Cosa c’è di meglio cinque giorni prima del Natale che buttarsi nella mischia del centro di Napoli, proprio nell’annus mirabilis (o horribilis, a seconda dei punti di vista) in cui perfino gli influencer partenopei raccomandano di starne alla larga?
Le webinartine non si arrendono per così poco, e si sono date appuntamento, certe di riconoscersi nell’ora di punta dinanzi dell’ex Palazzo del Banco di Napoli di via Toledo.
Il riscatto del vicereame napoletano inizia dalle donne, con una mostra alle Gallerie d’Italia che ne riporta in luce l’arte e i nomi dimenticati. E il fatto meritava una scorribanda.
Siamo in cinque, arriviamo preparate, con app scaricata e pronte a godersi didascalie e voci narranti. Peccato che le app vadano messe ancora a punto, perciò ha sopperito, a turno, il viva voce del telefono più collaborativo; complice il fatto che nonostante la ressa fuori, dentro è un’oasi di pace e silenzio.
E si inizia con l’effetto meraviglia: una Fede Galizia in splendida forma, con la sua Adorazione dei Magi (la cui sede oggi è la chiesa di San Pasquale a Chiaia), con quello sguardo della Madonna che ricorda la Vergine delle rocce di Leonardo.

Noi incantate.
Girarsi poi a destra e trovare Artemisia Gentileschi, con la Giuditta e Oloferne in prestito da Cannes. Un tema caro ad Artemisia, che con webinarte abbiamo sviscerato per bene. Questa è una tela monumentale che non lascia indifferenti per la drammaticità, la descrizione straordinaria degli abiti, i gioielli al braccio e nei capelli, e quel volto illuminato dalla candela, che ci ha emozionato non poco.

Non è la sola Artemisia da ammirare: c’è un’altra tela maestosa raffigurante Ulisse che scopre Achille tra le figlie di Licomede re di Sciro, Santa Cecilia (dalla Florida), Santa Maria Maddalena penitente (da Oslo) e una serie di disegni di Gesù dormienti provenienti da Detroit. Un’occasione unica vederle dal vivo.



Ci stupisce il fatto che nel pubblicizzare la mostra non sia stato usato tanto il suo nome, quanto altri due prestiti illustri.
In fondo questa esposizione prende un po’ le mosse da quella di un paio di anni fa dedicata alla pittrice del Seicento per eccellenza. Lo studio sulla sua arte caravaggesca e barocca e sulla sua bottega hanno fatto da apripista agli studi che oggi riescono a valorizzare l’insospettabile contributo femminile nei bistrattati secoli spagnoli.
E veniamo dunque ai due ospiti importanti, quelli che hanno fatto da esca in pubblicità: Velázquez e Ribera.
Cominciamo con Jusepe de Ribera e con il ritratto di Maddalena Ventura (oggi al Prado) commissionato dal viceré di Alcalà. Un ritratto che stigmatizza una diversità in maniera così teatrale e pensavamo unica, che ci stupisce trovare esattamente di fronte un altro ritratto, eseguito da Lavinia Fontana, questa volta di una bambina affetta da ipertricosi, Antonietta Gonzales (Blois, Château Royal). A dimostrare come il grottesco avesse un posto nel gusto partenopeo dell’epoca.

Diego Velázquez, invece, ritrae una giovane Maria di Spagna, sorella minore di Filippo IV,. Sepper ingentilito, il mento asburgico rimane inconfondibile. In visita a Napoli nel 1630 dove fece tappa prima di approdare in Ungheria e diventarne regina. Il fato volle che a Milano ci fosse la peste, e che dunque da Madrid facesse tappa prima a Genova e poi a Napoli per spostarsi sul versante adriatico.

Il 1630 fu un anno d’oro per Napoli: le presenze d’eccellenza alla corte del viceré d’Alcalà si concentrano: è molto probabile che Artemisia Gentileschi fosse infatti presente insieme a Jusepe de Ribera, Giovanna Garzoni (noi l’abbiamo conosciuta qui, e le sue miniature di farfalle esposte sembrano fotografie), ma anche a Velázquez, presente a Napoli proprio per realizzare un ritratto a figura intera di Maria di Spagna. Per festeggiare la presenza dell’infante, Napoli aveva allestito un’opera in maschera, il Monte Parnaso, scritta e sceneggiata da Giovan Battista Basile, con le parti cantate affidate a sua sorella Adriana Basile, passata alla storia come la sirena di Posillipo (e della quale sono esposti un ritratto e un’incisione), e a sua figlia Leonora.
Una menzione speciale per la Santa Maria egiziaca di Ribera, in prestito dal museo Filangieri di Napoli, che colpisce per la verità dei dettagli: il teschio e il pezzo di pane degni del miglior Caravaggio e le mani intrecciate di cui possiamo avvertire la tensione in quei polpastrelli arrossati così reali!


E veniamo alle sconosciute. O meglio, quelle che fino ad oggi lo sono state ma che da adesso in poi non ci sono più scuse per non conoscere: in primis Diana Di Rosa. Di lei si è sempre detto essere l’amante di Massimo Stanzione nonché sua collaboratrice, vittima della furia omicida e passionale de marito. Niente di più falso: i tre lavoravano insieme, e lei è morta di parto. Lo spoileriamo con leggerezza, affinché chi verrà dopo di noi si possa godere questa brava artista e la sua pittura. Molte le committenze ecclesiastiche per lei, e tante le ispirazioni bibliche: vi resteranno impressi la ricchezza degli ornamenti delle sue dame, e i loro volti, dolci ed eleganti.

Dicevamo prima della sirena di Posillipo: Adriana Basile ebbe un enorme successo, si esibiva nelle maggiori corti d’Italia: a Roma e a Ferrara era ambitissima, come lo era nella sua città natale. A Napoli però accanto alla raffinata arte della Sirena, c’era un’altra forma molto più popolare che affollava i teatri. Abbiamo qui la testimonianza di un’impresaria teatrale, Giulia de Caro: cantante, ballerina, attrice, mise su una vera compagnia teatrale. La vita della De Caro è un vero romanzo, una di quelle donne bellissime e ammaliatrici di umili origini che da una parte monetizzano i doni di madre natura e dall’altra tessono relazioni che possano metterne in luce il talento. E scopriamo che anche Giulia non fu l’unica impresaria. Altri volti di attrici sono presenti in mostra, a testimonianza della diffusione di quella comedia nueva di origine spagnola, un genere che primeggiava per la libertà dello stile drammatico, che offriva un affresco variegato della vita moderna, dove spiccava il ruolo delle donne, spesso di contenuto religioso mescolato alle cose profane.

Infine c’è una sezione dedicata alle “piccole artiste”, il dulcis in fundo che chiude la mostra. Si tratta di artiste di cui ci è rimasto bene poco, in alcuni casi addirittura nulla (come per Mariangela Criscuolo) ma la cui esistenza e il cui successo è testimoniato dalle fonti, e che dunque meritano comunque una menzione. Come pure l’arte che si è coltivata nei conventi: sappiamo bene quante giovinette di buona famiglia, colte e preparate, e dunque anche talentuose, affollassero i monasteri in quel periodo. Luisa Capomazza fu una di queste: le sue opere avevano trovato posto in Santa Chiara, accanto alle pitture di Giotto, e scusate se è poco. Scomparvero poi quando il nuovo gusto del settecento barocco impose un restauro interno delle chiese.
Come loro, altre donne (Teresa del Po, Elena Recco, Maria Di dominici, Giovanna Pesche) si dedicarono a pitture e incisioni e miniature, come pure al commercio librario, e lo fecero anche con una certa originalità, se oggi alcuni disegni più squadrati della Madonna in Gloria di Maria De Dominici ci hanno fatto pensare alle donne di Tamara de Lempicka.

Verso la fine del percorso le opere di un’artista davvero di nicchia che più nicchia non si può: Caterina de Julianis, di professione ceroplasta. Non solo è l’arte in cui eccelse che magari non è studiata come le altre, ma che invece richiede una grande abilità; a ciò si aggiunge che si tratta di opere delicatissime, perciò i lavori in mostra sono pochi, ma non passano inosservati. Pensiamo per esempio a quella scena di caccia conservata in una teca altrettanto preziosa, oppure all’adorazione dei pastori: attraverso la plastica in cera ci restituisce un mondo vivido, fantasioso, un teatro a scena aperta. Si parla tanto di presepe del ‘700 ma tante anticipazioni sono già qui.

Ci salutano una serie di mezzi busti di bambini scolpiti in legno: sono i Beati degli Innocenti di Betlemme che scopriamo essere di una tale Luisa Roldàn, scultrice di camera del re di Spagna Carlo II. Non so se vi ricordate il personaggio: se piaceva a lui, chi siamo noi per contraddirlo. Tra l’altro i loro bronci ce li rendono subito simpatici.
Il bello di questa mostra è stato che ha in sé un messaggio forte e chiaro: la presenza dell’impresa femminile nel ‘600 napoletano.
Gabriella d’Ippolito
Valeria Altieri
Elena Daniele
Margherita Lucariello
La mostra “Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento” è visitabile alle Gallerie d’Italia – Napoli, dal 20 novembre 2025 al 22 marzo 2026.
