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WEBINARTE APPROVED: BELLEZZA E BRUTTEZZA ALLE GALLERIE D’ITALIA (MILANO)

Bellezza e Bruttezza

Belli a sinistra, brutti a destra: ma l’Arte funziona davvero così? Come orientarsi nella mostra alle Gallerie d’Italia, fra luci e ombre dell’allestimento.

di Brenda S. Antozzi per WebinARTE


Alle Gallerie d’Italia a Milano hanno finalmente risolto un problema che affligge l’umanità da secoli.
I belli a sinistra.
I brutti a destra.
Semplice.
Uno entra, guarda, si orienta e sa immediatamente da che parte stare.
Peccato che la mostra si chiami “Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento” e non “Come mettere in ordine la classe durante l’ora di
educazione artistica
”.
Perché il tema della mostra è molto più interessante dell’allestimento che, almeno per me, avrebbe potuto essere decisamente meno politically correct.
E, soprattutto, più contraddittorio.


La mostra alle Gallerie d’Italia di Milano affronta infatti un tema tutt’altro che semplice: come cambia, tra Quattrocento e Cinquecento, l’idea di bellezza e che cosa
succede quando l’arte comincia a interessarsi anche a ciò che bello non è. Il percorso mette insieme oltre cento opere, con nomi che vanno da Leonardo a Michelangelo, da
Botticelli a Tiziano, da Dürer a Cranach, passando per il grottesco, la caricatura, il ritratto realistico e quella curiosissima zona di confine in cui il brutto comincia addirittura a diventare stimolante.
E proprio qui, secondo me, sta il problema.
Certo, capisco perfettamente l’esigenza di dividere il percorso. La didattica ha bisogno di categorie, sezioni, percorsi leggibili.
Ma qui siamo davanti a Bellezza e Bruttezza, due concetti che hanno passato gli ultimi cinque secoli a guardarsi, copiarsi, contaminarsi e spesso farsi dispetti.
E noi li mettiamo in due zone diverse della sala.

Funziona.
Ma perdi qualcosa.
Perché il bello e il brutto diventano davvero interessanti quando li metti uno accanto all’altro.
Non quando dici al visitatore:
“Adesso abbiamo finito con i belli. Se vuole proseguire, i brutti sono dall’altra parte.”

Avrei messo le opere in dialogo.

Una bellezza ideale davanti a un volto deformato.
Un corpo perfetto accanto a uno sproporzionato.

Un ritratto costruito secondo le regole dell’armonia accanto a una caricatura.
Non per dire: “Vedete? Questo è bello e questo è brutto”.
Ma per costringerci a fare una cosa molto più interessante: decidere noi.
Perché basta poco per accorgersi che la faccenda non è così semplice.
Il bello rinascimentale è proporzione, equilibrio, armonia, misura.
Il brutto può essere deformazione, vecchiaia, eccesso, irregolarità.
Poi però arriva l’artista.
E prende proprio ciò che dovrebbe essere escluso dal canone e lo guarda, lo disegna, lo studia, lo esagera, lo trasforma.
E a quel punto succede una cosa strana per il nostro ordinatissimo schema: il brutto diventa una cosa molto interessante da guardare. Spesso affascinante.

Leonardo, per esempio, non sembra avere particolarmente a cuore la nostra necessità di tenere tutto in ordine.
Le sue teste grottesche sono una specie di laboratorio della fisionomia: nasi enormi, menti improbabili, bocche, rughe, deformazioni.
Non sono semplicemente “brutte”. Sono analizzate.



E soprattutto sono diventate arte.
È questo che mi sarebbe piaciuto vedere emergere ancora di più dall’allestimento: la zona grigia.
Il problema è che ci piace mettere etichette
Ci piace classificare.
Bello. Brutto.
Come se l’arte avesse bisogno di un archivista che, dopo aver guardato ogni quadro, apponesse un timbro:
BELLO.
Oppure:
NO, GRAZIE.
Ma la storia dell’arte è molto più divertente quando le categorie cominciano a saltare.

Frans de Vriendt detto Frans Floris, Pomona (particolare), 1565, Stockholm, The Hallwyl Museum

Nel Rinascimento l’idea di bellezza non rimane infatti ferma. Il rapporto con il reale si fa più complesso, la caricatura acquista spazio, il grottesco diventa una forma di
ricerca e i confini tra ideale e reale diventano sempre meno rigidi. Insomma, le opere fanno di tutto per mescolare le carte e noi le rimettiamo diligentemente in due pile.
Però la mostra mi è piaciuta, eh.

E qui arriva la parte in cui, dopo aver passato qualche paragrafo a lamentarmi dell’allestimento, devo ammettere una cosa: la mostra merita di essere vista.
Perché le opere sono notevoli e il tema è intelligente.
Mi ha proprio messo davanti ad una domanda molto più scomoda: chi decide che cosa è bello?
E la risposta cambia con i secoli.

Cambia con la cultura, con il gusto, con la società.
E cambia persino davanti a uno stesso quadro.
Avrei voluto meno distanza tra bello e brutto.
Avrei voluto vederli litigare.

Guardarsi.

Provocarsi.
E magari scoprire che, davanti a un’opera d’arte, le nostre categorie tanto ordinate cominciano a perdere qualche pezzo.
Quindi, se andate alle Gallerie d’Italia, fate dei passi diversi.

Perché l’arte, fortunatamente, non rispetta sempre la segnaletica.

Brenda S. Antozzi

Bellezza e Bruttezza: ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento

Milano, Gallerie d’Italia

fino al 18 ottobre