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AVANTI! DENTRO IL LABORATORIO INQUIETO DI GEORG BASELITZ

Al Museo Novecento di Firenze, “AVANTI!” racconta Georg Baselitz attraverso dipinti, sculture e opere su carta dove la sperimentazione diventa una necessità interiore prima ancora che estetica. 

testo e foto di Concetta by Lacoart

Era la prima volta. E non sarebbe stata l’ultima. 

Frequento Firenze da molti anni, vivendo a Siena è quasi inevitabile, eppure, nonostante le tante visite, non ero mai entrata al Museo Novecento. 

 
Il museo si affaccia in una delle piazze più belle della città, Piazza Santa Maria Novella, fronteggiando la Basilica dalla quale ha preso il nome, e la sua facciata sembra custodire qualcosa ancora prima di mostrarlo. 

La sede del museo Novecento è un antico e meraviglioso ex Convento delle Leopoldine, fondato nel tredicesimo secolo come ricovero per i pellegrini. 

Nella sua storia l’ex Convento ha sempre avuto una vocazione all’accoglienza, e ancora oggi, ho avuto la sensazione che quella cura silenziosa continui ad abitare questi spazi. 

Ma è stata soprattutto la sensazione una volta entrata a sorprendermi. 

Ho avuto immediatamente la percezione che quella visita mi sarebbe rimasta addosso a lungo. Non solo nella memoria, ma in una zona più profonda e difficile da spiegare, quella in cui alcune esperienze continuano a lavorare dentro di noi anche dopo molto tempo. 

Di Georg Baselitz conoscevo ancora poco. Eppure, nelle settimane precedenti alla visita, sentivo una sorta di richiamo insistente verso questa mostra. Un’intuizione difficile da spiegare razionalmente, che mi ha portata a visitarla proprio il giorno prima della scomparsa dell’artista. 

Avanti!, a cura di Sergio Risaliti, è visitabile a Firenze al Museo Novecento fino al 13 Settembre 2026 

E’ una retrospettiva importante: oltre 170 opere tra dipinti, lavori su carta, incisioni e sculture distribuite sui tre piani del museo. 

Dentro il laboratorio di Baselitz 

Ma come si racconta una mostra così ampia senza trasformare la recensione in un elenco ordinato di opere, temi e informazioni? Come si evita quella distanza spesso un po’ fredda e didascalica che rende certe recensioni corrette, ma prive di vita? 

L’unico modo che conosco è trovare un filo conduttore. Un passaggio silenzioso capace di accompagnarmi dentro il lavoro dell’artista.  

Prima ancora delle figure capovolte, dei corpi deformati, degli oggetti comuni trasformati in qualcos’altro, credo però sia necessario ricordare una cosa fondamentale: Georg Baselitz è un uomo tedesco cresciuto nel secondo dopoguerra. 

E questo, nelle sue opere, secondo me inevitabilmente rimane. 

Non come semplice riferimento storico o politico, ma come tensione profonda. Come se il luogo che inconsapevolmente ci dà i natali continuasse poi ad abitare il nostro sguardo, il nostro modo di sentire e perfino il nostro linguaggio artistico. 

Dopo la frattura 

Nel caso di Baselitz sembra di percepire continuamente una frattura: qualcosa che non cerca mai davvero di ricomporsi in modo armonico. 

Durante una conversazione con Belinda Bitossi, storica dell’arte e guida turistica, ci siamo ritrovate a riflettere proprio su questo. 

A un certo punto mi ha detto una frase che continuava a ritornare nei miei pensieri e che desidero condividere con voi: 

Gli artisti tedeschi hanno questa comune radice di sofferenza e rinascita dalle ceneri, e secondo me si percepisce perfettamente nelle loro opere.” 

E forse è proprio questa sensazione che attraversa “AVANTI!”: un continuo tentativo di ricostruzione. 

 

Il vero fil rouge della mostra, per me, è allora la sperimentazione. 
Una sperimentazione continua, ostinata, quasi ossessiva. 

È questo che mi ha permesso di leggere le opere non come elementi separati, ma come parti di un unico enorme laboratorio artistico. 

Sala dopo sala, ciò che emerge non è soltanto il risultato finale che sia esso il dipinto, la scultura, l’incisione, ma il processo stesso della ricerca. Il museo sembra accompagnarci dentro il dialogo interiore che l’artista costruisce con la propria materia: tentativi, trasformazioni, errori, intuizioni improvvise. 

Ed è forse proprio nella grafica che questa tensione diventa ancora più evidente. 

Linoleografia, xilografia, acquaforte, puntasecca: le opere su carta non appaiono come lavori secondari rispetto alla pittura, piuttosto come luoghi di sperimentazione continua.  

Il segno si stratifica e si ripete continuamente, graffiando la superficie dell’immagine.  

Nulla cerca davvero di rassicurare lo spettatore. 

Non esiste una lettura semplice o immediata. 

Esiste piuttosto una scelta molto precisa: affidare all’arte il compito, spesso scomodo, di mettere continuamente in discussione le immagini, il corpo, il linguaggio e persino il nostro modo di guardare.  

Ed è proprio da questo continuo mettere in discussione che la mostra sembra prendere avvio. 

Corpi fuori asse 

Nel meraviglioso chiostro dell’ex Convento ci troviamo di fronte alla “Grande scultura bronzea 1965” ed è già lì, nella quiete totale, che emergono immediatamente alcuni dei temi più ricorrenti e disturbanti di Georg Baselitz: il corpo umano deformato, sproporzionato, spogliato di qualsiasi idealizzazione. 

Le sue figure nude appaiono vulnerabili e deformate, quasi private della loro stessa umanità. 

Eppure l’inquietudine non nasce soltanto dal soggetto, nasce dal gesto stesso della scultura. 

Le superfici rimangono ruvide, irregolari, imperfette. Il legno conserva le ferite dei tagli e delle incisioni evidenti e sembra trattenere la memoria stessa del gesto che l’ha attraversato. 

Questa dimensione scultorea accompagna gran parte della ricerca di Baselitz e attraversa tutto il percorso espositivo.  

Già nel 1980 una sua grande scultura venne presentata al Padiglione Tedesco della Biennale di Venezia, segnando uno dei momenti più importanti del suo rapporto con la tridimensionalità e con il corpo come materia deformata e continuamente esposta. 

Tra le opere presenti in mostra emerge anche la bellissima “Donne di Dresna-Elke”, derivata dalla serie scultorea realizzata tra il 1989 e il 1990 dove l’artista rievoca il bombardamento di Dresda del 1945. 

Nulla cerca davvero di raggiungere una forma armonica e definitiva, anche ciò che appare incompiuto finisce per diventare parte essenziale dell’opera. 

La narrazione allora si interrompe continuamente, trasformandosi quasi in una sorta di antinarrazione: un linguaggio che rifiuta l’idea di bellezza come equilibrio e che sembra invece volerci lasciare dentro una tensione irrisolta. 

Ed è proprio con questa tensione che attraversiamo le sale. 

Da una parte la mostra dà la sensazione rara di entrare nel laboratorio interiore dell’artista, di seguirne le continue trasformazioni e le intuizioni improvvise, dall’altra però ci lascia profondamente soli, perché quella di Baselitz, pur restando figurativa, è un’arte che rinuncia consapevolmente a qualsiasi funzione consolatoria. 

Davanti a opere come “ Aus ‘45” del 1989 o “Riccioluto” del 1966 si avverte quasi la necessità di rallentare lo sguardo e restare in silenzio. 

In “AUS ’45” il nero invade lo sguardo, lo avvolge completamente. Solo dopo qualche istante la figura emerge dalla superficie pittorica, portando con sé il peso di una memoria impossibile da alleggerire. 

Alla fine, il corpo appare, ma la sensazione resta disturbante, perché nulla sembra davvero definito: l’immagine si costruisce attraverso segni nervosi, deformazioni, sovrapposizioni che ricordano quasi un grande scarabocchio lasciato esplodere sulla tela. 

L’uomo è ancora presente, eppure qualcosa si è spezzato definitivamente. Dopo di allora nulla sembra più uguale e, forse, nemmeno più capace di riconoscerci davvero. 

In “Riccioluto” la prima sensazione è straniante: testa e corpo sembrano appartenere a due presenze diverse, sovrapposte ma incapaci di coincidere davvero. 

I colori si allontanano dai toni cupi e aggressivi di altre opere, eppure il disagio rimane intatto. Gli occhi chiusi, il volto attraversato da azzurri, rosa e gialli, costruiscono una figura che continua a sottrarsi a qualsiasi possibilità di immedesimazione. 

Non riusciamo davvero a riconoscerci in lui. 

E allora la domanda sembra quasi ribaltarsi su di noi: siamo davvero come ci vediamo allo specchio oppure, sotto le immagini rassicuranti che costruiamo ogni giorno, assomigliamo molto di più al “Riccioluto” di Baselitz? 

Incidere l’immagine 

E poi ci sono le opere su carta che, attraverso tecniche come puntasecca, acquatinta, maniera nera, xilografia e linoleografia, diventano per l’artista un autentico spazio di ricerca ed esplorazione. 

Baselitz ripercorre, intreccia e rielabora con la carta alcuni dei temi più importanti della sua produzione, il ciclo degli Eroi, gli Orangenesser (i mangiatori di arance), le teste, i profili, le figure capovolte, fino ai Remix, creando un dialogo continuo tra pittura, scultura e grafica, dove ogni linguaggio sembra attraversare l’altro senza mai interrompersi davvero. 

Tra le opere su carta “I mangiatori di arance” sono forse quelle che mi sono rimaste maggiormente addosso. 

 C’è qualcosa di profondamente ambiguo in queste figure: il gesto quotidiano del mangiare si trasforma progressivamente in una presenza quasi grottesca, sospesa tra ironia e inquietudine. 

Nelle xilografie e nelle incisioni il segno sembra consumare lentamente il volto e il corpo, lasciando emergere immagini frammentate dove anche i dettagli più semplici perdono naturalezza. 

Le arance, i profili, le mani, le bocche aperte smettono allora di raccontare una scena precisa e diventano parte di una ricerca continua sull’immagine e sulla sua possibilità di trasformarsi.  

È probabilmente proprio nella grafica che si percepisce con maggiore intensità il carattere sperimentale della ricerca di Baselitz.  

Con la carta l’artista non affronta necessariamente temi nuovi, ma esplora instancabilmente le possibilità del segno, del colore, delle forme e delle loro continue trasformazioni. 

La carta gli permette di aggiungere, sottrarre, ripetere, lasciando che il processo creativo rimanga visibile dentro l’opera stessa. 

Ed è forse proprio qui che la mostra rivela uno dei suoi aspetti più affascinanti: la possibilità di osservare il linguaggio artistico mentre si costruisce, si modifica e continuamente si rimette in discussione. 

Nelle sale questa tensione è costante e accompagna il visitatore quasi silenziosamente, facendo emergere la sensazione di trovarsi davanti a un artista che ha trasformato la sperimentazione in una necessità interiore prima ancora che estetica. 

Ed è interessante osservare come Baselitz, pur scegliendo consapevolmente di rimanere distante dai principali movimenti artistici del suo tempo, abbia trovato proprio nelle tecniche più antiche della grafica alcuni degli strumenti più vitali per costruire un linguaggio profondamente contemporaneo. 

AVANTI! è una mostra che celebra uno dei grandi artisti contemporanei: il percorso espositivo è ampio e restituisce uno spaccato profondo del suo mondo artistico, dove lavoro, interrogazione, esecuzione e intenzionalità si intrecciano con naturalezza.  

Tutto questo accade in un luogo di assoluta tranquillità, fatto di spazi ampi, silenzio e possibilità di sostare con quella calma che ogni visita dovrebbe contemplare, per entrare, per quanto possibile, nel linguaggio e nell’anima dell’artista.  

Baselitz scuote, non accarezza, e forse è proprio per questo che lascia il desiderio di tornare, di attraversare ancora quelle sale silenziose dove il tempo sembra rallentare abbastanza da permetterci, almeno per un istante, di sostare davvero dentro lo sguardo dell’artista. 

Concetta by Lacoart