Andy Warhol, Grapes: l’uva diventa icona pop tra colore, serialità e cultura di massa
Di Anna Cappelloni per WebinARTE
Ci sono artisti che scelgono i loro soggetti e altri che vengono scelti dai loro soggetti. Warhol appartiene alla prima categoria, quasi sempre.
La lattina di zuppa Campbell’s, Marilyn, Mao: tutto calcolato, tutto deliberato, tutto riconoscibile a colpo d’occhio.
Eppure, nel 1979, produce un portfolio di sei serigrafie interamente dedicato all’uva.
Grappoli, tralci, foglie.
Il tipo di soggetto che ci si aspetta di trovare in una natura morta olandese del Seicento, non uscito dalla Factory di New York.
Non è un capriccio. È una storia che comincia quattro anni prima, in una cantina di Bordeaux.
Nel 1975 il Château Mouton Rothschild invita Warhol a disegnare l’etichetta per la sua annata. Il domaine ha una tradizione consolidata: dal 1945 commissiona ogni anno a un artista internazionale un’opera originale per la propria bottiglia. Prima di Warhol, in quella lista, ci sono Picasso, Chagall, Miró, Dalí. Warhol arriva e fa quello che sa fare: lavora da fotografie, sovrappone immagini, giustappone diversi studi del volto del barone Philippe de Rothschild. Un ritratto che è già un ragionamento sul lusso come brand, sulla persona come icona replicabile. Il vino come oggetto da collezione. Il collezionista come soggetto da smontare.
Quattro anni dopo, quell’incontro crea Grapes.
Sei serigrafie su carta Strathmore Bristol, edizione di cinquanta esemplari, catalogue raisonné Feldman & Schellmann II.190–195.
Ogni stampa raffigura una varietà diversa di grappolo in una combinazione cromatica distinta: rosa fucsia su fondi arancioni e rossi, giallo su fondi turchesi e neri, verde su fondi rossi e grigi.
I colori non hanno nulla a che fare con l’uva vera e non è un dettaglio secondario.
Warhol usa campiture piatte di inchiostro semiapaco su un disegno a linee nere, un tratto quasi abbozzato che porta ancora addosso il segno della mano.
Un rimando alla carriera giovanile come illustratore commerciale, le scarpe disegnate per Vogue e Glamour negli anni Cinquanta.
La mano è ancora lì, visibile sotto gli strati serigrafici. Come una firma che non vuole sparire del tutto.

Il risultato è un oggetto visivamente irrequieto.
I grappoli sembrano sul punto di esplodere fuori dallo spazio del foglio.
Nessuna quiete, nessuna luce radente, nessuna ombra morbida della natura morta tradizionale.
C’è ritmo, invece. E una certa violenza del colore.
C’è anche un dettaglio tecnico che vale la pena non trascurare.
L’edizione speciale del portfolio, tiratura di soli dieci esemplari, presenta per la prima volta nella carriera di Warhol la polvere di diamante.
Non diamanti veri: vetro frantumato, che non scintilla in modo uniforme ma cattura la luce in maniera irregolare, opaca, inquieta.
Tecnica che Warhol avrebbe poi usato in Diamond Dust Shoes e in altri lavori degli anni successivi.
Materiale nobile in apparenza, sintetico nella sostanza.
Grapes si colloca tra i Skulls del 1976 e i Myths del 1981: un momento in cui Warhol si allontana dalla ritrattistica e torna a ragionare sugli oggetti.
Frutta, scarpe, cose. Soggetti di consumo quotidiano trattati con la stessa distanza clinica riservata alle icone pop.
L’uva non è più romantica del barattolo di pomodoro.
È un altro soggetto da smontare.
La natura morta, genere antico quanto la pittura stessa, non esce indenne da questo incontro.
Con l’uva come con Marilyn, con la lattina di zuppa come con il barone de Rothschild: cambia il soggetto, non cambia il metodo.
Prendere qualcosa di familiare, saturarlo di colore, restituirlo irriconoscibile.
E chiamarla ancora natura morta.
L’Opera d’Arte del giorno prima
