A Conversation di Vanessa Bell: modernismo inglese, Bloomsbury Group e Virginia Woolf in un dipinto costruito sul fascino del non detto.
Di Brenda S. Antozzi per WebinARTE
Chi non ha mai avuto la tentazione di ascoltare la conversazione del tavolo accanto al ristorante alzi la mano! Anzi, no: tanto non ci crederei.
Probabilmente esistono due categorie di persone: quelle che non ascoltano mai le conversazioni altrui e quelle che mentono.
È proprio su questa piccola debolezza umana che sembra costruirsi il fascino di A Conversation, uno dei dipinti più intriganti di Vanessa Bell, figura centrale del modernismo inglese e del Bloomsbury Group.
Tre donne parlano tra loro. E noi, inevitabilmente, vorremmo sapere di cosa.
Il dipinto, realizzato tra il 1913 e il 1916 e oggi conservato alla Courtauld Gallery di Londra, non racconta una storia vera e propria. Non c’è un evento, non c’è un gesto decisivo, non c’è un momento drammatico da interpretare.
C’è soltanto una situazione sospesa.
Tre figure femminili sono raccolte in un interno essenziale: una stanza quasi spogliata di elementi narrativi, una finestra aperta verso un giardino fiorito, pochi dettagli scelti con attenzione. I corpi si inclinano leggermente, le teste si avvicinano, gli sguardi si incontrano.
Tutto suggerisce una comunicazione privata.
Una confidenza? Un commento su qualcuno che non è presente? O stanno cospirando?
Vanessa Bell non ci offre nessuna risposta. E penso sia proprio questo il punto essenziale.
Le tre donne non guardano lo spettatore. Non cercano il suo sguardo. Non lo invitano nella scena.
Lo lasciano fuori.
Ed è una sensazione curiosa: non abbiamo l’impressione di osservare semplicemente una conversazione, ma quasi quella di essere arrivati un secondo troppo tardi. Come quando entri in una stanza e due persone smettono improvvisamente di parlare e tu hai il sospetto che stessero parlando di te.
Non sappiamo se stiano dicendo qualcosa di importante. Ma il nostro cervello decide comunque che deve esserlo.
Bell costruisce così il suo piccolo gioco: non mostra il contenuto della conversazione, ma crea tutte le condizioni affinché noi vogliamo scoprirlo.
Il vero protagonista del dipinto, alla fine, non è ciò che viene detto. È ciò che immaginiamo venga detto.
Questa attenzione per il non detto non è casuale nella vicenda artistica di Vanessa Bell. Nata nel 1879, era la sorella maggiore di Virginia Woolf, una delle figure fondamentali della letteratura del Novecento. Le due sorelle crescono in un ambiente in cui arte e parola non servono soltanto a descrivere il mondo, ma anche a esplorarne le zone più ambigue: i pensieri nascosti, le emozioni non dichiarate, tutto ciò che rimane tra una frase e l’altra.
Virginia Woolf affida questa ricerca alla scrittura, lavorando sul flusso della coscienza e sui significati nascosti della vita quotidiana. Vanessa Bell fa qualcosa di simile attraverso la pittura. Non racconta un episodio ma lo lascia accadere davanti a noi.
Il loro mondo era quello del Bloomsbury Group, un ambiente intellettuale nato nella Londra degli inizi del Novecento, dove artisti, scrittori e critici si incontravano per discutere di letteratura, pittura, filosofia e società.
Ne facevano parte, tra gli altri, lo scrittore E.M. Forster, il critico d’arte Roger Fry e naturalmente Virginia Woolf e Vanessa Bell.
Era un universo costruito anche attraverso le conversazioni: lunghe discussioni, confronti, idee che passavano da una persona all’altra. La parola, in quel contesto, non era solo comunicazione, ma uno strumento creativo.
E forse è proprio questa atmosfera che rende A Conversation così affascinante.

Non perché rappresenti necessariamente una scena del Bloomsbury Group, ma perché sembra catturare quell’idea di conversazione come spazio privato, luogo in cui nascono pensieri e relazioni.
Lo spettatore resta sulla soglia. Abbastanza vicino per osservare. Troppo lontano per sapere.
Il linguaggio artistico di Vanessa Bell si sviluppa anche grazie al rapporto con Roger Fry, figura fondamentale per la diffusione del modernismo in Inghilterra.
Nel 1910 Fry organizza a Londra la mostra Manet and the Post-Impressionists, un’esposizione destinata a cambiare profondamente il modo di guardare alla pittura contemporanea inglese, introducendo al pubblico artisti come Cézanne, Gauguin e Van Gogh.
E mentre per molti visitatori fu quasi uno shock, per Bell fu una rivelazione.
La pittura poteva liberarsi dall’obbligo di raccontare una storia precisa. Poteva affidarsi alla forma, al colore, alla composizione. Poteva suggerire invece di spiegare. E suggerire significa lasciare uno spazio vuoto che dovrà essere riempito dallo spettatore.
Nel 1913 Fry fonda inoltre gli Omega Workshops, un laboratorio in cui arte, design e decorazione si incontrano. Vanessa Bell partecipa attivamente al progetto, esperienza che contribuisce a sviluppare il suo modo di costruire gli ambienti attraverso forme semplificate e una grande attenzione all’equilibrio compositivo.
E in A Conversation effettivamente è ciò che accade: nulla sembra casuale. La scena appare spontanea, quasi rubata alla quotidianità, ma è costruita con grande precisione. Ogni elemento contribuisce alla sensazione di sospensione: la disposizione delle figure, la distanza tra loro, il rapporto tra interno ed esterno.
Il titolo promette una conversazione, che non c’è, ma è la sua assenza il soggetto dell’opera.
Non sappiamo cosa si stiano dicendo le tre donne e non sappiamo nemmeno se dovremmo davvero ascoltarle. Eppure continuiamo a farlo. Perché il vuoto narrativo ci mette al lavoro. Costruiamo ipotesi, immaginiamo storie, inventiamo possibilità. A Conversation diventa così una piccola indagine psicologica sul nostro desiderio di sapere.
E alla fine, dopo più di un secolo, la domanda resta sempre la stessa: di cosa stanno parlando?
Bibliografia
Maria Fuortes, «L’artista come decoratore»: Vanessa Bell dagli Omega Workshops a Charleston, tesi di laurea in Scienze storico-artistiche, Sapienza Università di Roma, relatore Claudio Zambianchi, a.a. 2012/2013
Jenni Råback, Virginia Woolf and Vanessa Bell: Figuring Sisterhood, tesi di dottorato, Queen Mary University of London, 2020
Emanuela Piga Bruni, “Tra parola e immagine. Solidità e impersonalità nella poetica di Virginia Woolf e Vanessa Bell”, in Monica Farnetti e Giuliana Ortu (a cura di), L’eredità di Antigone. Sorelle e sorellanza nelle letterature, nel teatro, nelle arti e nella politica, Firenze, Franco Cesati Editore, 2019, pp. 195–216.
Sitografia
Crediti fotografici
© Estate of Vanessa Bell. Image courtesy of The Courtauld.
L’Opera d’Arte del giorno
