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PITTURA A NAPOLI DOPO CARAVAGGIO. IL ‘600 NELLA COLLEZIONE DELLA FONDAZIONE DE VITO

Di Gabriella D’Ippolito per WebinARTE

Fondi neri, nature morte, soggetti sacri, un paio di scene di battaglia: è la proposta estiva di Forte dei Marmi, insospettabile candidata a riempire le conversazioni mondane tra un aperitivo e la spiaggia.

Sembra proprio non esista più la dolce vita di una volta.

E invece, Forte dei Marmi si conferma, ancora una volta, in pieno trend. Se c’è una città sulla bocca di tutti da un paio d’anni a questa parte, è Napoli; e se c’è stato un secolo di moda quest’anno, è stato il Seicento. Dalla mostra di Bernini, a quella del Barocco a Forlì, passando per il Seicento femminile napoletano alle Gallerie d’Italia, la tappa versiliese rappresenta quella chicca sofisticata da mettere nel proprio bagaglio, o da spendere in una conversazione che aspiri ad essere minimamente originale tra uno spritz e l’altro.

A sorpresa, Napoli dopo Caravaggio è una mostra molto più legata a questi luoghi di quanto non si possa pensare.

Dietro questa esposizione c’è il gusto raffinatissimo del collezionista Giuseppe De Vito, ingegnere napoletano trapiantato a Milano. Fin da giovane appassionato di pittura del Seicento napoletano, contribuì alla ricerca, raccogliendo una straordinaria selezione di capolavori, ora confluita in una Fondazione che porta il suo nome. Nel 1980, acquistò una casa di campagna sulle colline di Firenze, l’antica villa di Olmo, presso Vaglia, nella quale decise di collocare la biblioteca specializzata in arte napoletana e l’archivio personale, a cui si è aggiunta, dopo la sua scomparsa, la raccolta dei dipinti.

Dunque le 39 opere esposte ora al Fortino, e che risiedono abitualmente nella villa fiorentina, offrono una rara occasione per conoscere quanto Caravaggio abbia rappresentato uno spartiacque ovunque sia passato, compresa la capitale del vicereame spagnolo.

Sia che cerchiate un argomento di spessore sotto l’ombrellone, sia che siate appassionati desiderosi di vedere dal vivo capolavori d’eccezione, Jusepe de Ribera e Battistello Caracciolo vi aspettano con tutta la loro carica emotiva. E la notizia è che non sono gli unici che ricorderete uscendo dal Fortino.

Se ve lo state chiedendo, la risposta è no, Caravaggio non c’è, e credetemi se vi dico che la profondità che scoprirete non ve ne farà sentire la mancanza.

Partiamo dal presupposto che stiamo parlando di una Capitale del XVII secolo, la più popolosa d’Europa dopo Parigi e Londra, crocevia di artisti internazionali, tra cui il Merisi, Artemisia Gentileschi e Velázquez. Una città in cui ogni volta ce n’è una: l’eruzione del Vesuvio (1631), la rivolta di Masaniello (1647), la peste (1656) solo per citare alcuni degli eventi che la resero un palcoscenico a cielo aperto e una continua ispirazione per gli artisti stanziali e di passaggio. Non per niente il Seicento viene definito il Secolo d’oro napoletano. E allora vediamo cosa luccica tanto dentro questo Fortino.

Fresco fresco di restauro, il primo dipinto in cui ci si imbatte è il San Giovannino di Battistello Caracciolo, il pezzo che, come si suol dire, da solo varrebbe il viaggio: uno scugnizzo napoletano dallo sguardo conquistatore. L’affinità col maestro è così evidente che l’opera fu attribuita alla mano dell’allievo solo nel 1957, grazie a Roberto Longhi.

Giovanni Battista Caracciolo, detto Battistello, San Giovanni Battista fanciullo (San Giovannino), 1622 circa, olio su tela, 62,5 × 50 cm, Vaglia (Firenze), Fondazione De Vito

Ed ecco, accanto, Jusepe de Ribera, lo Spagnoletto con un Sant’Antonio abate con quelle rughe sulla fronte e quelle mani nodose che hanno una tale forza espressiva da rendere la devozione un affare ascetico e tormentato.

I pezzi da novanta sembrano essere tutti nella prima sala, ma vi stupirò affermando che il percorso non cala mai di tensione. Procediamo curiosi di sapere cosa si saranno inventati i napoletani per rendere sulla tela la vivacità, i colori, la povertà e la complessità della loro città. La tentazione è di rispondere spoilerando tutte le 39 opere, e invece provo a convincervi con tre.

Jusepe de Ribera, Sant’Antonio abate, 1638, olio su tela, 71,5 × 65,5 cm, Fondazione De Vito.

Scelgo nella nicchia, non vincerò facile con Luca Giordano e Salvator Rosa, che pure ci sono e fanno la loro figura. Vado a prendere un pittore rimasto anonimo, chiamato semplicemente Maestro degli Annunci ai pastori, perché nelle sue opere, un corpus attribuito alla stessa mano rimasta misteriosa, ricorre spesso il soggetto che gli dà il nome. Il quadro è La fanciulla che odora una rosa. Il fatto è… che forse non si tratta di una fanciulla, ma di un fanciullo: un abito femminile, un turbante, ma un volto androgino che guarda verso di noi, sospeso in un gesto intimo, la gentilezza di accostare al viso un fiore.

Maestro degli Annunci ai pastori, Fanciulla che odora una rosa (Allegoria dell’Olfatto), 1635–1640 circa, olio su tela, 104 × 79 cm, Fondazione De Vito.

Delicatezza e lirismo nel rappresentare un’anima che vive un’ambiguità di genere, un’identità incerta. Se avete letto o visto la serie de Il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni, l’associazione con Bambinella è un attimo: c’è il folklore, sì, ma soprattutto c’è su quel viso un’incertezza che ci coglie di sorpresa.

Passiamo avanti, a Mattia Preti, il “Cavaliere Calabrese”. In scena mette tre scugnizzi che chiedono l’elemosina. Hanno i capelli ricci, gli occhi spagnoleggianti e la pelle scura. Il dramma (la povertà, la peste) c’è, lo sappiamo, ma quello che ci arriva è l’argento vivo di questi ragazzini. Sembra che abbiano appena finito di giocare a pallone, distratti dalla vista della nobildonna di turno a cui chiedere la grazia della sopravvivenza.

Mattia Preti, Scena di carità con tre fanciulli mendicanti, 1656 circa, olio su tela, 171 × 124 cm, Fondazione De Vito.

E veniamo alle nature morte, lì dove il gioco si fa duro. Non glisserò su di loro, non minimizzerò la loro presenza: so perfettamente che il loro pubblico è quello della nicchia elevata a potenza. E invece nella Napoli nel Seicento avevano un bel mercato: c’erano famiglie, almeno due (i Recco e i Ruoppolo) che vivevano di committenze di questo genere.

Anche se vi sembrerà azzardato e anacronistico, la natura morta può essere essenziale e minimalista. Mi spiegherò, e anche velocemente. Proviamo a guardarla come se sbirciassimo in una ricca cucina del XVII secolo: varietà di pesci, di carni e di verdure. Non prendiamoli come un sovraccarico decorativo, prendiamoli come dettagli rubati alla quotidianità.

E poi, naturalmente, c’è la riflessione sulla vanitas: dal memento mori non si scappa in piena Controriforma.

Qui notare bene il vaso di fiori di Luca Forte, con quei petali rigogliosi accanto a quelli che stanno per cadere, la goccia di rugiada e il bassorilievo sul vaso. Splendido.

Luca Forte, Vaso di fiori istoriato con rose e iris, 1649, olio su tela, 115 × 81 cm, Fondazione De Vito.

C’è una pittura ansiosa di riempire gli spazi e i sensi, che risponde direttamente a Galileo, che parla di horror vacui e della necessità di trovare il giusto posto nell’ordine della natura.

Chiudo con una considerazione che, se l’avessi anticipata all’inizio, non sarebbe stato il premio per chi è rimasto fino alla fine di questa chiacchierata: a Napoli non è passato solo Caravaggio, ma anche Artemisia Gentileschi, la cui presenza lasciò un segno irreversibile e tangibile. Se guardate i panneggi delle sante di Bernardo Cavallino, per esempio, o di Massimo Stanzione, noterete l’impronta della pittora imprenditrice che a Napoli fece fortuna.

L’offerta di Forte dei Marmi di questa estate rappresenta l’occasione giusta per non accontentarsi dei capolavori acclarati. La visita dura un’ora e mezza, se decidete di prendere la guida.  Magari avete pensato di lasciare il caos della piazzetta mondana per trovare quiete, e invece sarete travolti da un’energia umana che non sospettavate. Nei quadri esposti ci sono i volti scavati della gente comune, i corpi segnati dal tempo, lo sguardo sfidante dello scugnizzo: l’occasione per incontrare un’umanità autentica, imperfetta e viva, e tuttavia filosofica e profonda.

Di Gabriella D’Ippolito per WebinARTE

Fonti:

Nadia Bastogi (a cura di), Pittura a Napoli dopo Caravaggio : il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito, Lucca, M. Pacini Fazzi, 2026

Crediti immagini: Courtesy Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito per la Storia dell’Arte Moderna a Napoli.

Info utili:

Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito

A cura di Nadia Bastogi

Fortino Pietro Leopoldo I, piazza Giuseppe Garibaldi, Forte dei Marmi

Fino al 27 settembre 2026

Nei mesi di luglio e agosto: apertura dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 23.00, con ultimo ingresso alle 22.00