuntamento al Museo e Real Bosco di Capodimonte. Naturalmente è già in agenda.
La mostra è al terzo piano. Meglio prendere l’ascensore a meno che non si sia giovani e/o allenati: i tre piani del MANN si sentono come se fossero nove.
Gli spazi sono affollati, d’altronde è domenica i gruppi con le guide si sono sovrapposti, e a noi tocca iniziare dalla seconda tappa.
Di rito, il benvenuto è affidato a Spina Corona, statua del Cinquecento tanto piccola quanto potente: originariamente collocata sulla fontana nei pressi di piazza Nicola Amore, ora al suo posto c’è una copia, e l’originale abita alla Certosa di San Martino (Napoli). Malandata ma ancora carismatica, figura identitaria della città, la sirena dalle gambe di uccello spegne con l’acqua dei seni il furore del Vesuvio.

Il mito, naturalmente, è molto più antico; quando la letteratura era agli albori, era già diffuso e attestato. Omero nell’Odissea ne parla come di una creatura nota, non ha bisogno di spiegarne le fattezze. Le sirene che tentarono Ulisse erano creature da cui difendersi, simboleggiavano i pericoli della navigazione. E chissà se il potere ammaliatore della loro voce proveniva dalla coda di pesce o da quella di un uccello.
E questa è una mostra che vuole tirare le fila del mito attraverso la storia, paradossalmente sfatando l’immagine pop contemporanea. Dimenticate Disney e Ariel curiosa e sognatrice: un tempo la sirena era una creatura con la testa di donna ma le zampe e la coda di un uccello, il suo richiamo non era ammaliatore bensì pericoloso.
Anche se Omero non ci ha consegnato le forme delle creature tentatrici di Odisseo, l’episodio viene però rappresentato già nell’VIII e nel VII secolo a.C. su numerose suppellettili del Mediterraneo.
E qui, nella sezione azzurra dell’esposizione, i pezzi esposti sono tantissimi e dimostrano quanto il mito delle sirene sia attestato e diffuso fin dall’antichità.
Figure nere sui vasi attici, balsamari, statuine, affreschi pompeiani (quello conservato al British Museum è straordinario): i pezzi antichi sono tanti e vengono dal Metropolitan Museum of Art, dal British Museum, ma anche dal Museo archeologico di Taranto, un vero tesoro nazionale.

I gioielli esposti di origine greca ed etrusca ripropongono l’immagine delle sirene alternata con quella del padre, il toro dalla testa umana Acheloo, dal cui sangue sarebbero nate.

Dall’VIII secolo a.C. al Medioevo, il mito della sirena cambia radicalmente immagine e funzione. Già nel mondo classico come figura di accompagnamento nei riti di passaggio da quello della fanciullezza all’età adulta a quello dalla vita alla morte, ma a partire dal VII-VIII secolo d.C., l’iconografia della coda di pesce entra stabilmente nell’immaginario, sostituendo a poco a poco le antiche sembianze di uccello.
E che Parthenope fosse associata ai matrimoni come ai funerali lo sappiamo perché tanti di questi oggetti in mostra provengono da corredi. Come ci piace, ci diciamo tra noi, quando un piccolo oggetto ritrovato sotto terra diventa un pezzo di un puzzle antico.
Tutto bellissimo fin qui, ma il meglio deve ancora venire.
E il meglio per noi, per il nostro “cisiamomandate” di webinartine partenopee, è il legame con la città: il filo rosso che attraversa la storia dalla sua fondazione attraverso i secoli. Un omaggio e uno studio doveroso in questo momento di rinascenza effervescente di Napoli e delle sue storie.
Su questa sirena, suicidatasi dopo il rifiuto di Ulisse, e venuta a morire a Pizzofalcone, che sia una creatura ibrida o una principessa greca, di testimonianze che ci riportano alla Napoli greca ce ne sono tante.
Monete, per esempio, con il suo profilo e quello del padre Acheloo; frammenti di statuette votive (quelle teste di donna di varie dimensioni con quelle pettinature che ci siamo chieste come facessero a tenersele su senza una piastra), reperti che ci rammentano che un tempo qui si celebravano giochi olimpici in onore di Parthenope, e che dunque la città deve essere stato sempre un centro vivace, di commercio, di culti, di feste.

La ricostruzione della fondazione e della vita di Parthenope e Neapolis passa attraverso questi frammenti e ricostruisce una civiltà.
E veniamo all’età moderna.
Della fontana cinquecentesca di Spina Corona abbiamo già parlato, segno evidente che il legame con il mito non si era mai spento.
E poi c’è Winckelmann , al quale, nel suo passaggio in città, non deve essere sfuggito il potere identitario della sirena. In mostra c’è una stampa che raffigura il litigio con la Ninfa Egle per il giardino delle Esperidi. Parthenope tiene in mano uno scettro e una chiave, simboli del dominio sulla città. In sostanza Winckelmann fa un’allegoria delle origini di Napoli: la città nasce dalla contesa tra due miti femminili, e la sirena vince.

In epoca vicereale (1503-1713) il mito di Parthenope si sovrappone a quello di santa Patrizia di Costantinopoli, compatrona di Napoli. Discendente di Costantino, vissuta nella seconda metà del VII secolo d.C., Patrizia rifiutò il matrimonio e la sua vita agiata e si mise in viaggio per mare. Approdò a Napoli, dove si dedicò a una vita di castità e preghiera. Le affinità tra la Santa vergine venuta dal mare e la Sirena Parthenope furono esaltate dagli scrittori napoletani tra il XVI e il XVIII secolo. Carlo Celano, alla fine del Seicento, raccontava che, per scegliere il luogo della sepoltura di Patrizia, il Duca di Napoli stabilì che fosse posta su un carro trainato da due giovenchi, e che la tomba fosse collocata dove i giovenchi si fossero fermati. Il carro salì fino al punto più alto della città e si fermò “poco distante dal Sepolcro di Partenope”, dove furono deposte le spoglie della giovinetta.

La devozione a Santa Patrizia è sempre stata viva a Napoli: nel 1625 si guadagnò il titolo di compatrona della città; ogni 25 agosto, giorno della sua festa, e ogni martedì il suo sangue si scioglie nella chiesa di San Gregorio Armeno. Ancora oggi si rivolgono a lei le donne in cerca di marito. La statua in bronzo presente in mostra è conservata al Duomo di Napoli dalla metà del XVII secolo.
I secoli XVII e XVIII segnano il revival della Sirena. D’altronde, il barocco non poteva uscire indenne dal fascino di questa creatura ibrida e inquietante. Ed ecco allora statue in bronzo (quella proveniente dal MET è straordinaria, guardate da dietro i suoi capelli lasciati sciolti e non servirà che canti per restarne ammaliati), capitelli di balconi, scene d’opera in musica.


Bella l’idea di creare un itinerario in bianco e nero che faccia da mappa delle sirene in città.
Non mancano i libri delle opere musicali, come quella dedicata a Ferdinando IV di Borbone

e a un’altra ancora a Gioacchino Murat

E a proposito di francesi a Napoli, non sorprende la passione per la Sirena di Carolina Bonaparte, regina consorte di Napoli dal 1806 al 1814, sorella di Napoleone e moglie di Gioacchino Murat.
In una serie di medaglie in bronzo , argento e oro si fece raffigurare nella stessa posa e con la stessa acconciatura di Parthenope sulle monete greche di Neapolis, con la scritta in caratteri greci Basilissa Karoline (‘Regina Carolina’); come nelle monete antiche, sul rovescio è rappresentato Acheloo.

Bellissima anche la vasca in marmo rosso antico rinvenuta a Pompei nel 1811, alla quale la Regina aggiunse un piede conformato a Sirena.
In un angolo, poi, accanto al bronzo del MET, uno splendido ciondolo gioiello proveniente da Palazzo Pitti, risalente alla fine dell’Ottocento/ inizi del Novecento, quando a predominare era l’aspetto ambiguo e seduttivo della Sirena.

Dulcis in fundo, chiudiamo il cerchio. Noi abbiamo iniziato dalla seconda sala, e dunque l’ultima opera è il vaso attico del British Museu uno dei prestiti più importanti della mostra. Per la prima volta esposto a 360°, raffigura il suicidio di Parthenope, il cui sacrificio ha dato origine alla città, e a cui è ispirato il disegno di Bosoletti all’ingresso.

Usciamo soddisfatte.
Se ci siete già stati lo sapete: il MANN è uno di quei musei che meritano l’intera giornata. L’alternativa è bendarsi gli occhi e fuggire subito dopo aver visto la mostra. Se volete giustificare con voi stessi il prezzo del biglietto, meglio rimanere. Se non avete organizzato un itinerario e non volete rischiare il sovraccarico, meglio la seconda.
Gabriella d’Ippolito
in collaborazione con Valeria Altieri, Margherita Lucariello, Manuela Varlese
Parthenope. La Sirena e la città. Dal 19 aprile al 31 agosto 2026, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Piazza Museo 19, Napoli
Tutti i credits delle foto sono di Gabriella D’Ippolito.
