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APPROVATO DAI SOCI: ARNALDO POMODORO ALLE GALLERIE D’ITALIA (MI)

Arnaldo Pomodoro
Arnaldo Pomodoro, una vita di materia, spazio e meraviglia

di Brenda S. Antozzi per WebinARTE

Alle Gallerie d’Italia di Milano, in un pomeriggio qualunque, Arnaldo Pomodoro. Una vita mi ha lasciata sin da subito a bocca aperta.

E non soltanto per Pomodoro.

Anche per come Pomodoro è stato mostrato.

Qui l’allestimento non è un contenitore neutro nel quale mettere delle sculture e poi lasciare che facciano tutto loro.

È parte della mostra.

E funziona.

credits: Brenda S. Antozzi

Partiamo dalle luci, perché davanti alle opere di Pomodoro non sono affatto un dettaglio.

Sono perfette: non invadono, non appiattiscono, fanno esattamente quello che devono fare: accompagnano la materia.

E con Pomodoro la materia è tutto.

Il bronzo cambia a seconda di come viene illuminato: una superficie può sembrare quasi liscia e, un attimo dopo, rivelare incisioni, rilievi, cavità e ombre. La luce fa emergere i dettagli senza mai mettersi in competizione con le opere.

Ed è proprio guardando i dettagli che ci si accorge di quanto Pomodoro sia molto più delle sue celebri sfere.

credits: Brenda S. Antozzi

Ma c’è una cosa che ho adorato, letteralmente.

I cassettoni.

Sì, proprio quelli che ti viene immediatamente voglia di curiosarci dentro. E qui, per fortuna, si possono aprire.

Dentro trovi schizzi, documenti, fotografie, progetti, tracce del lavoro dell’artista.

E questo mi ha svoltato la visita.

Perché non stai più soltanto guardando le opere finite: stai sbirciando dentro il processo.

Apri un cassetto e vuoi vedere cosa c’è. Poi ne apri un altro. E un altro ancora.

È una sensazione quasi infantile, nel senso migliore possibile.

E mentre spii, capisci che dietro quelle forme che oggi riconosciamo immediatamente come “Pomodoro” c’è stato un lavoro fatto di tentativi, idee, progetti e trasformazioni.

Il cassetto diventa una piccola macchina del tempo e, soprattutto, rompe quella distanza un po’ solenne che spesso si crea davanti alle grandi mostre.

Non sei più soltanto il visitatore che osserva.

Sei quello che è attivo e non si lascia solo trascinare.

E io ho trovato questa scelta semplicemente stupenda.

Perché diciamolo: Pomodoro lo conosciamo tutti. O almeno crediamo.

Vediamo le sue sfere nelle fotografie, nelle piazze, nei musei, nei libri di storia dell’arte.

E inevitabilmente abbiamo finito per trasformarle in un’immagine.

la Sfera Grande di Pomodoro nel cortile delle Gallerie d’Italia, esposizione permanente

La sfera di Pomodoro. Una forma riconoscibile. Quasi un logo.

Poi però arrivi davanti all’opera e ti avvicini.

La superficie si rompe.

La perfezione geometrica viene attraversata da segni, incisioni, elementi che sembrano meccanici e contemporaneamente organici.

E quella che sembrava una semplice sfera diventa un piccolo universo.

Pomodoro non è l’artista delle sfere. È l’artista di ciò che succede dentro le forme.

Le sue geometrie sembrano solide e, nello stesso tempo, sul punto di esplodere.

I materiali sono pesanti, ma le opere hanno un’energia quasi in movimento.

Come se un meccanismo fosse stato fermato proprio un secondo prima di ricominciare.

La sua scultura ti affascina laddove si incontrano ordine e caos, geometria e materia, macchina e natura, passato e futuro.

Anche questo mi è piaciuto molto: le opere hanno spazio.

Puoi avvicinarti, allontanarti, girare intorno a una scultura e cambiare punto di vista.

E con Pomodoro è fondamentale, perché le sue opere non sono immagini da guardare frontalmente. Occupano lo spazio e cambiano mentre cambi tu.

credits: Brenda S. Antozzi

Non hai la sensazione che la mostra ti stia dicendo continuamente cosa devi pensare.

Puoi semplicemente guardare.

E forse è questo il complimento più grande che si possa fare a una mostra.

Mi ha fatto venire voglia di osservare davvero.

Di fermarmi davanti a una superficie e chiedermi perché ci siano proprio quelle incisioni.

Di fare due passi indietro, poi uno avanti.

Di cambiare posizione.

Di aspettare che la luce faccia comparire un dettaglio.

Questa volta non ho particolari riserve da mettere in fondo alla recensione tanto per rispettare la tradizione secondo cui, se una cosa ci piace, dobbiamo necessariamente trovare qualcosa che non va.

credits: Brenda S. Antozzi

La mostra mi è piaciuta.

Molto.

Per Pomodoro, naturalmente.

Per l’allestimento elegante e intelligente.

Per le luci, davvero perfette.

Per lo spazio lasciato alle opere.

E soprattutto per quei cassettoni che ti fanno tornare, almeno per qualche minuto, alla curiosità di quando eri bambino e davanti a un cassetto chiuso pensavi soltanto:

“Chissà cosa c’è dentro.”

E allora lo apri e ci scopri un mondo.

Brenda S. Antozzi

Arnaldo Pomodoro: una vita

Milano, Gallerie d’Italia

fino al 18 ottobre