Abbazia nel querceto: Caspar David Friedrich trasforma rovine, querce spoglie e una processione funebre in una meditazione romantica sulla morte, la fede e l’eternità.
Di Alessandra Merello per WebinARTE
Tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento i maggiori centri culturali europei si animano di atmosfere cariche di emozioni; la ragione del tempo dei Lumi fa spazio al sentimento, alla fantasia, al sogno, alla notte; si sviluppa la ricerca di un mondo incontaminato e primitivo: nasce il Romanticismo.
Il paesaggio assume un ruolo centrale nella pittura romantica tedesca di cui Friedrich sarà uno dei massimi interpreti; l’artista esprimerà la sua visione del rapporto tra un essere umano fragile e impotente e lo spettacolo offerto da una natura forte e immensa; per Carl Gustav Carus, amico pittore di Friedrich, Abbazia nel querceto era
“forse l’opera d’arte più profonda e poetica di tutta la pittura paesaggistica moderna” (cit. CG Carus, Memorie e osservazioni, Lipsia 1865/66, vol. 2, p. 230).
Friedrich nasce a Greifswald, il 5 settembre 1774; proveniente da una severa famiglia luterana, viene indirizzato verso il Pietismo Protestante e la letteratura religiosa dal suo professore di disegno all’Università di Greifswald; a differenza di molti suoi colleghi nordici sceglierà di non scendere in Italia per studiare i classici, preferendo la visione dei Romantici tedeschi che rivendicavano l’architettura gotica come ideale germanico dell’epoca.
Nel 1816 Friedrich fu eletto membro dell’Accademia di Belle Arti di Dresda. Dagli anni venti in poi, dopo un lungo periodo di fama e apprezzamento, il pittore si sentirà incompreso e isolato, sarà accusato di utilizzare le forme della natura in senso allegorico e non reale, di riprodurre paesaggi monotoni e tristi, lontani dal gusto Biedermeier domestico e sereno del momento; abbandonerà i dipinti a soggetto patriottico e le opere raffiguranti la moglie Caroline, da cui traspariva la speranza nel futuro, e si rifugerà nella fede, concentrandosi nuovamente sulla pittura religiosa dove dominano toni scuri, malinconia e rassegnazione.
Nel 1824, dopo la morte del professore Johann Christian Klengel, suo mentore, fu nominato professore straordinario/associato alla pittura di paesaggio: la mancata assegnazione della cattedra ordinaria, alla quale l’artista aspirava, è stata messa in relazione anche con le sue posizioni politiche liberali, nonostante la motivazione ufficiale sia stata il suo avvicinamento all’arte tramite “la forza interiore del suo genio” e non con lo studio e l’adesione ai dettami dell’Accademia.
L’artista vedrà diminuire le richieste delle sue tele parallelamente al peggioramento delle sue condizioni di salute e sarà infine dimenticato fino al XX secolo; il 26 Giugno 1835 verrà colpito da un colpo apoplettico che gli causerà la paralisi della parte destra del corpo; nel 1837 un aggravamento gli provocherà la paralisi del lato sinistro, cosa che, unita al crollo della sua salute mentale, limiterà ulteriormente la sua attività; Friedrich morirà a Dresda, il 7 maggio 1840.
L’Abbazia nel querceto nacque come complementare a Monaco in riva al mare; esposti per la prima volta nel 1810 alla mostra organizzata dall’Accademia delle Belle Arti di Berlino, entrambi i quadri vennero acquistati dal re prussiano Federico Guglielmo III su richiesta del giovane principe ereditario quindicenne.

Lo stesso Friedrich scrisse:
«Ora sto lavorando a un grande dipinto nel quale intendo raffigurare il mistero della tomba e del futuro. […] Sotto tombe e tumuli innevati si ergono i resti di una chiesa gotica, circondata da antiche querce. Il sole è tramontato e, nel crepuscolo, la stella della sera e il primo quarto di luna brillano sopra le rovine. Una fitta nebbia avvolge la terra e, mentre la parte superiore della struttura è ancora chiaramente visibile, le forme si fanno sempre più incerte e indefinite verso il basso, finché alla fine tutto, più vicino alla terra, si perde nella nebbia. Le querce tendono i loro rami verso l’alto dalla nebbia, mentre in basso sono già completamente scomparse» (cit. H. Zschoche, Caspar David Friedrich. Le lettere, ConferencePoint Verlag, Amburgo, 2005, p. 64.).
Friedrich si ispirò alle rovine di Eldena, vicino a Greifswald, che simboleggiano il sentimento religioso medievale e diventano un monito sulla precarietà della vita; nella composizione sopravvive dell’abbazia solo un muro con il portale ogivale, che pare un passaggio per l’aldilà, e una finestra in cui la vetrata è rimasta miracolosamente intatta; nella realtà invece la finestra gotica era stata murata e il portale della parete occidentale non esisteva : questo rafforza l’idea che Friedrich non stesse copiando un luogo reale, ma costruendo un paesaggio spirituale.
I profili disordinati degli alberi contrastano con la rigidità dell’architettura gotica; le querce pietrificate e spoglie hanno rami contorti che paiono artigli e rimandano anch’essi all’idea della morte, parti di una rappresentazione della natura tesa a suscitare nello spettatore emozione e inquietudine.
La processione dei monaci, piccole figure nere che trasportano una bara verso la croce che si trova all’interno del portale, sembrano emergere dalla neve, come piccoli spettri scuri che si confondono con le lapidi.
La croce quasi abbattuta di una tomba spicca tra i cumuli di neve ed evidenzia la presenza tangibile della morte in questo paesaggio tetro e onirico permeato di abbandono e solitudine.
La luce è quella del crepuscolo, la luna è nascosta dalla nebbia che avvolge la composizione rendendo la fonte della luce misteriosa, quasi divina, guida e speranza di una vita ultraterrena.
Friedrich guarda non tramite l’occhio fisico ma attraverso l’occhio dello spirito. L’immaginazione è il ponte che collega l’artista al suo inconscio e gli fa proiettare nel dipinto ciò che egli vede in sé; la natura è simbolo della Creazione e l’arte è il tramite tra l’uomo e Dio.
Nelle opere di Friedrich troviamo spesso simbolici messaggeri di morte quali i corvi o le querce pietrificate; i suoi personaggi sono visti di spalle o hanno misure piccole, spettatori consapevoli della propria nullità, impotenti, vittime del sentimento del Sublime, emozione e piacere oscuro dell’animo che nascono dalla percezione della piccolezza e solitudine dell’uomo di fronte a minacciosi scenari naturali.
Bibliografia:
La Biblioteca di Repubblica, La storia dell’Arte, Il Romanticismo, Electa, Milano, 2006, volume 14.
Giuliano Briganti, I pittori dell’immaginario. Arte e rivoluzione psicologica. Electa, Milano, 1977.
Sitografia:
https://search.smb.museum/object/obj-968249
L’Opera d’arte del giorno
Ognissanti: la folla del paradiso nella predella della Pala di Fiesole
