Fichi e scarabeo di Giovanna Garzoni: natura, meraviglia e raffinatezza nella pittura del Seicento
Di Gabriella d’Ippolito per WebinARTE
Frutta + insetto= vanitas.
Niente di più facile, niente di più scontato. Siamo intorno al 1650 e il tema è uno dei più iconici del tempo.
Non c’è niente che rappresenti meglio la caducità della vita, delle passioni e della bellezza che rappresentare della frutta lussureggiante, come nel caso dei fichi aperti a metà, di un insetto che si sta avvicinando alla coppia di frutti maturi ancora attaccati alla pianta, e però già accompagnati da un foglia appassita.
Sennonché, a realizzare l’opera è Giovanna Garzoni (1600-1668). Miniaturista, calligrafista e in seguito pittrice, originaria di Ascoli Piceno, trova a Firenze la sua definitiva consacrazione.
Le ricerche documentarie degli ultimi anni hanno rivoluzionato la biografia della Garzoni, dimostrando che il suo rapporto con la corte medicea iniziò molto prima di quanto si era supposto.
Una Garzoni appena ventenne arrivò a Firenze proprio durante gli anni della Reggenza di Cristina di Lorena e Maria Maddalena d’Austria(1621-1628).
Fu proprio Maria Maddalena a battezzare il talento della Garzoni, gettando il seme del collezionismo di pergamene botaniche e zoologiche.
Quando si stabilisce definitivamente nella città medicea nel 1642, la corte ha già alle spalle una gloriosa stagione di mecenatismo scientifico: negli anni precedenti vi erano passati giganti del calibro di Galileo Galilei e Jacopo Ligozzi. Se il primo non ha bisogno di presentazioni e da solo il suo nome evoca la curiosità scientifica che regnava nel Granducato, Jacopo Ligozzi è meno conosciuto, ma più decisivo per la storia che stiamo raccontando.
Pittore di corte nel Granducato di Francesco I e Ferdinando I, Ligozzi è stato il pioniere della precisione anatomica e botanica a Firenze. Nei suoi acquerelli, l’accuratezza del dettaglio serve alla catalogazione scientifica: ogni particolare della natura doveva essere riconoscibile per lo scienziato. I soggetti dei suoi cataloghi sono isolati su un fondo bianco o neutro, il dato reale deve essere corrispondente e preciso. I gabinetti scientifici e la Tribuna degli Uffizi erano colmi dei fogli che Ligozzi aveva miniato per Francesco I e Ferdinando I.

La Garzoni eredita questa attenzione al dettaglio (d’altronde è una miniaturista) ma preferisce costruire delle nature morte: avvicinare un insetto, appunto, o accostare delle ciotole di porcellana. Soprattutto inserisce un dettaglio che dà vita alla composizione: l’ombra portata. Sotto il fico aperto a metà, sotto il gruppo principale e persino sotto le zampe dello scarabeo, la Garzoni stende una sfumatura grigia: un dettaglio non da poco che fa la differenza tra catalogo e opera.
E guardiamo poi la polpa: è umida, zuccherina, commestibile; non è pura catalogazione scientifica.
Ed è qui che il talento della miniaturista e la passione per la botanica incontrano una committenza d’eccezione. Il soggiorno fiorentino (1642-1651) della Garzoni è sempre a Poggio Imperiale, ma sotto il segno di Vittoria della Rovere, moglie del Granduca Ferdinando II de’ Medici. Un legame, quello con la granduchessa, che si trasformò in una profonda sintonia estetica e intellettuale.
Vittoria della Rovere fu la più grande collezionista delle pergamene della Garzoni, delle quali apprezzava il formato minuto, la precisione e la delicatezza della tecnica a tempera su pergamena dell’artista. L’inventario dei suoi beni descrive dettagliatamente una stanza adornata quasi interamente dalle miniature dell’artista: ritratti, soggetti religiosi e, soprattutto, le celebri nature morte con piatti di frutta, fiori, uccelli e insetti.
Un gusto dell’insolito, in piena tradizione barocca. Alcune delle miniature commissionate erano persino destinate a essere montate su ventagli da viaggio: la botanica, il gusto per l’insolito, la passione per le naturalia e artificialia diventavano così accessori di moda.
In merito a questo, la critica ha ipotizzato che la Garzoni si rifacesse ad un suo privato catalogo di modelli, utilizzato come repertorio per non dover riprodurre sempre dal vero.
In questo modo poteva rispondere con versatilità alle richieste della corte: dalla pergamena da esporre nei corridoi di Poggio Imperiale fino al dettaglio botanico miniaturizzato su un ventaglio da viaggio.
Ecco dunque come il potere dell’arte trasferisce il sapere scientifico alla fabbrica del lusso. E da qui riprendiamo il tema della vanitas iniziale: il nostro insetto può avvicinarsi al frutto maturo e la foglia appassire, compiendo il suo destino, eppure quel singolo istante di lussureggiante bellezza viene sottratto per sempre alla caducità del tempo.
FONTI:
S. Barker (a cura di), “La grandezza dell’universo” nell’arte di Giovanna Garzoni, catalogo della mostra (Firenze, Palazzo Pitti, 2020), Sillabe, Livorno 2020
L. Tongiorgi Tomasi e G. A. Hirschauer, The Flowering of Florence: Botanical Art for the Medici, National Gallery of Art, Washington 2002
G. Casale, Gli incanti dell’iride. Giovanna Garzoni pittrice nel Seicento, Electa, Milano 1996
L’Opera d’Arte del giorno prima
