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ELSA SCHIAPARELLI: QUANDO LA MODA DECIDE DI SEDERSI AL TAVOLO DEGLI ARTISTI

C’è un momento preciso in cui la moda smette di essere un vestito carino e diventa un’idea pericolosa. Non succede spesso. Succede quando qualcuno prende un oggetto normalissimo, lo sposta di posto e ti fa sentire improvvisamente ingenua per non averci pensato prima. Elsa Schiaparelli ha costruito un impero su questo gesto: prendere il reale, inclinarlo di qualche grado e dire, con elegante ironia, vediamo se adesso vi svegliate.

La mostra “Schiaparelli: Fashion Becomes Art”, al Victoria and Albert Museum di Londra dal 21 marzo al 1° novembre 2026, non è la solita retrospettiva celebrativa. È piuttosto la dimostrazione che la couture può comportarsi come un linguaggio artistico. Non moda ispirata all’arte, formula che spesso significa citazione elegante, ma arte realizzata con ago e filo.

Non è un caso che tutto questo accada nella Parigi tra le due guerre, quando le avanguardie stanno ridefinendo il rapporto tra immagine, oggetto e realtà. Gli storici della moda ricordano spesso che proprio in quegli anni la couture smette di essere soltanto artigianato di lusso e diventa un luogo di sperimentazione culturale, in dialogo con pittura, fotografia, teatro e cinema. Schiaparelli si muove esattamente dentro questo spazio.

Prendiamo il celebre cappello-scarpa creato con Salvador Dalí nel 1937. Una scarpa in testa. Punto. Solo che non è una gag. È lo stesso cortocircuito mentale che Dalí mette in scena quando trasforma un’aragosta in un telefono o quando gli oggetti più quotidiani compaiono improvvisamente fuori posto.

È lo stesso slittamento che René Magritte provoca quando scrive “Ceci n’est pas une pipe” sotto l’immagine di una pipa. Certo che è una scarpa. Certo che è un cappello. Eppure non è più nessuna delle due cose. È un oggetto che ti costringe a guardare due volte.

Lo Skeleton Dress del 1938, con le ossa imbottite che emergono sotto il tessuto nero, è quasi una Vanitas del Seicento tradotta in couture. Philippe de Champaigne metteva un teschio su un tavolo per ricordare la fragilità della vita. Schiaparelli fa qualcosa di più diretto: lo cuce addosso al corpo. Un memento mori con zip posteriore.

E poi il Tears Dress. Un abito stampato come se fosse lacerato, ferito, strappato. Non è davvero tagliato, ma sembra esserlo. Lucio Fontana inciderà la tela per aprire lo spazio oltre la superficie. Schiaparelli, anni prima, gioca con la stessa idea: la superficie non è più affidabile. Il tessuto diventa illusione.

Nel quadro The Lovers di René Magritte due persone si baciano, ma i loro volti sono coperti da un tessuto. È un’immagine stranissima: un gesto intimo, ma impossibile. Amore e distanza nello stesso momento.

Il surrealismo funziona spesso così: prende qualcosa di familiare e lo rende inquietante cambiando un solo elemento.

Ed è esattamente il metodo che usa Schiaparelli.

Quando crea il Tears Dress con Salvador Dalí, il tessuto dell’abito sembra strappato, come se la pelle sotto fosse lacerata. In realtà non è davvero rotto, ma l’occhio lo percepisce come tale.

Il meccanismo mentale è lo stesso del quadro di Magritte: un gesto normale, un elemento disturbante, e l’immagine diventa impossibile da dimenticare.

Per questo molti storici della moda dicono che Schiaparelli non “fa moda surrealista”. Fa qualcosa di più interessante: applica il metodo surrealista alla moda.

Nel Surrealismo il corpo viene spesso coperto, deformato, frammentato, trasformato in qualcos’altro. Magritte vela i volti, Dalí sposta gli oggetti fuori posto, Man Ray rende il corpo quasi scultura. Schiaparelli prende quel vocabolario visivo e lo porta dentro l’armadio di una donna.

Lo Skeleton Dress rende visibile lo scheletro sotto il tessuto.
Lo Shoe Hat sposta un oggetto quotidiano in un luogo assurdo.
Il Lobster Dress introduce desiderio e ambiguità dentro l’eleganza borghese.

Con Jean Cocteau, Schiaparelli ricama profili che si intrecciano sugli abiti come disegni usciti da Le Sang d’un Poète. Linee che diventano volti, volti che diventano corpo. L’abito non è più solo silhouette: diventa scenografia ambulante.

E poi c’è lo shocking pink. Non rosa. Shocking. Un colore che non entra in una stanza in punta di piedi. La conquista. In un mondo ancora dominato da palette rispettabili e controllate, Schiaparelli sceglie un colore che sembra dire semplicemente guardami.

La retrospettiva del Victoria and Albert Museum attraversa la carriera della stilista dagli anni Venti fino alle reinterpretazioni contemporanee della maison sotto la direzione creativa di Daniel Roseberry. Ed è qui che il dialogo diventa ancora più interessante: le sculture anatomiche dorate e i busti surrealisti delle collezioni recenti dimostrano quanto il linguaggio inventato da Schiaparelli sia ancora fertile.


La verità è che Schiaparelli aveva capito una cosa prima degli altri. La moda può fare quello che fanno le grandi opere d’arte: spiazzare, divertire, provocare, destabilizzare il senso del normale.

Forse l’aspetto più sorprendente della mostra londinese non è vedere da vicino il cappello-scarpa o il vestito scheletro.

È rendersi conto che quasi un secolo fa una donna italiana aveva già capito che un abito poteva avere la stessa forza concettuale di un’opera surrealista.

Non moda che guarda l’arte da lontano.

Ma moda che entra nella stanza, si siede al tavolo degli artisti e dice con perfetta naturalezza: tocca a me.

Giuliana Petrone per WebinARTE

In occasione della mostra Schiaparelli: Fashion Becomes Art che il Victoria & Albert Museum ospiterà a partire dal prossimo 28 marzo, WebinARTE organizza una weekend a Londra, dal 24 al 26 aprile.
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