Diego Rivera ai Musei Capitolini: recensione della mostra che racconta la nascita dell’arte moderna messicana
Di Gabriella D’Ippolito per WebinARTE
Uomo antipatico, prevaricatore e narcisista, e aggiungiamo anche traditore. A tutte noi, cresciute all’ombra di Frida Kahlo, fa lo stesso effetto. Non possiamo fare a meno di puntualizzarlo quando lo sentiamo nominare, perciò ce lo diciamo subito, così possiamo parlare della mostra.
Una mostra dedicata al Novecento messicano non può prescindere da Diego Rivera, diciamoci anche questo. Non dico che dimenticheremo le sofferenze di Frida, ma capiremo il perché del sodalizio.
Le opere provengono tutte dal Messico, tra musei e collezioni private, ed è dunque una buona occasione per vederle insieme e capirne il senso.
Va poi dato merito ai curatori, Miguel Fernández Félix e Alberto González Torres, di saper accompagnare i visitatori meno esperti in un’arte percepita comunemente come colorata e folkloristica, e che invece è il volto artistico della Rivoluzione. Tra i meriti, per la verità, ce n’è anche un altro: per molte delle opere è prevista una lettura tattile per gli ipovedenti, come anche tabelle e didascalie in Braille. Non è ancora una cosa scontata, e merita una menzione. Per tutti, comunque, c’è l’audioguida. E in ogni caso i pannelli sono fatti molto bene.
Magari il Messico lo conosciamo perché ci abbiamo fatto il viaggio di nozze, e tra una baia e l’altra ci hanno portato a vedere le piramidi maya o le rovine azteche. Poi siamo cresciute, e allora ci siamo appassionate a Frida e alla sua pittura dolorosa e originale.
Ma tra i templi precolombiani e il mito di Frida c’è stato qualcosa che spiega e giustifica fino in fondo il titolo della mostra: la costruzione di un’identità moderna.
E in realtà le cose sono due, e sono due fatti storici fondamentali per il Messico: la conquista dell’indipendenza dalla Spagna nel 1821, ma soprattutto la Rivoluzione del 1910, la prima grande rivoluzione sociale del Novecento, che pose al centro anche la questione della terra e la riscoperta dell’identità popolare del Paese.
Ma andiamo con ordine, che tanto a Rivera ci arriviamo prestissimo.
Per sapere cosa c’è stato prima di questa famosa modernità, all’ingresso, a destra, c’è una saletta riassuntiva dell’arte messicana di fine Ottocento: arte sacra, arte sacra, ancora arte sacra e… pittura di genere. A questo proposito c’è un ritratto non casuale, La napoletana (Salvador Ferrando, 1873)

Napoli e il Messico hanno avuto a lungo la stessa Madrepatria, la Spagna. La tentazione di raccontare gli intrecci tra i due Paesi è forte, ma siamo solo all’inizio e la mia fedelissima compagna di mostre ha solo 19 anni, e non me la posso giocare subito così.
Dalla metà del XIX secolo, l’Accademia de San Carlos di Città del Messico assume come modello didattico l’Accademia di San Luca di Roma. Tanti giovani talenti vanno a studiare a Roma, e tanti maestri arrivano in Messico. E qualcosa cambia: il Messico conosce la pittura di paesaggio, per esempio.
Diego Rivera partì per l’Europa con una borsa di studio concessa dal governatore di Veracruz nel 1907: aveva vent’anni. Non si trattava di un tour: i giovani artisti non partivano solo per copiare i classici, ma avevano l’ambizione di entrare nei circoli giusti, nei saloni, nelle Esposizioni e nei dibattiti culturali.
A quanto si legge nei pannelli non fu facile inserirsi per quella generazione di artisti latinoamericani: furono spesso bersaglio di pregiudizi razziali e tacciati di provincialismo. La loro produzione veniva trattata con scetticismo dalle avanguardie europee. Eccola qua, esposta in tre sale, la produzione europea di Rivera tra Spagna, Francia e Italia: varia, contaminata e sperimentale, impura, ma già molto talentuosa.
Un Rivera che sta cercando la sua strada, che ci sta provando, l’unica sua fase unodinoi, perché noi lo sappiamo di cosa sarà capace, e quale sarà la sua missione nell’arte, ma lui non ancora.
Scelgo un quadro tra i tanti, tutti diversi, di questo periodo, perché è anche l’unico con soggetto sacro di tutta la mostra: Adorazione della Vergine, 1913.

Qui è nel suo soggiorno parigino. L’iconografia tradizionale viene completamente secolarizzata: le figure che rendono omaggio alla Vergine sono contadini e figure popolari che portano i beni della terra. Un po’ El Greco, un po’ Picasso.
Ci è piaciuto perché nel trattare la materia è rivoluzionario senza essere dissacrante: è giovane ma ci sono gli elementi dell’uomo che sarà.
E poi si entra nel vivo. Nel 1921 torna in Messico, e trova la sua strada.
Il mondo conosce Diego Rivera per i suoi straordinari murales, commissionati nell’ambito del grande programma artistico pubblico nato dopo la Rivoluzione . Nella mostra, comunque, sono riprodotti in un filmato, e un po’ viene voglia di fare un viaggio in Messico a tema Rivoluzione del 1910.
Qui per ovvie ragioni abbiamo il Rivera da cavalletto, che forse preso da solo non avrebbe avuto l’impatto sociale che invece l’esposizione ha il merito di ricreare, nel rispetto del clima e del messaggio politico di quegli anni. La voce di Rivera è un tono sopra le altre, ma non è isolata.
Di nuovo bravi i curatori che hanno associato le opere per temi: i bambini e il lavoro, le donne, le nature morte, il circo.
I bambini aprono la scena del Messico post-rivoluzionario. Un’infanzia povera, che lavora, che soffre. Il bambino contadino (1937)

lo racconta con grande tenerezza e dignità.
I personaggi mantengono la monumentalità, e anche quella sproporzione tutta messicana, come i piedi grandi, la testa pure. La bellezza sta in un artista che ha preso quanto ha potuto dall’Europa, ma in cui l’orgoglio per il suo popolo prevale, e il messaggio sociale vince sul virtuosismo.
José Clemente Orozco, il secondo del triumvirato dei muralisti messicani, qui gli fa da ottima spalla. I suoi messaggi sugli emarginati e la lotta al capitalismo sono chiarissimi. Guardate Eighth Avenue (1928)

e ditemi se quella gru sbilenca non sembra una croce portata dai lavoratori. Il terzo dei tres grandes, David Alfaro Siqueiros, invece poco presente.
Tra le donne artiste presenti in mostra ci siamo segnate María Izquierdo, per un’opera stranamente romantica in questo contesto, L’idillio (1946)

La cosa bella del quadro è che gli amanti sono sotto la pioggia, e il bel tempo è lontano, all’orizzonte. Più che a un idillio presente, fa pensare alla quiete che verrà dopo la tempesta.
Prima che me lo chiediate voi, Frida c’è: ci sono quattro dipinti, di cui una natura morta, un disegno e poi un disegno di Rivera che la ritrae. Non è la Frida che ci fa soffrire, ma non sarebbe a tema con la mostra.
E se cercate il folklore, in un modo o nell’altro la morte non manca mai. Se avete visto Coco, la cosa non vi stupirà.
Chiudo dicendo che abbiamo trovato un cameo di Leonora Carrington, The Spheres Themselves. Artista britannica adottata dal Messico, non mi sarei accorta di lei se l’anno scorso non ci fosse stata una mostra a Milano recensita sul nostro sito. E posso confermare che si tratta di un’artista interessante, onirica e simbolica. E anche la sua è stata una rivoluzione.
Insomma, siamo entrate confuse, siamo uscite con le idee più chiare. Ottimo il percorso: ci porta per mano nel Rinascimento messicano. Non l’ennesimo plauso a un artista, ma un invito a capire un Paese.
La mostra è vistabile presso:
Musei Capitolini, Villa Caffarelli
Dal 9 giugno al 13 dicembre 2026
Tutti i giorni ore 9.30-19.30
Foto di Gabriella D’Ippolito
