Un ritratto della società contemporanea al pittore che riesce, ancora oggi, a suscitare raccapriccio e orrore: La Letra con Sangre entra di Francisco Goya
di Alessandra Gennaro
Se probabilmente state inorridendo di fronte all’opera d’arte di oggi, tranquilli: questa è esattamente la reazione di quel gran genio di Francisco Goya voleva suscitare in chiunque avesse osservato La Letra con Sangre Entra, a cui è dedicata l’Opera d’Arte del Giorno. E se un moto di repulsione può essere la normalità, per noi che, fortunatamente, siamo stati immuni da questi metodi “educativi”, non lo era per i contemporanei dell’artista, ai quali si rivolge, come critica spietata della società dei suoi tempi.
L’ispirazione nasce da un proverbio in voga nella Spagna del secondo Settecento: “la letra con sangre entra”- — le lettere, l’istruzione, entrano col sangue. È il nome con cui oggi conosciamo questo dipinto, conservato al Museo de Zaragoza e databile al 1780-1785 circa: non un titolo scelto da Goya, che non lo firmò né lo titolò mai, ma l’etichetta che la critica gli ha cucito addosso guardando bene cosa succede in scena.

E cosa succede è presto detto. In un’aula affollata e in penombra, un maestro seduto di lato — poltrona, cane ai piedi, aria di totale indifferenza — tiene in mano la frusta e punisce un alunno, tenuto piegato in avanti da una compagna più grande, le natiche scoperte esposte alla luce che Goya fa cadere proprio lì, nel punto più crudo della composizione. Accanto, un altro bambino piange; poco più in là, uno sguardo spaventato. Sullo sfondo, il resto della classe continua a scrivere, leggere, copiare — forse per paura, forse perché quella scena- ahinoi- non ha nulla di eccezionale.
Ed è proprio questo il colpo di genio di Goya: non raccontare un abuso isolato, ma una normalità. Non c’è furore nella mano del maestro, non c’è ribellione nei bambini che assistono: c’è la routine di un metodo pedagogico che nella Spagna dei Lumi conviveva senza troppi scrupoli con gli ideali di progresso e ragione predicati dagli stessi illuministi. Goya, che pochi anni dopo inciderà i Caprichos, mostra già qui la sua cifra più tagliente: l’occhio che osserva senza giudicare apertamente, lasciando che sia lo spettatore a provare l’orrore che i protagonisti della scena non sembrano provare.
A dipingerla è un Goya poco più che trentenne, non ancora il ritrattista di corte e il cronista delle tragedie napoleoniche che diventerà, ma un pittore aragonese in piena ascesa: tra Madrid e Saragozza, occupato a fornire cartoni per gli arazzi della Real Fábrica e i primi ritratti importanti, mentre coltiva, quasi in parallelo, una produzione minore fatta di scene di vita quotidiana — mercati, giochi, risse, e appunto aule scolastiche — destinate a piccole collezioni private più che alle pareti ufficiali. È in questi formati ridotti, meno sorvegliati dalle convenzioni del ritratto o della pittura religiosa, che Goya si concede per primo lo sguardo critico e impietoso che diventerà la sua firma.
Di piccolo formato — poco più di trenta centimetri di lunghezza —, La Letra con Sangre entra appartiene proprio a questa produzione “minore”: Goya non racconta né santi né re, ma una stanza, dei bambini, un uomo con una frusta in mano. Eppure basta questo perché il pittore mostri già, con ventʼanni di anticipo sulle stampe più celebri, come sappia trasformare un episodio ordinario in un atto d’accusa silenzioso. Ed è per questo che, due secoli e mezzo dopo, quella scena continua a farci un po’ male.
Bibliografia
La letra con Sangre entra – Google Art and Culture
La Letra con Sangre entra (analisi del quadro)
L’Opera d’Arte del Giorno (prima)
