Due mostre complementari, per dare voce ai mille volti di Napoli
di Gabriella D’Ippolito
Quando si dice ultima chiamata.
La mostra sulla memoria del Reale Albergo dei Poveri è stata prorogata al 30 aprile, giusto in tempo per la discesa dal nord di mia sorella.
Meta del fine settimana: Real Albergo dei Poveri, classe 1751.

Lei viene accompagnata dal suo dodicenne, io dal mio: bisogna farsi trovare preparate. Gli elementi ci sono tutti: un re, un sogno, un grande palazzo pensato per i poveri senza una casa, i giardini, i bambini abbandonati, la scuola, i mestieri, la musica.
La facciata è monumentale, ce la godiamo dal bar di fronte, gigantesca con le sue 400 finestre. Io che sono stata da poco alla Reggia di Caserta, non posso esimermi dal paragone: lì il lusso, la rappresentanza, il cerimoniale, qui la vita vera di un tempo pieno di contraddizioni.
Peccato che sia completamente coperta dalla ristrutturazione in atto, che mortifica, ahimè, anche la magnifica scalinata a due rampe pensata da Ferdinando Fuga.
Dicono che tutto sarà pronto per il 2029: a vederlo adesso ci metterei la firma.

Gli ambienti che ad oggi sono agibili non arrivano al 10% dell’intera struttura. Dall’interno non si riesce minimamente a coglierne la misura e la bellezza dei famosi 3 giardini attorno ai quali è stato costruito.
Entriamo. La mostra è al primo piano. Itinerario obbligato, un corridoio tappezzato di fogli alle pareti: documenti ritrovati nelle stanze del grande Serraglio. Lo hanno sempre chiamato così, i napoletani, anche se impropriamente: questo posto non è nato per essere una gabbia.
Ci sono fogli di giornale, ma tanti sono compiti di scuola eseguiti da chi lì ha studiato, lettere di chi lì ha insegnato o ha lavorato. E’ qui che ci sono i nomi e i cognomi, e le testimonianze di chi qui ha vissuto, amato e patito.
Le luci sono calde, e quei fogli manoscritti sembrano già affollare la mente di mille voci perse nel tempo.
L’ingresso è indubbiamente molto suggestivo. Come suggestive sono le foto di Mimmo Jodice e Luciano Romano, toccanti le parole scritte per l’occasione da Viola Ardone, e assolutamente aderente al contesto l’opera di polvere d’oro di Norma Jeane.
L’esposizione è tutta in una stanza, nell’antico refettorio. Gli oggetti sono quelli ritrovati: pentolame, scarpe, letti, qualche foto in originale che restituisce qualche volto, qualche lattina risalente alla seconda guerra mondiale.
La narrazione, però, è la stessa della giornata della Memoria: ha un grigiore che sottintende dolore, e finisce per evocare quegli stessi scenari tragici.
E quindi, dove è finita la speranza di costruire una struttura gigantesca per ospitare e rieducare i tanti poveri del Regno.
Non siamo deluse, siamo scosse.



L’Albergo dei poveri ha da sempre avuto il sapore dell’abbandono, e da sempre è stato una presenza ingombrante e spettrale sulla città , sempre avvertito come un’occasione perduta. Non stupisce, dunque, questa aurea malinconica, che fa leva su una premessa emozionale per iniziare a restituirlo al pubblico.
Un prologo, appunto, come recita il titolo dell’esposizione: un’operazione che punta alla pancia per arrivare al cuore.
Non so se riesca a restituire dignità ad un sogno illuminato di altri tempi, piuttosto ne resuscita la memoria, ma per dissotterrare l’identità dei singoli che lì hanno vissuto ci vorrebbe lo studio certosino di quei fogli all’ingresso, e chissà se sarà mai possibile ricomporli.
Usciamo, la visita non è finita.

Al primo piano ci aspetta una seconda mostra, quella di Mario Amura: 33 fotografie formato maxi scattate dal Monte Faito, che riprendono il capodanno di Napoli nell’arco di 15 anni.
Se l’esposizione del piano terra, seppur suggestiva, non è riuscita a restituire le storie, Explosion di Mario Amura invece non ha bisogno di parole.
Le immagini sono palesemente le anime della città .Â
Immagini che hanno in sé una promessa di fedeltà al reale, e che invece diventano metafora astratte delle molteplici identità partenopee.
Hanno dei colori dominanti: il rosso, come la lava; il giallo, come il sole; l’azzurro, come il cielo terso del sud; e il nero, come la malinconia nera, quel profondo pessimismo che qui prende la consistenza della materia.



Il Vesuvio immerso nella sua stessa lava, gigante buono fino a quando non esce pazzo;
l’onda di luci che come uno tsunami quella città la travolge, come le famose mani sulla città ;
gli spilli che pungolano la terra come la rabbia che ribolle;
le forme delle luci che sembrano meduse, a sottolineare il legame profondo con il mare;
altre che richiamano i coriandoli del carnevale, anima sovvertitrice di ruoli e regole;
curve che disegnano una nuova mappa della città che richiama le arterie della tangenziale e la sua vena futurista.
Le foto dialogano con l’interlocutore, ma anche con la tradizione letteraria napoletana. Non a caso il cartello d’ingresso è una citazione di Matilde Serao, ma c’è tanto Pino Daniele, Edoardo de Filippo, Totò, Francesco Rosi.
Le due mostre camminano di pari passo, danno un senso l’una all’altra: una ci ricorda come sia difficile dare sempre un volto alle nostre radici, l’altra svela tutte le anime di una città esplosiva.
Gabriella D’Ippolito
ANCORA QUI Prologo
L’Albergo dei Poveri e la memoria delle cose
a cura di Laura Valente
Refettorio monumentale – Real Albergo dei Poveri – Piazza Carlo III, Napoli
dal 2 dicembre 2025 al 2 marzo 2026- Proroga 30 aprile
NAPOLI EXPLOSION
a cura di Sylvain Bellenger
Real Albergo dei Poveri – Piazza Carlo III, Napoli
Dal 15 dicembre 2025 all’8 marzo 2026 Proroga 30 aprile
