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I MUSEI CHE NON SI FILA NESSUNO: COURTAULD, per CalendARTE

Il bar delle Folies-Bergère di Édouard Manet, con la barista Suzon davanti al bancone e il salone riflesso nello specchio
Courtauld Gallery: capolavori impressionisti e grandi maestri in uno dei musei più sottovalutati di Londra.

Di Giuliana Della Bianca per WebinARTE

Dietro il marmo freddo del bancone una donna sta immobile, stretta nella sua elegante giacca nera, è stanca e si protende in avanti appoggiandosi sui palmi delle mani in un gesto che sembra voler dire «desidera?» ma il suo sguardo è di una tristezza infinita, malinconico e distaccato da ciò che la circonda. È lì, presente ma anche assente. Quest’opera di Manet rappresenta il testamento artistico e spirituale del pittore che morì l’anno seguente. In essa vi è tutta la modernità, la solitudine in mezzo la folla ma anche la bellezza della vita parigina di fine Ottocento attraverso un complesso gioco visivo.

Alle spalle di Suzon, la barista, un enorme specchio orizzontale riflette ciò che la donna vede: la folla elegante del locale, i lampadari sfarzosi, l’acrobata, di cui noi intravediamo solo i piedi calzati di verde, e il cliente con il cilindro che le sta parlando e forse la importuna. In primo piano sul bancone sono esposte, come delle nature morte, bottiglie di liquori e champagne, una birra inglese dall’inconfondibile etichetta con il triangolo rosso della Bass, un bicchiere con delle rose recise. Attira il nostro sguardo un’alzata ricolma di arance che Manet, nelle sue opere, ha spesso associato alla prostituzione perché forse le ragazze del Folies-Bergère non vendevano solo bevande.

Con il suo formato quasi cinematografico, che permette di abbracciare tutta la scena del bancone e dello specchio, fin dalla sua prima esposizione al Salon del 1882, Un bar aux Folies-Bergère suscitò perplessità per il riflesso nello specchio che non rimanda esattamente la realtà in primo piano. Molti criticarono il pittore per l’errata prospettiva. Invece Manet ha inserito volutamente una distorsione spaziale per creare un elemento psicologico disorientante nello spettatore. Le principali anomalie che si possono rilevare riguardano il riflesso del corpo di Suzon che è spostato molto a destra mentre dovrebbe essere alle sue spalle.

Inoltre, nello specchio vediamo l’uomo con il cilindro che si sporge verso Suzon mentre nella realtà quest’uomo non c’è e lo spazio davanti a lei è completamente vuoto, o meglio, è occupato da noi spettatori. Forse siamo noi quell’uomo? Attraverso questa rottura delle regole prospettiche Manet ci costringe a sdoppiarci: da un lato siamo osservatori esterni e distanti che solo incrociano lo sguardo della barista e dall’altro, attraverso il riflesso, veniamo proiettati dentro il quadro nei panni del cliente con il cilindro.

Suzon è al lavoro in questo luogo di svago, lei deve assecondare il cliente e non è un caso che nel riflesso la barista si inchina verso l’uomo con il cilindro. Le Folies-Bergère di Manet sono un microcosmo della composizione di classe della società borghese dove le classi inferiori sono vincolate ai loro ruoli lavorativi, permettendo così alle classi superiori di divertirsi. Così confinata, per Suzon l’unica via di fuga è l’immaginazione, un rifugio nella mente lontano dalla monotonia del lavoro.

Questo gioco prospettico è stato paragonato a Las Meninas di Velázquez, opera molto amata da Manet. Foucault, nel suo libro Le parole e le cose, interpreta l’opera spagnola come il quadro che rappresenta la rappresentazione stessa e segna la fine dell’epoca classica della pittura occidentale. Manet, considerato uno dei grandi maestri di transizione tra la pittura tradizionale e l’arte moderna, non ha semplicemente copiato Velázquez ma lo ha aggiornato alla modernità.

Mentre il grande pittore spagnolo celebra il potere del re e il ruolo dell’artista a corte, secondo una lettura storico-sociale Manet usa lo specchio per mostrare la nuova realtà del capitalismo moderno: lo spettacolo, il consumo, la solitudine, la mercificazione del corpo femminile. In tal senso si sono espressi vari autori quali T.J. Clark, Ilaria Baratta e infine Brian A. Oard nel suo Capitalismo e morte dell’anima.

Manet dipinge Un bar aux Folies-Bergère con una pennellata visibile e sciolta, più definita e modellata nelle figure in primo piano e con un tocco più rapido e frammentato, quasi impressionista per i soggetti riflessi nello specchio: signore e signori vestiti alla moda con cappelli e binocoli dai volti indefiniti e incompleti mentre lo scintillio del grande lampadario si riflette con piccoli tocchi brillanti di bianco e giallo.

Le Folies-Bergère, così chiamato dal 1872, era un teatro che si ispirava al modello dei grandi music hall londinesi e raggiunse l’apice della fama durante la Belle Époque, periodo storico che va dagli anni 90 dell’Ottocento alla Prima guerra mondiale. Il locale era enorme con un ampio piano terra sovrastato da un balcone a ferro di cavallo. Le attrazioni sul palco includevano acrobati, operette, comici, balletti e circhi con animali.

Ma era il fuori scena che interessava di più: gli avventori potevano socializzare, ordinare da bere ai bar, intrattenere clienti o soci in affari, combinare incontri. La composizione sociale della clientela divide gli storici dell’arte. Per Robert Herbert «era completamente dominato da benestanti…scrittori, critici, collezionisti, pittori…» mentre TJ Clarck cita scrittori contemporanei che descrivono un assortimento di personaggi più dissoluto tanto che uno di questi definisce le Folies-Bergère una «fiera permanente per prostitute». Probabilmente la verità è a metà strada tra le due teorie e l’abbigliamento degli avventori rappresentati con cilindri neri ci fa propendere per una rispettabile folla borghese.

Il quadro fu acquistato dal compositore francese Emmanuel Chabrier nel febbraio del 1884, dopo la morte dell’artista, durante la vendita dello studio di Manet di cui era grande amico. Successivamente passò a vari collezionisti privati fino a quando nel 1926 fu comprato dal collezionista britannico Samuel Courtauld, che lo inserì nella sua prestigiosa collezione e lo donò al Courtauld Trust nel 1934.

Interno della LVMH Great Room della Courtauld Gallery a Londra, con opere impressioniste e post-impressioniste esposte alle pareti
LVMH Great Room, The Courtauld Gallery, Somerset House, Londra. Foto © Hufton + Crow

Fonti:

The Courtauld, “Édouard Manet, A Bar at the Folies-Bergère, scheda dell’opera s.d.

Ilaria Baratta “Un bar alle Folies-Bergère, la disorientante vita moderna di Édouard Manet”, Finestre sull’Arte, 20 maggio 2022.

Brian A. Oard, Beauty and Terror: Essays on the Power of Painting, e-book 2012

T.J. Clark, The Painting of Modern Life: Paris in the Art of Manet and His Followers, edizione rivista, Princeton, Princeton University Press, 1999.

Robert L. Herbert, Impressionism: Art, Leisure, & Parisian Society, New Haven-London, Yale University Press, 1991.

Michel Foucault, Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, Milano, BUR Rizzoli, 2016.


Credito fotografico: Édouard Manet, A Bar at the Folies-Bergère, 1882, Courtauld Gallery, London (Samuel Courtauld Trust). Image courtesy of The Courtauld



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