WEBINARTE

RITRATTI REALI: CAROLINA MURAT REGINA DI NAPOLI DI INGRES

Carolina Murat, Regina di Napoli, Ingres
Carolina Murat, Regina di Napoli di Jean-Auguste-Dominique Ingres è la protagonista di una mostra in corso al Museo Condé ed inaugura la nuova rubrica di WebinARTe, Ritratti Reali, a cura di Gabriella d’Ippolito

di Gabriella d’Ippolito per WebinARTE

Vedi Napoli e poi muori.

La malinconia di questo quadro sembra un presagio, e lo sfortunato epilogo di Carolina Bonaparte (poi Carolina Murat) come regina di Napoli sembra confermarlo.

Eppure, questa volta il senno di poi non ha del tutto ragione. 

Non è una regina sconfitta, almeno non ancora, la figura nera che si staglia sullo sfondo del paesaggio partenopeo.

Siamo nel 1814: ad aprile suo fratello Napoleone ha abdicato a Fontainebleau, e gli anni passati al governo del Regno di Napoli rischiano di andare in frantumi. 

Carolina e suo marito, Gioacchino Murat, stanno tentando con ogni mezzo di mantenere il governo di quei luoghi, dove neanche volevano andare.

Jean-Auguste-Dominique Ingres, ospite proprio in quel periodo a corte con il compito di ritrarre Carolina e la sua famiglia, raccoglie questa sfida, e lascia ai posteri l’immagine di una regina fiera e moderna.

Carolina Murat, Preparatory study, 1814. Graphite on paper, Musée IngresMontauban

Carolina Bonaparte fu regina di Napoli dal 1808 al 1815 come moglie di Gioacchino Murat, l’ufficiale bonapartista che successe sul trono al fratello dell’Imperatore, Giuseppe Bonaparte, nel frattempo incoronato in Spagna. 

Ultima figlia femmina della famiglia còrsa, è stata sempre considerata la più viziata e capricciosa dei Bonaparte. Fu lei a pretendere da Napoleone il titolo di “altezza imperiale”, che invece l’Imperatore aveva concesso solo ai suoi fratelli maschi. E fu l’unica tra le sorelle ad avere un Regno. A 18 anni sposò  il suo Gioacchino, ufficiale di cavalleria: 33 anni, 1,82 di altezza, occhio azzurro, riccioli neri e carismatico quanto basta.

Per ottenere il permesso di sposarlo c’è chi vocifera che non esitò a fuggire con lui prima del matrimonio.

Dalle pareti della Reggia di Caserta e da quelle del Museo di Capodimonte il ritratto del re francese fa ancora la sua magnifica figura. 


François Gérard
, Ritratto di Gioacchino Murat (1808), Museo Nazionale di Capodimonte

Quando Carolina Murat entra da regina a Napoli, ha 26 anni e porta una ventata di freschezza tutta neoclassica.

Prima e dopo i Bonaparte ci furono e ci sarebbero stati i Borbone: la sovranità legittima e consacrata, l’Ancien Régime del Mezzogiorno.

Da quando i sovrani spodestati, Ferdinando e Maria Carolina, sono fuggiti per la Sicilia, si è consumata una frattura insanabile.

I simboli del potere sono cambiati. La Rivoluzione francese al di là delle Alpi, e nel Mezzogiorno la Rivoluzione del 1799 e l’arrivo dei napoleonidi al potere, hanno segnato la fine della sacralità e dell’antica solennità della Corona.

Cambiano i tessuti, cambiano i vestiti, cambia la postura del potere. 

Al posto dei re per diritto divino, a Napoli arriva una coppia che sembra uscita da un manifesto della modernità.

La rivoluzione di Carolina Murat è nella luce e nelle linee degli arredi, delle committenze che si ispirano a Pompei ed Ercolano. Tutto il potere passa attraverso le linee composte del neoclassicismo. 

Tanti gli artisti francesi alla corte dei Murat, e pochi invece i napoletani che si adeguano al nuovo gusto venuto dall’Impero. Quella di Jean-Auguste-Dominique Ingres fu l’ultima grande committenza di Carolina. Il primo contatto con i Murat era avvenuto a Roma nel 1809, dove Gioacchino aveva acquistato La Dormeuse de Naples, dipinto ad oggi dato per disperso dopo i fatti del 1815. 

A Ingres, giunto a Napoli nel febbraio del 1814, Carolina Murat aveva affidato due quadretti troubadour: Raffaello e la nipote del cardinale di Bibbiena e Paolo e Francesca.

Evidentemente soddisfatta, lo incaricò anche del pendant della Dormeuse, che poi diverrà La Grande Odalisca, e di una serie di ritratti reali. Il primo fu il suo.

E arriviamo a quel fatidico 1814. I Murat si trovano drammaticamente soli, stretti tra il tradimento verso l’Imperatore e la necessità di trattare con gli austriaci pur di salvare il trono. Sono con le spalle al muro, ma non si arrendono.

Ed ecco cosa fa Ingres. Quella silhouette nera che si staglia contro il golfo di Napoli non è un presagio di morte: rappresenta la resistenza. Carolina ha il golfo di Napoli alle sue spalle ma non guarda il paesaggio: guarda noi. È immobile, solida, monumentale. 

Ingres, Portrait of Carolina Murat, 92 × 60cm, 1814. Private collection, New York

La “regina nera” di Ingres dichiara la sua sovranità attraverso un colore profondo e il velluto prezioso degli austeri e dignitosi monarchi del passato. Lei, che è una parvenu, si richiama ai valori laici delle secolari dinastie.

Non indossa gioielli vistosi, nessuna tiara di ordinanza; al loro posto, un monumentale cappello piumato che ha la fierezza di un’armatura e la spavalderia di un’alta uniforme militare. Quel cappello aumenta la sua statura e le incornicia il viso, attirando l’attenzione sulla stabilità del suo sguardo. C’è una sedia vuota alle sue spalle, non un trono. Neanche l’ombra della corona. 

Ingres la coglie in piedi, accanto a un tavolo da lavoro, come se fosse un consumato uomo di Stato. Il nero isola la silhouette di Carolina dal resto della stanza, che si staglia dinanzi alla luce della città. La statuaria posa della regina contrasta con il fumo del Vesuvio, simbolo di caos e di pericolo: ecco la sua capacità di imporre l’ordine e la civiltà sul caos della Storia. 

La regina dei coralli (è nota la sua predilezione per quelli di Torre del Greco)  sceglie le perle per questo ritratto. Il vestito è accollato, con un colletto leggero che le illumina il viso. Il richiamo è alle donne del Rinascimento, a Maria de’ Medici, forse, alle donne che hanno fatto la storia di Francia e d’Europa. 

Il mobile è l’altro centro nevralgico del suo potere. Gioacchino Murat non c’è, è a combattere sui campi di battaglia, e tocca a lei decidere cosa fare. 

Il tavolo è coperto da un panno di velluto verde scuro, tipico colore dei mobili da ufficio e dei ministeri dell’epoca: sopra ci sono un calamaio e un libretto, forse il codice delle leggi o la Costituzione. Carolina è una donna di Stato, che governa attivamente il Regno di Napoli. E vuole continuare a farlo, anche adesso che è sull’orlo del baratro. 

Non c’è spazio per la fragilità: Ingres ci consegna la dignità e la fierezza prima della rovinosa caduta. 

Per uno strano caso del destino, come se la malasorte accomunasse la committente e il suo ritratto, di questo quadro si sono perse le tracce dal 1815, quando caddero i re francesi a Napoli.

Il dipinto ricomparve poi in una collezione privata a Bruxelles negli anni Sessanta; fu restaurato nel 1987 e infine, nel 1990, lo studioso Hans Naef lo pubblicò restituendogli la corretta attribuzione a Ingres e identificandovi con certezza il volto di Carolina Murat.

Un caso in cui la finzione artistica può fare di più della damnatio memoriae: un’immagine di fermezza che riscatta Carolina Bonaparte da quella che ci ha consegnato la Storia.

Bibliografia:

Ornella Scognamiglio, “L’ultima grande committenza di Carolina: Jean-Auguste-Dominique Ingres”, in I dipinti di Gioacchino e Carolina Murat. Storia di una collezione, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, pp. 177-194.

Gennaro Toscano, “Pittori francesi a Napoli durante il regno di Carolina e Gioacchino Murat (1808-1815)”, in Antonio Canova. La cultura figurativa e letteraria dei grandi centri italiani. 2. Milano, Firenze, Napoli, Bassano del Grappa, 2006, pp. 361-386.

Hans Naef, “Un chef-d’œuvre retrouvé: le portrait de la reine Caroline Murat par Ingres”, in Revue de l’Art, n. 88, 1990, pp. 11-20.