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Fashion is Art? Al Met Gala l’arte è diventata una scusa

Met Gala 2026. Fashion is Art? Di Giuliana Petrone

Nota di contesto: il Met Gala 2026 era collegato alla mostra del Costume Institute Costume Art e al dress code Fashion is Art.

C’era una volta la moda come forma d’arte.

Non perché bastasse infilarsi qualcosa di costoso per diventare una scultura vivente, né perché ogni abito firmato avesse automaticamente diritto a una cornice dorata. La moda era arte quando sapeva pensare il corpo, trasformarlo, raccontarlo. Quando un taglio, una linea, un vuoto, una piega dicevano più di un comunicato stampa. Quando Balenciaga costruiva volumi come architetture silenziose, quando Fortuny faceva del Delphos una memoria mobile della classicità, quando Schiaparelli e Dalí portavano il Surrealismo nell’armadio senza ridurlo a una festa a tema.

Poi è arrivato il Met Gala 2026 con il dress code più pericoloso di tutti: Fashion is Art.

Pericoloso perché, quando dici “la moda è arte”, stai alzando l’asticella. Non puoi più nasconderti dietro il “ma era ironico”, “ma era concettuale”, “ma era una citazione”. Se invochi l’arte, l’arte poi arriva. E quando arriva, chiede il conto.

Il tema ufficiale, Costume Art, era in realtà magnifico: il corpo vestito attraversato dalla storia dell’arte, l’abito come seconda pelle, come simbolo, come costruzione culturale. Il Met proponeva una riflessione colta: l’abito non come semplice ornamento, ma come luogo in cui il corpo viene visto, disciplinato, desiderato, celebrato, nascosto, teatralizzato. Insomma: una materia ricchissima.

E allora come siamo finiti, ancora una volta, davanti a una processione di apparizioni circensi, sculture ambulanti, citazioni urlate e capolavori ridotti a carnevale di lusso?

Il problema non è l’eccesso. L’arte conosce benissimo l’eccesso.

Lo conosce Bernini, con i suoi marmi che sembrano respirare. Lo conosce Rubens, con i suoi corpi pieni, carnali, impudenti. Lo conosce Arcimboldo, che costruisce volti con frutta, fiori e verdure senza perdere intelligenza. Lo conosce Bosch, con le sue visioni mostruose e brulicanti. Lo conosce il Barocco, che dell’esagerazione ha fatto una lingua. Ma appunto: una lingua. Non una smorfia.

Qui, invece, spesso l’eccesso non parla: grida.

E quando tutto grida, non resta più niente da ascoltare.

La differenza tra arte e travestimento sta tutta lì. L’arte trasforma. Il travestimento accumula. L’arte interpreta. Il travestimento imita. L’arte crea un cortocircuito. Il travestimento mette una cornice addosso a una celebrità e spera che basti. Ma non basta dire “mi sono ispirata a un quadro” per diventare Manet. Non basta un corpetto anatomico per diventare Michelangelo. Non basta una piuma, una struttura metallica, un mantello di tre metri e mezzo e un team di ventisei persone per evocare la Cappella Sistina. A volte evochi solo il magazzino costumi di uno spettacolo particolarmente ben finanziato.

Il Met Gala dovrebbe essere il punto più alto del dialogo tra moda, cultura visiva e spettacolo. Invece somiglia sempre più a una gara di riconoscibilità istantanea. L’abito non deve più essere guardato: deve essere capito in tre secondi da uno scroll distratto. Deve diventare meme prima ancora di diventare immagine. Deve produrre reazione, non pensiero. Deve farsi notare, possibilmente da lontano, possibilmente dall’alto, possibilmente anche da Marte.

Ed è anche per questo che questo articolo non sarà accompagnato da una galleria di look. Non per mancanza di immagini: quelle si trovano ovunque, ormai, anche sul giornale del supermercato. Nulla contro i volantini dei supermercati, che almeno hanno l’onestà di vendere zucchine senza chiamarle installazioni. È una scelta. Perché riempire un sito d’arte con immagini che scimmiottano l’arte significherebbe partecipare al gioco che sto criticando. E allora no: questa volta l’immagine non la serviamo. La lasciamo al suo circo.

E così la moda, che un tempo suggeriva, oggi sottolinea.

Che un tempo evocava, oggi spiega.

Che un tempo costruiva mistero, oggi distribuisce didascalie.

È la grande malattia visiva del nostro tempo: la paura che qualcosa possa essere sottile. La paura che un abito elegante venga scambiato per semplice. La paura che la misura non faccia abbastanza rumore. Così si aggiunge: una coda, una corazza, una maschera, un copricapo, un riferimento mitologico, un riferimento rinascimentale, un riferimento contemporaneo, magari anche una dichiarazione sul corpo, sull’identità, sul potere, sulla vulnerabilità e sul cambiamento climatico. Tutto nello stesso look. Il risultato? Non un’opera d’arte. Un ingorgo.

Eppure la storia della moda dimostra che la vera radicalità non coincide quasi mai con il volume più alto. Pensiamo all’abito Mondrian di Yves Saint Laurent: poche linee, pochi colori, una struttura perfetta. Non “vestirsi da quadro”, ma tradurre un linguaggio pittorico in forma sartoriale. Pensiamo a Madeleine Vionnet, alla sua idea del taglio in sbieco: nessun effetto speciale, solo una nuova grammatica del corpo. Pensiamo a Rei Kawakubo, quando deforma la silhouette non per stupire, ma per mettere in crisi l’idea stessa di corpo desiderabile. Pensiamo ad Alexander McQueen, quando la teatralità non era decorazione, ma ferita, ossessione, visione.

Quella è moda che può dialogare con l’arte.

Non perché “sembra arte”.

Perché pensa come l’arte.

Il punto non è pretendere sobrietà da un evento come il Met Gala. Sarebbe ingenuo, e forse anche noioso. Il punto è pretendere intelligenza dall’eccesso. Pretendere che la citazione non diventi scimmiottamento. Che il riferimento non diventi parodia involontaria. Che il corpo non venga usato come trespolo per oggetti costosissimi spacciati per concetti. Perché esiste una differenza, sottile ma decisiva, tra essere visionari e sembrare usciti da un carro allegorico con un buon ufficio stampa.

Fashion is Art, dunque?

Sì, ma non sempre. Non automaticamente. Non per diritto di invito. Non perché lo dice il dress code. Non perché l’abito è pesante, fragile, costosissimo o impossibile da seduti. La moda è arte quando produce senso, non solo spettacolo. Quando sa rischiare una forma, non solo occupare spazio. Quando non ha bisogno di travestirsi da capolavoro perché possiede già una propria forza visiva.

Il Met Gala 2026 voleva celebrare il corpo vestito come materia artistica. A tratti ci è riuscito. Ma spesso ha mostrato l’opposto: un sistema che confonde l’arte con l’apparato, la cultura con la citazione, l’omaggio con la caricatura, il coraggio con il cattivo gusto.

E allora forse la domanda non è più: la moda è arte?

La domanda, molto meno comoda, è un’altra: quanta arte resta nella moda quando tutto deve diventare contenuto?

Perché un tempo la moda cercava l’eternità di un’immagine.

Oggi, troppo spesso, cerca la volatilità perfetta: non più un’immagine destinata a restare, ma un fermo immagine progettato per circolare, piacere, essere condiviso e sparire.

E allora la scalinata del Met si trasforma nel più elegante teatro dell’equivoco: l’arte arriva da ospite d’onore e finisce ridotta a dress code.

Giuliana Petrone per WebinARTE