di Tonia Capo
Una mostra per scoprire un artista che ha saputo sorridere dell’eternitÃ
C’è un momento, nella vita dei grandi maestri, in cui l’inquietudine della giovinezza lascia il posto a una saggezza diversa, più tersa e quasi ludica. È questo il cuore pulsante di Giorgio de Chirico. L’ultima metafisica, la mostra ospitata fino al 12 aprile 2026 nella nuova ala del Palazzo dei Musei a Modena.
Curata da Elena Pontiggia, l’esposizione è un viaggio nel ritorno del Pictor Optimus ai suoi temi più cari, riletti attraverso la lente della Neometafisica, la stagione che va
dal 1968 al 1978.
Un teatro di colori e ricordi
Passeggiando tra le cinquanta opere provenienti dalla Fondazione de Chirico, si percepisce immediatamente un cambio di passo rispetto alle piazze d’Italia desolate
e angoscianti degli anni Dieci. Questa ultima stagione accoglie il visitatore con una luce nuova, diversa dalla prima Metafisica, il regno del silenzio assoluto e del
presagio.

I manichini, le muse e i templi classici sono ancora lì, ma i colori si sono fatti piùaccesi, quasi pop, le pennellate sono meno dense. È come se de Chirico, ormai ottantenne, avesse deciso di fare pace con i propri fantasmi, invitandoli a giocare su un palcoscenico dove l’ironia prende il posto del nichilismo.
Ne I quadri degli Interni Metafisici le stanze sono piene di squadre, regoli e legni colorati che sembrano usciti da una scatola di costruzioni per bambini dove l’artista mette insieme pezzi di realtà diversi solo per vedere l’effetto che fanno

Un esempio di questa nuova energia è la Piazza d’Italia con statua di Cavour del 1974. Qui, de Chirico riprende uno dei suoi temi più iconici, ma lo spoglia di quella
vecchia angoscia per vestirlo di una freschezza cromatica sorprendente. Se nelle prime piazze le architetture sembravano sfuggire via in prospettive accelerate e quasi vertiginose, qui le forme si fanno più solide e rassicuranti. Al centro della scena troneggia la statua di Cavour, immersa in un’atmosfera sospesa, in una dimensione
onirica e assolutamente senza tempo, regalandoci quella sensazione di calma apparente.

Questa tavolozza quasi ‘caramellata’ sottrae drammaticità ai soggetti, trasformando il tragico in incanto. Persino una scena densa come Ettore e Andromaca davanti a
Troia, pur conservando intatta la sua intensità mitica, sembra ora far parte di una messinscena teatrale: una recita consapevole dove gli attori sanno che, una volta
calato il sipario, potranno svestire i panni degli eroi e tornare serenamente alla realtà .

Il gioco delle volute
Se le prime opere di de Chirico erano dominate da linee rette e prospettive rigide, la sua stagione matura si arricchisce di un segno grafico tutto nuovo: la voluta. Questi riccioli eleganti, che richiamano i capitelli ionici della sua infanzia greca o le decorazioni barocche, diventano un espediente per riempire la scena. In queste tele, la voluta assume il ruolo di una illogicità ironica: è un vero e proprio artificio visivo che l’artista usa per occupare lo spazio in modo capriccioso e creativo.
È il gesto di un genio che, dopo aver rivoluzionato l’arte, si concede il lusso di dipingerper puro divertimento intellettuale.
Allo stesso tempo, pur senza un riferimento esplicito nei suoi scritti, queste spirali sembrano dare corpo all’idea di Nietzsche dell’Eterno Ritorno. De Chirico, da grande lettore del filosofo, trasforma un concetto astratto in un’immagine concreta e tangibile. La voluta, con la sua forma che non ha né inizio né fine e torna continuamente su sé stessa, diventa il simbolo perfetto di un tempo che non scorre via, ma si ripete all’infinito.

La tristezza della primavera (1970)
Il manifesto della mostra, La tristezza della primavera, riassume perfettamente questo stato d’animo. In una nota autografa, de Chirico confessa di provare quasi
orrore per il “languore” della primavera e di attendere un vento fresco di consolazione. Nel dipinto, le volute inquadrano la scena come due grandi parentesi
sospendendo il tempo e trasformando una stagione di rinascita in un momento di riflessione.
Il volto umano del manichino
Durante la visita alla mostra modenese si vede una evoluzione, un dialogo nuovo tra la figura enigmatica del manichino e l’emozione umana attraverso il mito. In questo
percorso si nota un parallelismo commovente tra due tipi di abbracci: quello del distacco e quello del ritorno.


In Pianto d’amore (Ettore e Andromaca), ci troviamo di fronte alla tragedia dell’addio. Ettore, il guerriero meccanico dalle membra snodate, si fonde in un ultimo contatto con la sua sposa: qui la rigidità del legno sembra quasi sciogliersi nel dolore della partenza imminente. Andromaca è cristallizzata nel suo dolore. Le sue vesti sono rese come segni rigidi e pennellate dense che danno la sensazione di pesantezza, di marmo, non certo di vesti leggere.
A questa scena di separazione fa eco, in un gioco di specchi emotivo, Il figliuol prodigo. Se Ettore era l’eroe che partiva, qui il figlio è colui che finalmente torna. Ad
accoglierlo c’è il padre, una sagoma bianca, solida e imponente, di marmo, che riflette la stessa dedizione silenziosa di Andromaca. In entrambi i quadri, de Chirico
dimostra che anche un manichino senza volto può farsi interprete di sentimenti universali.
L’autoritratto
L’Autoritratto con pullover nero presente in mostra ci restituisce l’immagine di un uomo che, pur invecchiando, mantiene uno sguardo fierissimo e giovane. De Chirico
ci invita a godere di ciò che si guarda, senza cercare una spiegazione logica, ma stare semplicemente nell’enigma.
La mostra di Modena è un’occasione rara per scoprire un artista che ha saputo sorridere dell’eternità , trasformando i suoi ricordi d’infanzia e le sue letture filosofiche in un gioco di colori che scalda il cuore e stuzzica l’intelligenza

.Tonia Capo
Bibliografia
Giorgio de Chirico, L’ultima metafisica, Silvana editore catalogo della mostra, 2024
De Chirico, Artedossier, Giunti editore, 2028.
