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LE DONNE CHE LA STORIA NON CANCELLA: ANSELM KIEFER A PALAZZO REALE

di Giuliana Petrone

Una stanza lasciata ferita. Una mostra che rifiuta di sistemarla.

A Milano c’è una stanza che non è mai stata aggiustata. Non per mancanza di fondi, ma per scelta. La Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale è rimasta segnata dal bombardamento del 1943, come un errore che nessuno ha voluto correggere.

Non è uno spazio che ospita mostre. È uno spazio che le mette alla prova.

Le pareti non sono neutre, non fanno da sfondo. Portano dentro una memoria che non è stata ricostruita ma lasciata esposta, come se Milano avesse deciso di convivere con una ferita invece di cancellarla. Ed è proprio per questo che ogni intervento qui dentro non può limitarsi a stare nello spazio. Deve entrarci in tensione.

Anselm Kiefer. Le Alchimiste, aperta dal 7 febbraio al 27 settembre 2026, parte esattamente da qui. Non usa la sala come contenitore, ma come parte attiva del lavoro. Non la riempie, non la addolcisce. Ci lavora contro e insieme. La tratta come materia.



Non è la prima volta che questa stanza viene chiamata a sostenere un confronto così diretto con la storia. Nel 1953 ospitava il Guernica di Pablo Picasso. Allora il trauma veniva trasformato in immagine, reso visibile e leggibile. Qui accade qualcosa di diverso. Il trauma non viene rappresentato. Resta nello spazio e si intreccia con le opere, diventando parte del loro funzionamento.

È da questo dialogo che prende forma la mostra.

Anche la curatela di Gabriella Belli si muove in questa direzione, ed è qui che il progetto prende davvero posizione. Non accompagna il pubblico, non costruisce un percorso che spiega, non offre appigli rassicuranti. Le didascalie non guidano, non traducono, non semplificano. Non c’è una narrazione che chiude il senso delle opere.

È una scelta precisa. Togliere la spiegazione per lasciare spazio all’esperienza.

Belli non protegge lo spettatore e non addomestica il lavoro. Costruisce una condizione in cui spazio, materia e linguaggio si sovrappongono senza gerarchie e senza mediazioni. È una curatela che rinuncia al controllo apparente per ottenere qualcosa di più difficile. Un confronto diretto, senza filtri, con opere che non chiedono di essere capite subito.



È dentro questa condizione che le opere smettono di essere “quadri” nel senso tradizionale. La mostra presenta oltre quaranta grandi teleri concepiti appositamente per dialogare con la Sala delle Cariatidi. E infatti più che immagini sembrano superfici costruite per accumulo. Il piombo domina ma non come simbolo raffinato. È piegato, ossidato, quasi esausto. La cenere è lì come residuo e come materia. La paglia affiora in ciocche secche, la terra entra nelle tele, i fiori essiccati non decorano ma testimoniano un decadimento già avvenuto. In alcune opere compaiono libri inglobati nella superficie, chiusi, resi illeggibili, come se la conoscenza fosse presente e insieme sottratta. Non illustrano qualcosa. Trattengono un processo.



E poi ci sono i nomi. Non come semplici titoli, ma come presenze che emergono e quasi subito rischiano di essere riassorbite. Maria la Giudea, Isabella Cortese, Marie Meudrac, Rebecca Vaughan, Mary Anne Atwood. E soprattutto Caterina Sforza. La mostra si chiama Le Alchimiste perché non usa l’alchimia come una metafora decorativa, ma come un campo di sapere instabile, laterale, mai del tutto legittimato, proprio per questo capace di conservare figure femminili che la storia ufficiale ha registrato male, tardi o affatto.

Caterina Sforza, in questo pantheon, è la figura che rende tutto più interessante. Non perché sia la più misteriosa, ma perché è la meno facile da relegare ai margini. Il progetto insiste sul suo legame con Milano, dove visse la giovinezza, e la presenta come scienziata e condottiera, autrice di un raro manoscritto con oltre quattrocento ricette tra medicamenti e formule alchemiche. È una presenza che manda in crisi molte categorie contemporanee. Potere e cura, governo e sperimentazione, corpo e conoscenza. Caterina Sforza non separa ciò che noi siamo abituati a dividere. Ed è probabilmente per questo che dentro la mostra conta così tanto. Non incarna un femminile decorativo, ma un femminile che agisce, manipola, trasforma, interviene sulla materia e quindi sul mondo.



A questo punto il discorso si sposta inevitabilmente nel presente. Perché quello che la mostra mette in scena non è semplicemente il recupero delle donne dimenticate. È il modo in cui la storia le trattiene e allo stesso tempo le perde. Le rende visibili e subito dopo le riassorbe. Le opere funzionano esattamente così. Mostrano e cancellano nello stesso gesto. I nomi affiorano ma non si fissano. Le figure esistono ma restano precarie. Per le donne di oggi questo è un nodo ancora aperto. La visibilità esiste, ma non coincide sempre con il riconoscimento. La presenza è aumentata, ma la possibilità di incidere resta spesso instabile.

La mostra non lo spiega in modo didascalico. Lo mette in scena attraverso la materia, il peso, la corrosione, la resistenza.



E allora succede una cosa precisa. Non capisci più se stai guardando delle opere dentro una sala distrutta o se è la sala stessa che continua a trasformarsi attraverso le opere. La distinzione salta. È lì che Le Alchimiste smette di essere un tema e diventa un sistema.

Alla fine non esci con una risposta. Esci con una sensazione più scomoda. Che la storia non sia mai davvero conclusa. Che ciò che è stato quasi cancellato continui, ostinatamente, a riemergere. E che, forse, mai come in questi giorni, continui anche a ripetersi.




Giuliana Petrone


Fonti:
Palazzo Reale Milano – Anselm Kiefer. Le Alchimiste
Marsilio Arte – Kiefer. Le Alchimiste
Rai Cultura – Anselm Kiefer. Le alchimiste