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Joyaux dynastiques: tutto brilla, ma non tutto è innocente

Testo e Foto di Giuliana Petrone per WebinARTE

Piccola premessa, prima che qualcuno apra Google pieno di entusiasmo: la mostra è finita il 6 aprile. Dunque sì, questo articolo arriva in ritardo. Non un ritardo poetico, non un ritardo “meditato”: proprio in ritardo. La buona notizia è che almeno non dovrete controllare i biglietti, scoprire che è tutto esaurito e correre per Parigi come ho fatto io. La cattiva è che non potrete vederla. Resta quindi la forma più crudele di consolazione culturale: leggerne adesso, quando ormai è troppo tardi.

Stavo passeggiando tranquilla per le strade di Parigi, in uno di quei pomeriggi di primavera in cui non hai nessuna fretta e ti fai serenamente i fatti tuoi, quando il telefono vibra. È un WhatsApp di Alessandra (fondatrice di WebinARTE): “Se riesci, vai a questa mostra”. Controllo i biglietti. Tutto pieno. O quasi. Ne è rimasto uno, uno soltanto, da lì a quaranta minuti. Ed è in quel momento che la mia tranquilla passeggiata parigina finisce e inizia una corsa verso l’Hôtel de la Marine, dove è allestita la mostra “Joyaux dynastiques / Dynastic Jewels. Power, prestige and passion, 1700-1950” (dal 10 dicembre 2025 al 6 aprile 2026). Il biglietto era uno, così mio marito è rimasto fuori ad aspettare mentre io mi godevo il percorso. Cosa non si fa per l’arte, nel mio caso. E per amore, nel suo.

E forse è stato meglio così: entrarci quasi di slancio, senza troppo tempo per costruirmi un’aspettativa precisa. Perché Joyaux dynastiques è una di quelle mostre che, sulla carta, rischiano di sembrare molto semplici: gioielli antichi, dinastie europee, pietre favolose, splendore a palate. Bello, sì. Anche troppo facile, verrebbe da dire. E invece no.


Perché, appena il primo abbagliamento passa (e passa sempre, anche davanti ai diamanti) ci si accorge che il punto non è soltanto la meraviglia. O almeno non la meraviglia da sola. Il punto è tutto ciò che quei gioielli hanno significato. Non semplici ornamenti, ma strumenti di prestigio, di rappresentazione e di potere. In pratica: non roba da mettere addosso. Roba da mettere in chiaro. Del resto, il percorso è costruito proprio per raccontare il gioiello come segno di status, heritage e authority, attraverso pezzi provenienti dalla Al Thani Collection e dal Victoria and Albert Museum, insieme ad altri prestiti importanti.

Forse è per questo che, invece di farmi subito pensare al lusso, questa mostra mi ha fatto pensare all’infanzia. A quando, da bambine, bastava una collana esagerata, una spilla improbabile, un anello infilato male per sentirsi improvvisamente importantissime. Regine, naturalmente. O comunque qualcosa del genere. Solo che, da adulte, si capisce una cosa un po’ meno innocente: i gioielli non servivano a sentirsi regine. Servivano a far vedere chi la regina fosse davvero. E non solo la regina: l’imperatrice, la consorte, la dinastia giusta.

Joyaux dynastiques funziona perché prende qualcosa che all’inizio sembra soltanto bellissimo e lo restituisce nella sua complessità. Qui i gioielli parlano eccome: di genealogie, matrimoni strategici, eredità, diplomazia travestita da eleganza. Ogni pietra luccica, sì, ma soprattutto dichiara. Un diadema non dice solo “guardami”. Dice “ricordati chi rappresento”. Una collana non dice soltanto “sono ricca”. Dice “appartengo a una storia, a un nome, a un ordine preciso del mondo”.

In tutto questo conta molto anche il luogo. L’Hôtel de la Marine non è uno spazio neutro. E fa bene a non esserlo. Perché amplifica il discorso sulla rappresentazione, sul prestigio, sulla teatralità del rango. La ricchezza, qui, non sta solo nei gioielli, ma anche in tutto ciò che li circonda: gli ambienti, l’architettura, il senso di cerimonia che il luogo si porta dietro.

Non farò il catalogo, anche perché sarebbe inutile: mostre come questa rischiano sempre di farti inciampare nell’elenco dei capolavori e di perdere per strada il resto. Mi limito allora a tre pezzi. Non per valore, che qui sarebbe un argomento piuttosto impegnativo e trasformerebbe questo articolo in un inventario con crisi di inferiorità.

Il primo è la Sapphire Coronet di Queen Victoria nonostante sia un gioiello regale fino all’ultimo diamante, conserva qualcosa di quasi intimo. E poi c’è la storia, che aiuta parecchio: fu disegnata per Victoria dal principe Albert nel 1840, l’anno del loro matrimonio. Proprio questo intreccio tra sentimento privato e immagine pubblica la rende, ai miei occhi, molto più interessante di un semplice capolavoro di splendore. 

(Quella in basso)

Il secondo è l’Emerald Tiara di Queen Victoria. Se la coronet in zaffiri ha qualcosa di più raccolto, questa, invece, gioca apertamente nel campionato della presenza scenica. Il verde smeraldo, accanto ai diamanti, ha qualcosa di quasi insolente, nel senso migliore del termine. Più che la bellezza in sé, mi interessa il modo in cui quella bellezza riesce a diventare linguaggio di autorità.

Il terzo, forse proprio perché mi tocca più da vicino, è il gruppo dei Gold and Cameo Jewels legati a Joséphine de Beauharnais, la prima moglie di Napoleone e poi imperatrice dei francesi, una donna che ha trasformato il gusto, l’immagine e persino il modo di abitare il lusso in un’epoca intera. E qui lo ammetto: da napoletana ( o giù di lì), i cammei per me hanno un altro sapore. Non perché siano “nati” a Napoli in senso stretto, ma perché Napoli e, soprattutto, Torre del Greco hanno costruito intorno al cammeo una tradizione così forte da renderlo quasi un fatto di famiglia, qualcosa che sento immediatamente vicino. Secondo la tradizione ricordata anche da Sotheby’s, quelle parure sarebbero arrivate a Joséphine tramite la cognata Caroline Murat, poi regina di Napoli. E così, in mezzo a tanto splendore, spunta anche un piccolo nodo sentimentale che, da Parigi, riporta verso casa.

Mi è venuto spontaneo fare un paragone con la mostra Cartier che avevo visto al Victoria and Albert Museum di Londra. E qui, lo ammetto, l’equivoco iniziale è stato quasi inevitabile. Sono entrata in Joyaux dynastiques aspettandomi più o meno la stessa cosa: una grande mostra di gioielli, elegantissima, tutta giocata sullo splendore, sul nome, sul savoir-faire. E invece no. O meglio: non solo.

Perché se Cartier al V&A metteva al centro la maison, la costruzione di uno stile, la precisione del gusto, qui a Parigi il gioiello cambia funzione. Non è più soltanto invenzione, eleganza, firma. Torna a essere rango, genealogia, rappresentazione, potere. In una domina la maison, nell’altra domina la dinastia.

E cambia tutto anche intorno. Londra, per come l’ho vissuta io, aveva qualcosa di più pulito, più controllato, quasi più asettico: lo sguardo andava dritto all’oggetto. Parigi, invece, fa un’altra cosa. All’Hôtel de la Marine i gioielli non sono semplicemente esposti: sono immersi in un contesto che li carica di senso, li accompagna, quasi li rimette in circolo. E allora la ricchezza della mostra non sta solo nella quantità o nella qualità dei pezzi, ma anche in tutto ciò che li circonda. Cartier ti metteva davanti al lusso. Joyaux dynastiques ti mette dentro il potere.

Uscendo, non mi è rimasta addosso solo la memoria di oggetti straordinari. Mi è rimasta una sensazione più complessa, e molto più viva: quella di aver visto il lusso smettere di essere una faccenda decorativa e tornare a essere ciò che spesso è stato, una lingua. Una lingua severa, lucidissima, piena di codici, capace di dire in un attimo chi sei, da dove vieni, chi rappresenti, quanto vali e quanto vuoi continuare a valere.

Insomma, Joyaux dynastiques non è solo una mostra che brilla. È una mostra che ti ricorda perché, per secoli, il brillare sia stato una faccenda serissima. E anche un po’ spietata.

Poi sono tornata da mio marito e ho capito che mostre come queste sono pericolose. Perché ti confermano che per essere felici non serve affatto un gioiello. Ma ti fanno anche venire il sospetto che, ogni tanto, potrebbe essere un’idea eccellente.

Giuliana Petrone

FONTI

Hôtel de la Marine — Dynastic Jewels

The Al Thani Collection — Dynastic Jewels

Le Monde — Jewels of power go on display in Paris