“Rinascimento meridionale. La biblioteca di Andrea Matteo III Acquaviva” alla Biblioteca dei Girolamini di Napoli: codici miniati, sale storiche e allestimenti multimediali, dal 22 aprile al 19 luglio 2026.
di Gabriella D’Ippolito per WebinARTE
Proviamo a pensare all’immagine di uno studioso. Mettiamo da parte il fratello secchione, o il compagno di banco che non passava il compito.
Gli Oratoriani del XVII secolo pensarono a San Girolamo.
Giunti a Napoli su invito dell’arcivescovo Annibale di Capua nel 1586, nel pieno clima della Riforma cattolica, fondarono la loro casa napoletana e diedero avvio alla formazione della biblioteca e di una quadreria che lo rappresentasse. La gioia filippina del celebre ‘State buoni, se potete’ conviveva con una forte vocazione allo studio e alla formazione
Già a Roma l’ordine di San Filippo era chiamato anche dei “Girolamini” perché la loro prima sede fu presso la Chiesa di San Girolamo della Carità.
San Girolamo è il santo che ha tradotto la Bibbia, patrono degli studiosi, dei traduttori e dei bibliotecari. Si adottarono a vicenda, gli oriani e questo santo, e nel loro complesso napoletano fondarono la più antica biblioteca della città, nel ‘600 sicuramente la più grande. Prestigiosa per numero e qualità delle collezioni, fu la prima nel Regno di Napoli – la seconda in Italia dopo l’Ambrosiana di Milano- ad essere aperta al pubblico. Di San Girolamo è pieno tutto il complesso di via Duomo a Napoli: le raffigurazioni del santo firmate da Ribera, Guido Reni, Luca Giordano,ovvero i mostri sacri del ‘600 napoletano, sono presenti nella quadreria e nella biblioteca.
La storia delle collezioni del complesso dei Girolamini e degli Acquaviva d’Aragona è legata da un triplo nodo: collezionismo aristocratico, vocazione allo studio, e San Girolamo, santo della traduzione, della filologia e della biblioteca.
Per comprendere perché la riapertura della biblioteca, dopo i tristi fatti del 2012, riparta da Andrea Matteo III Acquaviva d’Aragona (1458–1529), VIII duca d’Atri, serve un passo indietro.
Nobili di antichissima origine, gli Acquaviva furono storicamente feudatari dei territori abruzzesi.
Nel 1479, per concessione di Ferdinando I d’Aragona, Giulio Antonio Acquaviva poté aggiungere al cognome e allo stemma della famiglia il nome d’Aragona .
Andrea Matteo III Acquaviva d’Aragona (1458–1529), figura storica di altissimo profilo, rappresentava il prototipo del principe rinascimentale che unisce le armi (Marte) alle lettere (Minerva).
Come uomo d’armi non fu proprio l’esempio dell’affidabilità: di famiglia fedele agli aragonesi, partecipò alla congiura dei baroni, poi appoggiò i francesi di Carlo VIII, infine, dopo la prigionia spagnola, tornò allineato nelle fila di Ferdinando il Cattolico.
Come uomo di lettere, invece, restò fedele a se stesso e alla propria dinastia. Non fu soltanto uno dei più importanti feudatari, ma anche la principale figura di barone umanista del Regno di Napoli dei suoi tempi. Accademico pontaniano, attento lettore degli auctores graeci e latini, fu anche autore di una versione in latino con commento del De virtute morali di Plutarco.

Matteo Acquaviva non fu solo un committente straordinario -per lui lavorava lo stesso miniatore della casa reale d’Aragona- ma volle impiantare una tipografia.
Intorno al 1518, Andrea Matteo III istituì una stamperia privata nel suo palazzo ducale ad Atri. Gestire una tipografia “in casa” era un lusso che pochi signori potevano permettersi e rispondeva ad un’esigenza di prestigio, ma anche di rigore filologico, ovvero la possibilità di curare personalmente l’edizione dei testi.
Si comprende quindi bene perché si rispecchiasse nella figura di San Girolamo, che, non a caso, si ritrova in tante delle miniature di cinquecentine da lui commissionate o realizzate dalla sua tipografia.
Per una famiglia colta come gli Acquaviva, San Girolamo non era solo un santo, ma il primo vero “filologo” della storia cristiana. Possedere manoscritti che lo ritraevano o testi da lui tradotti (la Vulgata) era un segno di estremo prestigio intellettuale. Nei manoscritti degli Acquaviva il Santo è spesso ritratto nello studiolo, circondato da codici, pennini e calamai.
Possedere un libro che ritraeva un Santo in una biblioteca simile alla propria era una forma di autocelebrazione della propria pietas e del proprio status culturale.
La biblioteca di Andrea Matteo III non era dunque solo una raccolta di testi classici “pagani”, ma un tentativo di fondere la filologia antica con la sapienza cristiana incarnata dal santo. La biblioteca doveva offrirsi come immagine della vasta cultura e dei multiformi interessi del suo possessore.

Alla morte del duca, la sua immensa raccolta andò incontro a una rapida dispersione: le alterne vicende del casato fecero sì che una parte fosse venduta, e altre passassero attraverso donazioni o rami cadetti della famiglia.
La ricostruzione della biblioteca dispersa non è stata cosa facile, e ad oggi non tutti i volumi sono stati rintracciati.
La biblioteca dei Girolamini possiede già nelle sue collezioni dodici manoscritti risalenti a Andrea Matteo III Acquaviva d’Aragona. Furono donati da un suo discendente omonimo del XVIII secolo, il canonico Matteo Acquaviva d’Aragona XIV duca d’Atri (1694–1744), esponente di spicco della nobiltà napoletana del tempo e grande collezionista, secondo la tradizione della sua famiglia. Nel 1732 donò al complesso dei Girolamini una vasta collezione di volumi rari, codici e la preziosa serie di edizioni del XVI secolo del suo antenato.
Tra questi si distinguono le edizioni delle opere dei Padri della Chiesa, come San Girolamo, appunto, fondamentali nella biblioteca di un alto prelato colto del Settecento, e che rappresentano la vera linea di continuità tra il duca stampatore e filologo, la biblioteca degli Oratoriani e la donazione del XVIII secolo. Un triplo nodo, appunto, di cui parlavamo prima.
I Girolamini rappresentavano l’anima culturale della città: donare i libri all’ordine significava blindarli da eventuali vendite dei posteri, e metterli a disposizione degli altri studiosi. Solo per fare un nome tra i più celebri: Giambattista Vico frequentò assiduamente la biblioteca degli Oratoriani.
In mostra sono presenti 40 codici, tra manoscritti e cinquecentine, suddivisi tra il nucleo storico conservato a Napoli e i prestiti internazionali.
Oltre i 12 codici miniati già in nel complesso oratoriano, sono presenti altri 15 manoscritti provenienti dalla Biblioteca Nazionale di Napoli.
Rappresentano i pezzi più pregiati, il “cuore” greco e latino della biblioteca originale, che l’umanista Johannes Sambucus acquistò tra il 1562 e il 1563 e che finirono nella biblioteca imperiale di Rodolfo II.

A questi si aggiungono quelli risalenti al vicereame autriaco a Napoli (1707-1734), trasportati nella capitale austriaca per arricchire la biblioteca di Carlo VI. Si dicono ex vindobonenses perché la loro sede fino al 1919 è stata Vienna. Con il trattato di Saint Germain rientrarono in Italia 113 codici, destinati alla Nazionale di Napoli appunto, di cui un corposo nucleo degli Acquaviva. Tra questi il codice più prestigioso, uno dei vertici della mostra, è il Moralia in Job di San Gregorio Magno: una codice monumentale, riccamente miniato, che testimonia l’alto livello della produzione libraria napoletana alla fine del XV secolo.
I restanti 13 codici circa provengono dalla Biblioteca Apostolica Vaticana e la Biblioteca Nacional de España (Madrid). Si tratta di un evento eccezionale proprio perché è la prima volta dal 1562 che i codici acquistati da Sambucus tornano a “dialogare” con quelli rimasti a Napoli sotto la custodia degli Acquaviva e dei Padri Girolamini.

Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica. Il saccheggio del 2012 resta visibile anche nei codici del fondo Acquaviva: in alcuni casi sono state asportate le prime carte o gli stemmi della casata.
Federico Zeri definì il complesso dei Girolamini il petit Louvre. Una denominazione quasi profetica visto la simile disavventura che le ha viste vulnerabili a distanza di dieci anni. E speriamo che inizi quanto prima un nuovo capitolo di rinascita e tutela, che possa restituire al pubblico un patrimonio che è stato così faticosamente salvato.
Gabriella D’Ippolito
Bibliografia:
Teresa D’Urso,“La biblioteca di Andrea Matteo III Acquaviva da Hermann Julius Hermann ad oggi” in Rivista di Storia della Miniatura, XXVII, 2023
Teresa d’Urso, I libri miniati di Andrea Matteo III Acquaviva, in Principi e corti nel Rinascimento meridionale, 2020
Marisa Figurato,Storia vera di un ladro di libri, 2017
Nicola Della Monica, Le grandi famiglie di Napoli, 1998
Concetta Bianca, La biblioteca di Andrea Matteo Acquaviva, in Gli Acquaviva d’Aragona Duchi di Atri e Conti di S. Flaviano, 1985
Benedetto Croce, Umanisti meridionali, in Uomini e cose della vecchia Italia, 1927
Enciclopedia Treccani, ACQUAVIVA D’ARAGONA, Andrea Matteo
G. De Blasiis, “La Biblioteca dei Girolamini”, in Archivio Storico per le Province Napoletane, 1876.
Bernardo De Dominici, Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani, 1742-1745
Crediti immagini: le immagini pubblicate nell’articolo sono tratte da collezioni digitali istituzionali e/o da materiali disponibili online per finalità di documentazione e divulgazione culturale. Le fonti iconografiche sono indicate nelle singole didascalie.
La mostra Rinascimento meridionale – La biblioteca di Andrea Matteo III Acquaviva è visitabile dal 22 aprile al 19 luglio 2026 presso Biblioteca dei Girolamini di Napoli, Via Duomo, 114 Napoli
