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REMBRANDT, REMBRANDT E SASKIA NELLA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO, per CalendARTE

Rembrandt e Saskia nella parabola del figliol prodigo, circa 1635, Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda
Rembrandt e Saskia nella parabola del figliol prodigo: autoritratto, eccessi, ironia e morale nella taverna dipinta da Rembrandt.

Di Giuliana Della Bianca per WebinARTE

L’allegra coppia rappresenta un autoritratto dell’artista, raffigurato nei panni del figliol prodigo che sperpera le sue ricchezze in una taverna mentre tiene sulle ginocchia una cortigiana con i lineamenti dell’amata moglie Saskia van Uylenburgh. La mano dell’uomo afferra il fianco della donna quasi a sottolineare il suo possesso privato.

I due sono di spalle ma con una torsione si volgono verso lo spettatore e l’uomo alza il bicchiere in un brindisi con un sorriso sfrontato, quasi a voler brindare alla propria fortuna e invitare lo spettatore a unirsi alla sua giovinezza dorata. Tutto viene ostentato in questo quadro “in costume”: i protagonisti vestono abiti ricercati, indossano gioielli preziosi e sul tavolo si vede un pasticcio di pavone, piatto degno di un sovrano per l’epoca in cui venne dipinto.

Mentre nell’iconografia cristiana, il pavone è simbolo di bellezza, amore e resurrezione, nei bestiari del medioevo era simbolo di vanità, orgoglio e arroganza. Nel mondo protestante il tema del figliol prodigo era soggetto frequente nelle opere d’arte per il suo significato morale. Oltre al pavone ci sono altri dettagli che confermano questa chiave di lettura morale, tipica della cultura calvinista olandese. Sullo sfondo a sinistra si nota una lavagna appesa alla parete.

Serviva a segnare i debiti accumulati per le consumazioni nella taverna, un chiaro ammonimento visivo sul costo della dissolutezza. Inoltre, Saskia non sorride: Il suo sguardo rivolto verso lo spettatore è serio, quasi distaccato e ammonitore, come se fosse consapevole della precarietà di quel momento di festa.

 Il bicchiere sproporzionato può alludere agli eccessi e agli sperperi del figlio minore ma in realtà si tratta di un “pasglas”, decoratocon dei gradini (passen) in vetro più scuro che indicavano la quantità di birra che i partecipanti alle gare dovevano bere in un solo sorso. Chi riusciva a centrare l’obiettivo passava il bicchiere al giocatore successivo (per questo il pasglas era chiamato anche bicchiere da passaggio) altrimenti era costretto a bere fino alla tacca successiva.

Rembrandt e Saskia nella parabola del figliol prodigo, circa 1635, Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda
Rembrandt Harmensz. van Rijn, Rembrandt e Saskia nella parabola del figliol prodigo, circa 1635–1639, olio su tela, 161 × 131 cm, Gemäldegalerie Alte Meister, Staatliche Kunstsammlungen Dresden, Dresda, inv. Gal.-Nr. 1559

Le scene con bevitori dovevano avere una finalità moraleggiante allo scopo di mettere in guardia sugli eccessi del vizio ma alla fine prevalse l’aspetto gaudente con raffigurazione di personaggi alticci se non completamente ubriachi che ridono con i denti ben in vista. 

Il dipinto Rembrandt e Saskia nella parabola del figliol prodigo risulta tagliato lungo il lato sinistro, forse dall’artista stesso, per eliminare personaggi secondari e focalizzare l’attenzione sulla coppia, avvolta dalla luce, che occupa la parte centrale del quadro. La luce mette in evidenza i dettagli degli abiti e conferisce una dinamica vivacità alla scena. La profondità è data dal contrasto marcato tra luce e ombra a cui Rembrand ricorreva spesso per dare realismo alle sue opere.

Ocra rossa, giallo di piombo-stagno e lacca di robbia sono i pigmenti che Rembrandt utilizzò per il quadro.  La luminosità degli abiti e dei gioielli dorati è resa con l’utilizzo della biacca e del giallo di piombo-stagno mischiati con lacche e terre fino a formare un impasto corposo e tridimensionale. Fra i due personaggi Rembrandt aveva dipinto una suonatrice di liuto nuda, in seguito ricoperta con il colore dello sfondo.

 Per molto tempo, la critica ottocentesca ha letto questo quadro come una pura “dichiarazione d’amore” o un’istantanea domestica di felicità coniugale con un’allusione al loro stile di vita reale (Rembrandt era all’apice della carriera e i numerosi incarichi gli consentivano una vita agiata). Storici dell’arte hanno invece contestato questa visione romantica, inserendo l’opera nel filone dei ritratti in costume e delle scene di genere olandesi.

Rembrandt non sta celebrando ingenuamente la sua felicità; sta compiendo un’operazione intellettuale tipica del suo teatro pittorico usando il suo volto e quello della moglie per interpretare un ruolo morale. Auto-identificandosi con il peccatore (il figliol prodigo), Rembrandt compie un atto di umiltà e di auto-ironia cristiana, riconoscendo la propria fallibilità umana proprio nel momento del massimo successo materiale. La tenda disegnata potrebbe essere un simbolo per la verità più profonda rivelata allo spettatore.

 Al termine della Seconda guerra mondiale, il quadro, ora esposto a Dresda, fu trasportato in URSS dall’Organizzazione sovietica per i trofei nel luglio 1945 e rimase a Mosca fino al 1955 e solo l’anno successivo venne restituito alla Pinacoteca di Dresda.


Fonti:

Emanuela Pulvirenti, «Un antico bicchiere da birra: il pasglas nei dipinti», Didatticarte, 21 maggio 2025

The Rembrandt Database, «Self-Portrait as the Prodigal Son», scheda  dell’opera, s.d.

J. Bruyn, B. Haak, S.H. Levie, P.J.J. van Thiel, E. van de Wetering, «The Prodigal Son in the Tavern», in A Corpus of Rembrandt Paintings, vol. III, 1635-1642, Dordrecht, Boston, London, Martinus Nijhoff Publishers, 1989, pp 134-147


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