Peschi in fiore di Van Gogh: la Provenza, il Giappone e la natura trasformata dal suo sguardo.
Di Antonietta Capo per WebinARTE
«Proprio ora ho sul cavalletto un frutteto di peschi lungo una strada con le Alpilles sullo sfondo» (lettera a Theo van Gogh. Arles, intorno a giovedì 4 aprile 1889).
La frase si riferisce al dipinto Peschi in fiore, dell’aprile 1889, che testimonia l’ultimo periodo del soggiorno di Van Gogh ad Arles. Egli si era trasferito nel Sud della Francia un anno prima per immergersi nei colori della natura provenzale. L’opera è una complessa sintesi tra l’osservazione topografica della pianura di La Crau e le stampe giapponesi di cui l’artista era un grande collezionista ed estimatore. Infatti in una lettera inviata a Paul Signac di mercoledì 10 aprile 1889, Van Gogh, che ha fatto due schizzi del territorio, la descrive così
«Ecco un rapido schizzo di alcuni di essi: il più grande è una povera campagna verde con piccole casette, la linea blu delle Alpilles, un cielo bianco e blu. In primo piano, recinti con siepi di canne dove sono in fiore piccoli peschi: lì tutto è piccolo, i giardini, i campi, gli alberi, persino quelle montagne, come in certi paesaggi giapponesi, ecco perché questo soggetto mi ha attratto».

In questa fase della sua carriera, l’artista mette da parte le caratteristiche tipiche dell’impressionismo che aveva studiato a Parigi operando una progressiva sintesi di ciò che vede.
Le stampe giapponesi lo hanno senz’altro influenzato per la semplificazione della forma e per la libertà del colore. In Peschi in fiore, l’uso di recinti con siepi di canne in primo piano dà un ritmo alla composizione che guida l’occhio verso le Alpilles, similmente alle composizioni di Hokusai che Van Gogh ammirava. Sul profilo destro della catena montuosa spicca una cima innevata che sembra richiamare le forme del Monte Fuji. Si può leggere in questo dettaglio un omaggio al mondo giapponese.
I toni del blu e del bianco dominano la composizione, dove l’azzurro del cielo viene reso attraverso fitti tratti colorati che conferiscono alla superficie un aspetto più mosso. Gli alberi di pesco, con i loro fiori delicati, fanno da specchio al cielo sovrastante. Le pennellate sono vibranti e dinamiche, si dividono in punti e tratteggi. Esse sono cariche, materiche e stese talvolta a rilievo, un procedimento che conferisce corpo fisico agli elementi naturali. Le poche case sparse dal tetto rosso sono gli unici elementi tridimensionali della tela.
L’opera si colloca in un momento di estrema fecondità produttiva in cui il paesaggio si modella secondo il pensiero del pittore attraverso l’osservazione diretta e la natura diventa l’unico interlocutore dell’artista.
Per comprendere la qualità di quest’opera, è necessario sottolineare l’importanza del disegno nel metodo di Van Gogh. Ad Arles, egli utilizza la grafica per impossessarsi del paesaggio in modo da conoscere la natura così a fondo da non doverla copiare, ma rielaborarla nel proprio personalissimo linguaggio trasportato sulla tela. Questo gli permette di restituirla in modo autentico, come lui spesso scriveva.
Eppure, nonostante la scena appaia serena, lo sguardo non sa dove posarsi: c’è un sottile senso di inquietudine che attraversa la tela, tesa tra la vastità del cielo e la densità della terra coltivata; lo spazio subisce una frammentazione attraverso il ritmo delle pennellate brevi, vibranti, spezzate;i colori hanno contrasti netti. Quest’opera preannuncia la futura evoluzione dello stile di Van Gogh, in cui il tratteggio si farà via via più denso e tortuoso, con pennellate a spirale, trasformando la natura stessa che, attraverso l’opera, emerge in tutta la sua vitalità.

Fonti
Van Gogh Museum, “The Life of Vincent van Gogh, 1853-1890”.
Van Gogh Museum – Huygens Institute, “The Letters”, Van Gogh Letters.
Van Gogh Museum, “Japanese prints”.
Van Gogh Museum, “Vincent van Gogh – Drawings”.
Sitografia immagini
The Courtauld Gallery, Peach Trees in Blossom (P.1932.SC.176)
L’Opera d’Arte del giorno
