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METAMORFOSI ALLA GALLERIA BORGHESE: 80 OPERE RACCONTANO L’UNIVERSO DI OVIDIO

Metamorfosi alla galleria borghese: Locandina della mostra Metamorfosi. Ovidio e le arti alla Galleria Borghese.

di Petrone Giuliana

C’è una frase, nelle Metamorfosi di Ovidio, che attraversa duemila anni senza perdere forza: nulla conserva per sempre la propria forma. È una constatazione, ma anche una promessa. Perché se tutto cambia, anche il dolore, il desiderio, la bellezza e perfino l’identità non sono condizioni definitive. Forse è per questo che il poema continua a parlare al presente con tanta naturalezza.

A questo universo la Galleria Borghese dedica Metamorfosi. Ovidio e le arti: nata dalla collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam, riunisce oltre ottanta opere provenienti da importanti musei europei e americani. Definirla una mostra sul mito, però, sarebbe riduttivo. Qui il mito non è un repertorio di storie antiche, ma un modo di osservare il mondo.

L’esposizione sembra aver trovato il luogo a cui apparteneva. Se esiste un museo in cui il mito non è soltanto raccontato, ma continua a vivere nella pietra, nella pittura e persino nell’architettura, quel museo è la Galleria Borghese.

Dal 23 giugno al 20 settembre la villa di Scipione Borghese ospita il progetto curato da Francesca Cappelletti e Frits Scholten. Non è una semplice tappa romana della mostra presentata al Rijksmuseum. Qui il percorso viene ripensato intorno alla Galleria, che diventa parte essenziale del racconto.

Le opere arrivate da collezioni lontane modificano la percezione dei capolavori che abitano le sale. Scipione Borghese concepì infatti il Casino nobile come un sistema nel quale architettura, collezionismo e mito concorrevano a un’unica visione. Nel Settecento Antonio Asprucci prolungò le storie delle sculture sulle pareti e sulle volte. Ovidio non è dunque un ospite convocato per l’estate, ma una presenza strutturale del museo.

La curatela evita di disporre le opere come illustrazioni ordinate del poema. Costruisce invece incontri fra interpretazioni nate in secoli e contesti diversi. Il visitatore attraversa un universo governato da desiderio, violenza, inganno, creazione e perdita.

Il percorso si apre con il caos, materia di ogni trasformazione. Nel Caos o Allegoria dei quattro elementi di Louis Finson terra, acqua, aria e fuoco si intrecciano in una massa instabile. La Terra di Rodin e il Prometeo di Brancusi mostrano quanto a lungo l’origine della forma abbia continuato a ossessionare gli artisti.

Il Caos o Allegoria dei quattro elementi di Louis Finson inaugura il percorso della mostra, dove la nascita del cosmo diventa la prima trasformazione raccontata da Ovidio.

Il primo confronto memorabile è dedicato ad Apollo e Dafne. Il piccolo dipinto di Piero del Pollaiolo, arrivato dalla National Gallery di Londra, viene accostato al gruppo di Gian Lorenzo Bernini.

Nel quadro quattrocentesco la trasformazione è netta. Dafne conserva il corpo di una giovane donna, ma dalle braccia si sono già aperte le fronde dell’alloro. Bernini dilata invece l’istante. Le dita diventano foglie, i piedi mettono radici, la corteccia risale lungo il corpo. La metamorfosi non è il risultato della scena, ma la scena stessa.

L’incontro tra l’Apollo e Dafne di Bernini e il dipinto di Pollaiolo, proveniente dalla National Gallery di Londra, mostra come lo stesso mito possa essere interpretato in modi radicalmente diversi.

Pollaiolo e Bernini devono risolvere lo stesso paradosso: mostrare Dafne quando è ancora una donna e non lo è già più. Pollaiolo concentra il racconto in un’immagine emblematica. Bernini sembra seguirne ogni passaggio. Davanti alle due opere, il tempo diventa materia artistica, contratto nell’una e rallentato fino all’impossibile nell’altra.

È questa la qualità dei prestiti più significativi: non presenze illustri, ma opere capaci di modificare la lettura della collezione.

Anche il Ratto di Proserpina viene restituito a una costellazione più ampia. Intorno alla scultura di Bernini prendono forma Plutone e il suo regno. Un gruppo romano con Ercole e Cerbero introduce il guardiano dell’oltretomba, il Plutone di Agostino Carracci dà un volto al sovrano degli inferi, mentre nell’Orfeo ed Euridice di Rubens i due amanti avanzano nel Tartaro dentro una tenebra che sembra già annunciare la perdita.

Bernini congela il rapimento senza attenuarne la violenza. Le dita di Plutone affondano nella coscia di Proserpina, mentre il corpo della giovane cerca di sottrarsi. Il virtuosismo del marmo non addolcisce l’episodio, ma impedisce che il mito venga ridotto a una favola elegante.

Attorno al capolavoro di Bernini la mostra costruisce un racconto dedicato al mito di Proserpina, affiancando dipinti, sculture e reperti archeologici provenienti da collezioni internazionali

Il percorso prosegue con Aracne, Leda, Danae, Pigmalione, Perseo, Venere e Narciso tra dipinti, sculture, arazzi e manoscritti. Il poema emerge come un archivio di immagini che ha offerto agli artisti non soltanto soggetti, ma problemi da risolvere. Con Aracne, per esempio, la tessitura diventa una metafora del racconto: ogni passaggio conserva il mito e insieme lo modifica.

La sezione dedicata a Leda ricostruisce le eredità delle invenzioni perdute di Leonardo e Michelangelo. La Leda della Galleria Borghese incontra il dipinto della National Gallery legato al modello michelangiolesco e alcune interpretazioni scultoree del Victoria and Albert Museum e del Bargello. Gli originali sono perduti, ma le loro immagini hanno continuato a vivere proprio nel modo più ovidiano possibile: cambiando autore, materia e forma.

Nella stessa sezione la Danae di Correggio introduce una trasformazione meno visibile ma non meno sensuale. Giove non assume un corpo animale. Diventa pioggia d’oro, rinuncia alla forma e si fa luce. Il desiderio non viene raccontato attraverso un gesto, ma attraverso un’atmosfera che discende e sembra toccare il corpo.

La Danae di Correggio interpreta uno degli episodi più celebri delle Metamorfosi: Giove raggiunge la principessa trasformandosi in una pioggia d’oro

Il mito di Pigmalione porta la metamorfosi dentro il processo creativo. La mostra accosta il Pigmalione e Galatea di Jean Léon Gérôme e quello di Auguste Rodin, entrambi dal Metropolitan Museum di New York. Gérôme sceglie l’istante teatrale del bacio, mentre Rodin lascia Galatea ancora legata alla pietra grezza. Nel primo caso la trasformazione compie il desiderio, nel secondo rimane sospesa nel gesto dello scolpire.

A Pigmalione, che trasforma la pietra in corpo, risponde Perseo, che compie il movimento contrario. La testa di Medusa irrigidisce gli uomini e li riduce a simulacri. Nella Medusa di Rubens, però, dal sangue continuano a nascere serpenti, come se anche il corpo sconfitto fosse ancora capace di generare nuove forme.

Il percorso si chiude sull’amore senza offrirne una lettura pacificata. Nell’universo ovidiano l’eros è una forza creatrice e distruttiva. Nel dipinto di Nicolas Poussin tutto è già accaduto: Narciso giace abbandonato, il suo corpo sta per essere assorbito dal paesaggio ed Eco rimane a testimoniare un amore senza risposta. Dopo i corpi afferrati, le statue animate e gli uomini pietrificati, l’ultima trasformazione assume la forma silenziosa di una scomparsa.

L’allestimento di Hubert Le Gall non compete con la densità decorativa della villa e lascia che siano le opere e le relazioni costruite dalla curatela a guidare il visitatore.

La vera eccezionalità di Metamorfosi. Ovidio e le arti non risiede quindi soltanto nel numero dei prestiti o nella sequenza di nomi illustri. Sta nel modo in cui quelle opere vengono fatte entrare in un museo che sembra riconoscerle.

Per qualche mese il Pollaiolo della National Gallery ritrova l’Apollo e Dafne di Bernini. Le derivazioni da Michelangelo si avvicinano alla Leda della collezione Borghese. Gérôme e Rodin danno due corpi diversi a Galatea. Rubens accompagna Orfeo negli inferi e lascia che dalla testa di Medusa continui a nascere la vita più minacciosa. Sono incontri temporanei, costruiti dalla curatela e destinati a sciogliersi quando le opere torneranno a Londra, Madrid, New York e nelle altre collezioni di provenienza.

Ma è proprio questa precarietà a rendere la mostra coerente con il proprio soggetto. Anche l’esposizione, come tutto ciò che racconta, non conserva per sempre la sua forma. Esiste soltanto per alcuni mesi e soltanto in queste sale.

Poi cambierà di nuovo.

Di Petrone Giuliana

Fonti

Galleria Borghese, Metamorfosi. Ovidio e le arti, pagina ufficiale della mostra, s.d.

Galleria Borghese, Verso la mostra «Metamorfosi. Ovidio e le arti», approfondimento sul progetto espositivo, Parte I, s.d.

Galleria Borghese, Verso la mostra «Metamorfosi. Ovidio e le arti», approfondimento sul progetto espositivo, Parte II, s.d.

Rijksmuseum, Amsterdam, Metamorphoses, press kit ufficiale della mostra, s.d.

The National Gallery, Londra, Piero del Pollaiuolo, Apollo and Daphne, scheda dell’opera, s.d.

Rai Cultura, Metamorfosi. Ovidio e le arti alla Galleria Borghese, articolo di approfondimento, 2026.

Crediti immagini: locandina ufficiale della mostra Metamorfosi. Ovidio e le arti, courtesy Galleria Borghese, con immagine di Piero del Pollaiuolo, Apollo e Dafne, circa 1470–1480, The National Gallery, Londra. Fotografie dell’allestimento © Alberto Novelli per Galleria Borghese.