La mostra Metamorfosi. Ovidio e le Arti, in corso alla Galleria Borghese a Roma si trasforma in un dialogo avvincente fra le opere del museo e quelle arrivate in prestito da tutto il mondo, nel segno di Ovidio e del suo capolavoro.
di Gabriella d’Ippolito
Panta rei, diceva una volta Eraclito; Omnia mutantur, nihil interit è stato l’eco di Ovidio.
Passeranno mode ed esposizioni, taxi, aerei e treni, ma la Galleria Borghese rimarrà lì, scrigno di eterna bellezza.
Prima di iniziare il nostro viaggio nei miti dell’antichità, una premessa è d’obbligo per chi sta pianificando la visita: la prenotazione online è necessaria e va effettuata il prima possibile. Anche a luglio, con 35 gradi percepiti, la Galleria è presa d’assalto e tentare l’ingresso senza aver fatto prima i biglietti significa quasi certamente restare fuori. In più, il biglietto ha una validità di due ore tassative: una volta varcata la soglia, parte il conto alla rovescia. Preparatevi a un vero e proprio tour de force estetico, perché le cose da vedere sono tante e tutte meravigliose.
Metamorfosi. Ovidio e le arti è una mostra che nasce nella Galleria Borghese e per la Galleria.
Sì, è vero che si tratta di un progetto nato in collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam, e che lì ha fatto il suo debutto. Stessi prestiti internazionali, stessi temi, stessi curatori, ma lì era calato nel contesto e in dialogo con il Seicento olandese.
Qui, invece, nella villa museo voluta da Scipione Borghese, il palazzo è il vero protagonista. La Galleria è stata concepita nella sua architettura, nelle decorazioni e nelle sue originarie collezioni come un continuo dialogo con il mondo antico. Ovidio e i suoi miti attraversano già l’intera storia del museo: i personaggi di questa storia conversano tra loro già tutti i giorni, e ora fanno spazio a ospiti di riguardo venuti da tutto il mondo.
Lo spazio per questo incontro non è né neutro né esclusivo, ma assolutamente integrato e disseminato negli ambienti della Galleria. Si cammina per queste sale ricchissime, dove ogni opera esposta meriterebbe almeno trenta minuti di osservazione per godersi in pace la propria sindrome di Stendhal, e si riconosce il sentiero della mostra quasi solo dai pannelli che raccontano storie di miti dell’antichità. Miti che già abitano lì.

Iniziamo dal benvenuto: piano terra, sala IV, dedicata al Ratto di Proserpina. Bernini è lì, al centro dello spazio, protagonista assoluto . Lui gioca proprio un altro campionato. Il suo non è un dialogo, è una presenza scenica assoluta. È magnetico e monumentale: noi siamo già in piena sindrome di cui sopra, e invece il viaggio è appena iniziato. Eppure gli fanno compagnia Rubens e Carracci, rispettivamente dal Prado e dalla Galleria Estense. E dunque siamo consapevoli di essere entrati direttamente nel salotto buono, dove tre giganti dell’arte (anche solo per le misure: la tela di Rubens misura due metri e mezzo di base) stanno dialogando sulla loro personale visione degli Inferi. Eppure l’impressione è che la voce che si riesce a sentire sia una sola.

Dunque, l’itinerario inizia dagli Inferi, vediamo se la prossima tappa sarà in salita.
Il pannello successivo è circa tre sale avanti. Nel frattempo siamo passati attraverso la sala con l’ermafrodito dormiente (e qui gli occhi a cuore sono obbligatori), dove i soffitti narrano di un altro mito tratto da Ovidio, quello dell’amore tra la ninfa Salmaci ed Ermafrodito, appunto. Soprattutto, nel frattempo, siamo passati per la sala con i Caravaggio.
Si tratta di sei Caravaggio, non so se mi spiego. E vorrebbero che uscissimo da qui tra un’ora e mezza (…).
Naturalmente vale anche per tutto il resto: Tiziano, Raffaello, il Ghirlandaio, Botticelli, Pinturicchio. La lista è infinita.
La mostra gioca in casa: l’esperienza è immersiva e suggestiva, ma a patto di avere gli occhi bendati e non fermarsi in nessun’altra sala.

Il racconto sale dagli inferi e ricomincia con il Caos e la Creazione, a cui è dedicata una sala dove troviamo un Finson imperdibile, altro prestito internazionale: è l’occasione giusta per avvicinarlo.
Come ogni grande spettacolo che si rispetti, ci sono degli artisti che lo introducono: un po’ come Peppino di Capri che cantava prima dei Beatles, ma con l’effetto contrario. Qui, nel Salone di Mariano Rossi c’è l’installazione della contemporanea Anicka Yi, nata a Seuil ma operativa a New York. Sono strutture sospese, che richiamano i crisalidi d’insetto: il baco che diventerà farfalla, la metamorfosi appunto. Sembra carta, invece è un materiale organico, una “pelle vegetale”. L’effetto è quello della frattura, una parentesi fantascientifica nel mondo antico. Mi piace, alleggerisce il percorso e lo attualizza.
Andiamo avanti, la caccia al tesoro dei luoghi dedicati a Ovidio non può attendere. In tutto le sale sono sette, per un totale di circa 80 opere.

Tra le sezioni più belle quella dedicata a Pigmalione e Medusa, insieme, nella stessa sala: pietra che prende vita e vita che si pietrifica. Mi è piaciuto molto questo accostamento. E poi c’è la Galatea di Rodin che fa innamorare (in entrambe le versioni, quella da sola e quella con Pigmalione) così come La Testa di Medusa di Rubens abiterà i vostri incubi.
L’altra è quella dedicata a Leda e il cigno: non si può perdere la visione del mito secondo Michelangelo, dipinto arrivato appositamente da Londra (se questa è la resa della copia, chissà che cosa doveva essere l’originale), affiancato dalla scultura gemella di Bartolomeo Ammannati, in trasferta da Firenze. Sensuali entrambe: una con l’accento dei colori a imprimere negli occhi la scena, l’altra con quel marmo di Carrara che dona erotismo ai muscoli scolpiti di Leda. Entrambe sono ospiti di un’opera scultorea del III secolo d.C., nella collezione permanente della Galleria.

Dulcis in fundo, Piero del Pollaiolo. In mezzo c’è tanto, tra cui un Poussin su Eco e Narciso, ma nella sala dedicata ad Apollo e Dafne ci sono solo lui e Gian Lorenzo Bernini. Al Pollaiolo l’onore e l’onere, con un’opera tanto piccola da sembrare una miniatura, di far distogliere gli occhi dalle mani del dio che affondano nella carne della ninfa, che intanto sta già diventando alloro.
Tempo scaduto, e non siamo riusciti a decidere se la resa pittorica abbia potuto giocare bene le sue carte quando sul tavolo c’era il Barocco romano.
Due ore sono volate. Se ne andranno le mostre, taxi, treni, aerei, ma Ovidio aveva ragione: tutto cambia, nulla si distrugge. Dentro questo scrigno il mito ha appena compiuto, ancora una volta, la sua trasformazione.
Gabriella d’Ippolito
Metamorfosi. Ovidio e le arti,
a cura di Francesca Cappelletti e Frits Scholten,
Roma, Galleria Borghese dal 23 giugno al 20 settembre 2026.
Per la visita, è indispensabile la prenotazione da effettuarsi on line, sul sito della Galleria
Credits foto: Gabriella d’Ippolito
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