Un quadro che sconvolge come un’apparizione: il San Francesco di Lione, ennesimo capolavoro di Zurbarán
La si sarebbe potuta raccontare come una storia, intingendo il pennello nella tavolozza della narrazione, così cara ai fedeli della Spagna controriformista. La storia, oltretutto, c’era davvero; e pazienza se, a rigor di termini, si trattava di una leggenda: l’apparizione del corpo di san Francesco a papa Niccolò V, recatosi in visita alla sua tomba ad Assisi, aveva tutte le carte in regola per fare presa sull’immaginario popolare, con quel miscuglio di devozione e mistero capace di rinverdire tanto la fede quanto la paura.
Ma Zurbarán fa saltare il banco: al posto della narrazione sceglie il momento. Al posto della storia, sceglie la presenza.
Il suo san Francesco si staglia in piedi, immobile, avvolto in un saio bruno dalle pieghe dure e pesanti; gli occhi sono spalancati e sollevati verso il cielo, la bocca appena socchiusa. Non ci sono coprotagonisti, non ci sono osservatori, non c’è una tomba, non c’è un indizio, non c’è un contesto. È una scelta modernissima, radicale, spiazzante: l’ambiente scompare, l’azione si arresta. Il santo è isolato davanti a uno sfondo buio, quasi fosse apparso qui e ora allo spettatore. In questo modo, noi prendiamo idealmente il posto del papa: siamo chiamati a confrontarci con un corpo santo che sembra sottratto alle normali leggi della vita e della morte.

Zurbarán costruisce la figura come un blocco verticale. Il saio non accarezza il corpo, ma lo trasforma in una sorta di monolite: le pieghe sono larghe, geometriche, pesanti, e sembrano scolpite più che dipinte. La luce, fredda e tagliente, non dissolve i contorni nel chiaroscuro; al contrario, li incide con estrema precisione. E soprattutto proietta l’ombra del santo sulla parete alle sue spalle: un espediente semplice, ma potentissimo, che dà l’impressione di condividere con lui lo spazio fisico di una cripta.
È un dipinto spirituale, ma non dolce né consolatorio. A dispetto dell’immagine tradizionale del santo della rinuncia e della povertà, il Francesco di Zurbarán non appare fragile. La sua figura è austera, solenne, quasi terribile. Il cappuccio nasconde buona parte del volto, le mani scompaiono nelle maniche, il corpo è chiuso nella veste: tutto concentra la nostra attenzione sugli occhi rivolti verso l’invisibile.
Il fascinans e il tremendum si condensano qui e raccontano una santità che irrompe nel mondo con tutta la fisicità di cui è capace, ma dal mondo si discosta in modo totale. A quasi quattro secoli dalla sua esecuzione, il dipinto conserva intatto il proprio potere: Zurbarán trasforma una leggenda medievale in un’immagine assoluta dell’isolamento, del silenzio e dell’apparizione.
E quasi quattro secoli dopo, un geniale stilista spagnolo prenderà ispirazione proprio dalla pesantezza e dal rigore volumetrico del saio del santo per dare vita a una delle sue creazioni più iconiche. La cappa di Cristóbal Balenciaga, con la sua silhouette monumentale ed essenziale, trova un antecedente sorprendente nelle pieghe severe dell’opera con cui inauguriamo la settimana dedicata alle rappresentazioni di san Francesco. Il Musée des Beaux-Arts di Lione segnala esplicitamente Balenciaga fra gli stilisti che guardarono ai San Francesco di Zurbarán, insieme a Madame Grès e Azzedine Alaïa.
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