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JOHANNES VERMEER, RAGAZZA CON L’ORECCHINO DI PERLA, per CALENDARTE

Ragazza con l’orecchino di perla di Johannes Vermeer, giovane con turbante blu e giallo e grande orecchino di perla su fondo scuro.
Ragazza con l’orecchino di perla: luce, sguardo e mistero nel capolavoro di Johannes Vermeer.

Di Brenda S. Antozzi per WebinARTE

Scrivere di questo dipinto senza trasformarlo in una scheda Wikipedia è più difficile di quanto sembri. Renderlo noioso è un attimo. Provo a non farlo e vediamo se ci riesco.

Facciamo un esperimento.

Provate a raccontare La ragazza con l’orecchino di perla a qualcuno che non l’ha mai vista.

«C’è una ragazza.»

Bene.

«Si gira verso lo spettatore.»

Perfetto.

«Ha un orecchino.» Oppure: «Ha un turbante.»

Fine.

Eppure il punto non è descrivere ciò che vediamo, ma capire perché un dipinto realizzato da Johannes Vermeer intorno al 1665, in cui a ben guardare non accade assolutamente nulla, sia diventato una delle immagini più iconiche del pianeta.

Se confrontiamo questa descrizione con quella di molti altri capolavori della pittura occidentale, il risultato è quasi divertente: niente battaglie, niente santi martirizzati, niente divinità, niente rivoluzioni. Eppure ci hanno scritto un romanzo, girato un film e milioni di persone la riconoscono al primo sguardo.

Come ci è riuscito Vermeer?

Forse perché quella “fine” non è una fine, ma un inizio.

Partiamo da un dato che potrebbe deludere gli appassionati di misteri irrisolti: la Ragazza con l’orecchino di perla non è un ritratto nel senso tradizionale del termine. Gli studiosi del Mauritshuis dell’Aia la identificano infatti come una tronie, un genere molto diffuso nell’Olanda del Seicento che raffigurava volti, espressioni e caratteri, senza l’intento di restituire l’identità precisa di una persona.

Questo non significa che la ragazza non sia mai esistita. Anzi, è molto probabile che Vermeer abbia avuto davanti a sé una modella in carne e ossa. Semplicemente, non gli interessava raccontarci chi fosse, come si chiamasse o dove abitasse. Il suo obiettivo era creare un’immagine universale, capace di evocare una presenza più che una biografia.

Insomma, potremmo essere davanti a uno dei più grandi “malintesi” della storia dell’arte: da oltre tre secoli ci affanniamo a scoprire l’identità della ragazza, mentre Vermeer, con ogni probabilità, ci risponderebbe con un sorriso: «State facendo la domanda sbagliata».

C’è poi un altro elemento insolito.

Rispetto alla gran parte delle sue opere, qui manca quasi completamente un ambiente riconoscibile. Niente stanze ordinate, niente finestre, niente mappe alle pareti. Solo una figura che emerge dall’oscurità.

Per un artista che amava raccontare la quotidianità attraverso interni domestici ricchi di dettagli è una scelta che sorprende. Tutto ciò che potrebbe distrarci viene eliminato. Rimane soltanto l’incontro tra noi e lei.

Ed questo a rende il dipinto incredibilmente moderno.

La giovane non posa con la rigidità tipica del Seicento. Sembra colta in un istante casuale, come se qualcuno l’avesse chiamata e lei si fosse voltata all’ultimo momento. Le labbra socchiuse accentuano questa impressione: non sorride, non parla, non compie alcun gesto preciso.

È sospesa. E continua a sospendere anche noi.

E poi c’è quel blu.

Oggi siamo abituati a vederlo ovunque, ma nel Seicento l’ultramarino naturale ottenuto dal lapislazzuli proveniente dall’attuale Afghanistan costava più dell’oro. Molti artisti lo utilizzavano con estrema parsimonia.

Vermeer no. È anche per questo che il turbante continua a catturare lo sguardo: non è semplicemente blu. È un blu che valeva una fortuna.

Ancora una volta, però, non gli interessava il colore in sé. Gli interessava la luce. Vermeer aveva, inoltre, un talento straordinario nel dipingere la luce. Gli elementi sono pochissimi: un volto, un turbante, un orecchino.

La luce accarezza la pelle, si riflette nell’occhio, sfiora il labbro inferiore e si concentra infine sull’orecchino. Lo sguardo segue quasi inevitabilmente questo percorso.

Il vero soggetto del dipinto non è la ragazza. È ciò che la luce fa alla ragazza.

Alcuni studiosi ritengono che Vermeer possa essersi servito della camera obscura, uno strumento ottico capace di proiettare immagini su una superficie. Non sappiamo fino a che punto la utilizzasse, ma certi riflessi brillanti, i contorni morbidi e quella qualità quasi fotografica rendono l’ipotesi affascinante.

Ragazza con l’orecchino di perla di Johannes Vermeer, giovane con turbante blu e giallo e grande orecchino di perla su fondo scuro.
Johannes Vermeer, Girl with a Pearl Earring (Ragazza con l’orecchino di perla), ca. 1665, olio su tela, 44,5 × 39 cm, Mauritshuis, L’Aia.

Dopotutto, se un pittore del Seicento riesce a convincerci da oltre tre secoli di stare osservando un istante rubato alla realtà, qualche trucco doveva pur conoscerlo.

C’è poi una curiosità meno nota.

Oggi la figura emerge da un fondo quasi nero, che contribuisce al fascino misterioso dell’opera. Per lungo tempo si è pensato che fosse una scelta deliberata.

Analisi scientifiche condotte nel 2018 e pubblicate fra il 2019 e il 2020 hanno invece rivelato che dietro la giovane esisteva una tenda verde scuro, quasi completamente scomparsa a causa del deterioramento dei pigmenti.

È uno di quei paradossi che la storia dell’arte ama regalarci: parte del mistero che oggi attribuiamo a Vermeer è stato creato dal tempo.

E infine eccoci all’oggetto più famoso del dipinto.

Per decenni l’opera fu conosciuta come La ragazza con il turbante. Oggi, invece, tutta l’attenzione è rivolta all’orecchino. Che, paradossalmente, potrebbe non essere nemmeno una perla.

Le sue dimensioni sono insolite e hanno alimentato diverse ipotesi. Secondo alcuni studiosi potrebbe trattarsi di una grande perla di vetro; altri ritengono che Vermeer abbia volutamente lasciato il gioiello indefinito, più vicino all’immaginazione che alla realtà. Addirittura un astrofisico olandese, Vincent Icke, si è interessato all’orecchino analizzandone i riflessi (ha invece proposto che sia un oggetto in metallo lucidato, probabilmente stagno).

A Vermeer, del resto, lo ripetiamo, interessava poco il materiale. Gli interessava la luce. Quel minuscolo punto di bianco che trasforma un semplice orecchino – qualunque cosa fosse – in uno dei dettagli più celebri della storia dell’arte.

Aveva forse intuito qualcosa che dimentichiamo spesso: non guardiamo davvero gli oggetti. Guardiamo la luce che gli oggetti restituiscono.

Sarà per questo che il dipinto continua a conquistarci dopo più di 350 anni.

Nelle sale del Mauritshuis, ogni giorno, le persone si fermano davanti a un quadro in cui una ragazza si gira, indossa un orecchino e non fa praticamente nulla.

Eppure continuiamo ad ammirarla.

Perché, a volte, l’arte più memorabile non è quella che urla.

È quella che sussurra abbastanza piano da costringerci a fermarci e ad avvicinarci.


SITOGRAFIA

Girl with a Pearl Earring, Mauritshuis, https://www.mauritshuis.nl/en/our-collection/artworks/670-girl-with-a-pearl-earring.


FONTI

Mauritshuis, «Johannes Vermeer, Girl with a Pearl Earring», scheda dell’opera, s.d.

Abbie Vandivere, Jørgen Wadum, Emilien Leonhardt, «The Girl in the Spotlight: Vermeer at Work, His Materials and Techniques in Girl with a Pearl Earring», Heritage Science, vol. 8, art. 20, 2020.

Stefano Zuffi, Vermeer: The Master of Light and Composition. His Life in Paintings, London, Dorling Kindersley, 1999.


Credito fotografico

https://www.mauritshuis.nl/en/our-collection/artworks/670-girl-with-a-pearl-earring


L’Opera d’Arte del giorno

Van Haecht, Apelles painting Campaspe