testo e foto di Brenda S.Antozzi per WebinARTE
Scrivere di questa mostra è una sfida. È roba di nicchia, di quelle che ti verrebbe voglia di raccontare come un catalogo accademico… o le racconti bene o sembrano poca cosa. Perché in fondo, parrebbero solo due sale.
E quindi no, non sarà una recensione. Sarà un giro.
Un giro alla Fondazione Maria Cosway a Lodi dove era allestita la mostra I Loretz. Una famiglia di ceramisti e pittori tra Lodi e Milano a fine Ottocento, 2026; a cura di Enrico Venturelli. Ahimè la mostra è già finita (il 17 maggio) ma il bisogno di parlarne evidentemente no.

Siamo alla Fondazione Maria Cosway.
E già qui, prima di entrare, tocca fare una deviazione: due parole su Maria non sono inutili. Maria Cosway (1760–1838) non era esattamente una comparsa.
Pittrice, educatrice, donna con un certo talento per stare nel posto giusto al momento giusto — e pure per crearlo, quel posto.
Nel 1812 sceglie Lodi e fonda un collegio per dare alle ragazze un’istruzione di qualità (cosa tutt’altro che scontata all’epoca!) e costruisce una specie di ponte culturale tra Italia e Inghilterra.
Nel tempo libero frequentava gente come Thomas Jefferson (sì, quel Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti). Così, per dire.
Oggi quel collegio è diventato fondazione. E funziona ancora.Entriamo. E questa è una delle sale.

Ma torniamo a noi.
Fine Ottocento.
Succede una cosa che nei manuali non suona mai abbastanza rivoluzionaria: l’artigiano smette di copiare. Non del tutto, certo. Ma inizia a scegliere, interpretare, mettere del suo.
Ed è qui che arrivano i Loretz.
Partiamo da Carlo Loretz (1841–1903).

Pittore, decoratore, uno che prima di sporcarsi le mani con la ceramica lavorava su palazzi e ville (alcuni palazzi in Piazza Duomo a Milano e le ville Duchessa di Genova a Stresa ed Eufrey a Baveno — quindi no, non proprio l’ultimo arrivato).
Intorno al 1872 incrocia Antonio Dossena (industriale, benefattore e sindaco di Lodi), che lo invita a collaborare con la manifattura ceramica di Lodi.
E lì succede il patatrac (in senso buono).
Carlo prende una tecnica antica, oserei dire estinta, quattrocentesca — il graffito — e la riporta in vita.
Che detta così sembra archeologia. Forse un pizzico di nostalgia? Non lo è: è una scelta. E pure furba.
Il graffito è semplice: si incide, si toglie materia per far emergere quello che sta sotto.
Nelle mani dei Loretz, però, diventa un linguaggio: contrasti netti, segni decisi, una profondità che non ti aspetti da un piatto o da una mattonella.
E si aggiunga: Loretz riscopre la tradizione medioevale della ceramica lodigiana, sviluppandone una versione moderna. Unisce accuratezza storica e gusto decorativo ottocentesco. I suoi lavori si distinguono per motivi ispirati a modelli antichi reinterpretati con vivace cromia.

Poi entra in scena Giano Loretz (1869–1918), il figlio.
Che prende tutto questo e lo spinge un po’ più in là: più Milano (fonda la sua fabbrica con il padre e tre operai), più apertura (verso l’estero, verso Parigi), più ambizione.
Contribuisce alla rinascita della “ceramica Vecchia Lodi”.
Poi arriva anche Carlo Loretz Jr (1907–1971), figlio di Giano. A quel punto possiamo dirlo senza esagerare: è una dinastia.
E quelle due date in croce che ti ho messo? Domanda obbligatoria: ma questi Loretz sono Liberty?
Risposta ufficiale: ni. Risposta vera: dipende da quanto siete severi.
Risposta più onesta: non proprio. Ma ci passano accanto, e ci entrano quasi di traverso.
Il Liberty, quello dell’Art Nouveau, è fluido, elegante, tutto curve e linee che scorrono come se avessero fatto yoga. I Loretz invece incidono, tagliano, segnano.
Il Liberty è leggero, loro mantengono il peso della materia.
È proprio questo scarto a renderli magnetici.
Però.
A un certo punto, soprattutto con Giano, iniziano a comparire fiori che non sono più fiori veri: sono sintetici, ritmati, quasi decorativi nel senso moderno del termine.
E lì il pensiero va subito ad Alphonse Mucha, anche se su materiali completamente diversi.

La decorazione non è un riempitivo. L’oggetto e il decoro nascono insieme.
Che è esattamente il tipo di idea che piaceva tanto a William Morris. In questo senso, anche senza dichiararlo, si muovono nella stessa direzione. Arte e artigianato smettono di essere separati.
La mostra funziona così: non ti racconta una storia lineare, ma una specie di famiglia allargata.
C’è Carlo, ancora dentro un certo accademismo.
C’è Giano, che porta tutto a Milano e sposta il baricentro.
C’è Carlo Jr, che sistema, archivia, tiene insieme.
In mezzo, un centinaio di pezzi.
A questo punto una cosa si può dire senza troppi giri: Lodi, in questa storia, non è periferia. È laboratorio.
E infatti, ecco il momento Napoleone (et oui, pourquoi pas?)

Perché questo quadro è qui alla mostra? Ci sono momenti in cui una città, quasi senza accorgersene, entra nella grande storia. Per Lodi, è maggio 1796: Napoleone attraversa l’Adda e combatte la celebre battaglia del ponte. Pietro Bignami, allievo di Francesco Hayez, traduce tutto questo in pittura.
Ma c’entra con i Loretz? Si. Come Napoleone rende Lodi protagonista di eventi di portata internazionale, così i Loretz trasformano la tradizione locale in un linguaggio che viaggia e viene visto oltre i confini.
Ed è chiaro che, se proprio devo scegliere un momento, scelgo Giano a Milano.

Perché lì il segno si scioglie un po’, che sfiora il Liberty.
Non sta dentro uno stile, ma gli passa accanto e gli lascia un segno. Inciso. Un graffio.
Due cose veloci, prima di uscire:
• Ingresso libero e non è un dettaglio. È un invito alla bellezza.
• L’opera nell’opera, una natura morta di Alina Elisabetta Marley. Un piccolo gioco metatestuale: ci sono solo oggetti dei Loretz. Vedere il “piatto con busto di martire” prima sulla tela e poi, a pochi centimetri, dal vivo, ha qualcosa di sorprendentemente contemporaneo.

E niente.
Confermo che non è una recensione. È stato proprio un giro, che porta l’impronta del suo curatore, Enrico Venturelli, studioso della famiglia Loretz.
Il risultato è un racconto che si muove più per relazioni interne che per sequenze temporali e che testimonia che il curatore è la chiave d lettura della mostra.
Brenda S. Antozzi
BIBLIOGRAFIA
I Loretz. Una famiglia di ceramisti e pittori tra Lodi e Milano a fine Ottocento. Catalogo della Mostra. Nexo, 2026.
