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MATISSE AL MUDEC. IL MONDO IN UNA STANZA

Locandina della mostra Matisse. Il mondo in una stanza al MUDEC di Milano

Di Giuliana Petrone

Nelle opere di Matisse il colore non si limita a rivestire le cose. Entra nello spazio, lo dilata, lo rende più leggero, a tratti quasi instabile. Una parete smette di essere solo una parete, una stoffa comincia a vibrare, un vaso, una sedia, una finestra acquistano una presenza nuova, come se fossero attraversati da un’energia silenziosa. È questa una delle impressioni più forti che lascia la sua pittura: tutto appare semplice, limpido, immediato, eppure nulla è mai davvero fermo.

Da qui prende avvio Matisse. Il mondo in una stanza, la mostra che il MUDEC di Milano ospiterà dall’8 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027. Curata da Ellen McBreen e Chiara Gatti, l’esposizione riunisce circa cento opere e concentra l’attenzione su un aspetto essenziale della ricerca dell’artista, cioè il dialogo con culture e tradizioni visive diverse, dall’arte africana a quella islamica, dal mondo russo a quello cinese fino all’area del Pacifico.

Il titolo è già una dichiarazione di intenti. La stanza di Matisse non è uno spazio chiuso, appartato, separato dal resto del mondo. Al contrario, è un luogo attraversato da oggetti, tessuti, immagini, memorie e forme provenienti da geografie lontane. Lo studio dell’artista diventa così un interno densissimo, quasi un laboratorio visivo nel quale tutto può essere osservato, spostato, ripensato e infine trasformato in pittura.

Henri Matisse, Femme à la voilette, 1927, olio su tela, 61,6 × 50,2 cm. The William S. Paley Collection, The Museum of Modern Art, New York.

La mostra milanese parte proprio da questa idea e prova a seguirne le tracce. Dipinti, sculture, disegni, libri d’artista, tessuti e oggetti arrivano da importanti istituzioni internazionali, tra cui il Museum of Modern Art di New York, il Philadelphia Museum of Art, il Musée d’Orsay, il Musée de l’Orangerie, il Musée Picasso, il Musée du Quai Branly e il Museo Nazionale del Bargello. A questi si aggiungono materiali provenienti dal Musée Matisse di Nizza e dal Museo delle Civiltà di Roma, che consentono di avvicinarsi ancora di più all’ambiente concreto nel quale Matisse lavorava.

È un punto importante, perché gli oggetti che popolavano il suo atelier non avevano una funzione marginale. Non erano semplici elementi decorativi o curiosità raccolte nel tempo. Matisse li osservava a lungo, li disponeva accanto ai modelli, ne studiava i profili, i motivi ornamentali, i rapporti con la luce. Una stoffa poteva cambiare il ritmo di un quadro, una ceramica poteva suggerire un equilibrio nuovo, una maschera o un’icona potevano lasciare una traccia sottile nel modo di costruire una figura o di organizzare la superficie. Il suo sguardo non copiava, assorbiva.

Per questo la mostra promette di essere interessante anche per chi pensa di conoscere già molto bene Matisse. Dietro l’immagine, fin troppo consolidata, del pittore della gioia cromatica e della linea felice, emerge infatti un artista rigoroso, attentissimo, capace di inseguire per anni una forma di semplicità che non ha nulla di spontaneo o di facile. La leggerezza delle sue opere non nasce da un gesto istintivo, ma da un lungo lavoro di selezione, di riduzione, di chiarimento. Tutto ciò che appare naturale è stato, prima, pensato con estrema precisione.

Allo stesso tempo, il progetto del MUDEC non sceglie la strada più comoda, quella che riduce ogni apertura verso l’altrove a una generica fascinazione per l’esotico. È un termine che per molto tempo ha semplificato e appiattito realtà molto diverse tra loro. Gli oggetti arrivati negli atelier europei tra Ottocento e Novecento portavano con sé storie complesse, fatte di viaggi, commerci, collezioni etnografiche, appropriazioni e gerarchie culturali legate anche alla storia coloniale. La mostra affronta questo nodo senza moralismi e senza indulgenza, invitando a osservare il lavoro di Matisse dentro una rete di relazioni più ampia e meno rassicurante.

Henri Matisse, Jeune fille assise, robe persane, 1942, olio su tela, 43,5 × 56,5 cm. Musée national Picasso-Paris, Donation Picasso, 1978

In questo senso la presenza di Ellen McBreen alla curatela è particolarmente significativa. La studiosa ha dedicato una parte importante delle sue ricerche a Matisse, al modernismo francese e ai rapporti tra arte europea, cultura africana e immaginario coloniale. Il percorso del MUDEC sembra quindi nascere da una base critica solida, capace di tenere insieme il piacere visivo delle opere e la complessità storica che le attraversa.

Nel racconto entrano anche i viaggi dell’artista. I soggiorni a Tangeri tra il 1912 e il 1913, per esempio, ebbero un peso profondo nella sua esperienza visiva. La luce del Marocco, più netta e vibrante, la semplificazione delle forme, l’intensità dei colori, tutto questo continuò a risuonare a lungo nella sua pittura. In mostra compariranno anche fotografie d’epoca e immagini scattate dallo stesso Matisse, tracce preziose di uno sguardo che non smise di elaborare ciò che aveva incontrato.

Lo stesso vale per Tahiti, raggiunta nel 1930. Da quel viaggio non nacque un resoconto descrittivo, ma una memoria visiva destinata a riemergere nel tempo. Le forme marine, gli uccelli e le presenze sospese di Océanie appartengono proprio a questa dimensione: non sono la trascrizione di un paesaggio, ma il deposito luminoso di una sensazione. Il mare, più che essere rappresentato, sembra espandersi sulla superficie.

Henri Matisse, Océanie, le ciel, 1946, gouache su carta ritagliata e incollata, montata su tela. Musée départemental Matisse, Le Cateau-Cambrésis.

Una parte decisiva della mostra sarà dedicata anche ai lavori della maturità, quando Matisse, costretto dalla malattia a rivedere le proprie abitudini, trova nelle carte ritagliate una libertà nuova. Con Jazz il colore viene tagliato direttamente, senza passaggi intermedi. Le forme si spostano, si avvicinano, si aprono, respirano. Il risultato è di una freschezza sorprendente, ma dietro quella libertà si avverte ancora una volta il rigore di chi ha passato una vita intera a interrogare lo spazio.

Henri Matisse, The Codomas, tavola XI da Jazz, 1947, pochoir. The Metropolitan Museum of Art, New York.

Accanto a questi lavori compariranno anche le illustrazioni per Mallarmé e Montherlant, i progetti decorativi e i disegni legati alla Cappella del Rosario di Vence. È un insieme che mostra molto bene come, negli ultimi anni, Matisse abbia oltrepassato con naturalezza i confini tra pittura, disegno, decorazione, libro e architettura. Le arti non stanno più una accanto all’altra. Si cercano, si mescolano, si sostengono.

Alla fine, la stanza evocata dal titolo appare sempre meno come un interno e sempre più come uno spazio mentale, aperto, mobile, permeabile. Dentro quella stanza entrano il Mediterraneo e il Pacifico, il Nord Africa e la Russia, il tessuto, il vetro, la carta, la ceramica, il ricordo di un viaggio, la presenza concreta di un oggetto. Tutto viene accolto e tutto viene trasformato.

Henri Matisse, Frontespizio da Pasiphaé: Chant de Minos di Henry de Montherlant, 1943–1944, linoleografia. The Museum of Modern Art, New York.

Matisse. Il mondo in una stanza sembra allora voler restituire al pubblico non solo la bellezza delle opere, ma anche il loro retroterra vitale, fatto di incontri, di scambi, di tensioni e di metamorfosi. È una mostra che promette di far vedere Matisse da vicino, ma anche di farlo vedere più ampio, meno prevedibile, più inquieto e più ricco. Ed è forse proprio questo il modo migliore per avvicinarsi a un artista che ha saputo dare al colore una leggerezza capace di restare nella memoria.

Di Giuliana Petrone

Fonti

MUDEC, pagina ufficiale della mostra Matisse. Il mondo in una stanza.

24 ORE Cultura, scheda ufficiale della mostra.

Musée Matisse de Nice, biografia e documentazione sulla collezione.

Museum of Modern Art di New York, materiali su Océanie e sui papiers découpés.

The Metropolitan Museum of Art, scheda critica di Jazz.

Wheaton College, profilo accademico di Ellen McBreen.

Crediti immagini

locandina ufficiale courtesy 24 ORE Cultura e MUDEC – Museo delle Culture di Milano; Henri Matisse, Océanie, le ciel, 1946, Musée départemental Matisse, Le Cateau-Cambrésis, crédit photographique Musée départemental Matisse / Conseil départemental du Nord; Henri Matisse, The Codomas, tavola XI da Jazz, 1947, The Metropolitan Museum of Art, New York, Gift of Lila Acheson Wallace, 1983; Henri Matisse, Eventail de Madame Mallarmé, 1932, e Frontispiece from Pasiphaé: Chant de Minos (Les Crétois), 1943–1944, The Museum of Modern Art, New York, The Louis E. Stern Collection. © 2026 Succession H. Matisse / Artists Rights Society (ARS), New York.