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APPROVATO DAI SOCI: IL LIBERTY A BRESCIA

Oltre il Liberty floreale, per uno sguardo diverso alla modernità

di Brenda S. Antozzi

Un sabato pomeriggio di primavera, di quelli in cui potresti fare mille cose (tipo non fare nulla), lo passo a Brescia, nelle sale di Palazzo Martinengo, per la mostra “Liberty. L’arte dell’Italia moderna”. Che sembra una cosa leggera, elegante, quasi da passeggio. E invece no: ti prende, ti segue fuori, e ti resta lì addosso.

La mostra raccoglie circa un centinaio di opere tra dipinti, sculture, grafica ed oggetti ma anche video e fotografie. Tante. Troppe, se uno prova a raccontarle tutte senza perdermi (e io mi perderei…) ma soprattutto un catalogo esiste già. Quindi faccio come si fa davanti a un buffet serio: scelgo. Tre opere. Due che si guardano in faccia (e non si somigliano per niente) e una che, da sola, fa sintesi, insomma restituisce l’essenza del Liberty.

Sì, le sale sono organizzate per temi. Però, lo ammetto, il percorso suggerito lo lascio lì… almeno mentalmente (non mentre sono dentro). È dopo, quando esco, che mi diverte rimettere insieme tutto a modo mio, cercando un filo personale che dia senso all’insieme. Ed è proprio quello che voglio raccontarvi.

Prima però, una cosa: il Liberty.

Perché quando si dice “Liberty”, di solito si pensa a fiori, curve, decorazioni un po’ svolazzanti. Giusto, ma fino a un certo punto. Perché il Liberty è anche – e soprattutto – il primo tentativo dell’Italia di darsi un’aria moderna. Non quella rigida ed industriale, tutta macchine e fabbriche dei Tedeschi, non quella radicale e tagliente dei Francesi. Una modernità più colta, più artigianale, più sensuale. Più nostra.

E dentro questa modernità, succede qualcosa di interessante: cambia lo sguardo. E cambia, soprattutto, la donna.

Alfredo Protti, La Lettura, 1915- credits: Catalogo della mostra

È Alfredo Protti, con la sua La lettura, a darmi lo spunto per pensare a una donna diversa, moderna ed anticonformista. Un quadro che sembra tranquillo. Una donna, un libro, i tacchi. Fine.

E invece no. Perché la prima cosa che vedi non è il libro. Sono i capelli. Corti.

E lì scatta la domanda: perché?

Perché, per le donne, lo sai, i capelli non sono mai solo capelli. Sono un segnale. Un gesto. A volte una dichiarazione di guerra o una rottura.

Negli anni Venti, questo gesto diventa esplicito. Il taglio “alla maschietta”, o se vogliamo dirla bene à la garçonne, non è più una stranezza da artiste un po’ ribelli. Diventa un segno riconoscibile.

Quasi un manifesto.

E mi collego alla letteratura, ad un libro, La Garçonne di Victor Margueritte. Scandalo assicurato, tanto che vien tolta la Legion d’onore al suo autore. La protagonista, Monique (nome più francese non c’è), dopo aver scoperto il tradimento del fidanzato. taglia i capelli, cambia vita, decide. Voilà.

Non è più qualcosa da guardare, ma una persona, una donna che guarda e sceglie. E’ indipendenza. E’ emancipazione.

Protti questa cosa la capisce (forse prima di altri). Le sue donne non sono più eteree, decorative.

Sono lì. Presenti. Il collo scoperto – che nell’Ottocento era nascosto sotto strati di capelli e colletti – diventa improvvisamente visibile. E guarda caso, anche sensuale.

E quindi, domanda: è solo estetica?

No. È un cambio di prospettiva.

E qui il Liberty smette di essere solo bello e comincia a essere interessante.

Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it

Poi si cambia scena.

Si passa agli abiti. E qui, preparatevi: perché il Liberty si indossa. Letteralmente.

Tessuti leggeri, che scivolano. Decorazioni che catturano la luce. Cappelli che sembrano architetture portatili, ombrellini da passeggio, mini borsette. Un mondo fatto di dettagli, dove ogni piega dice qualcosa. Mi parlano di serate all’opera e passeggiate languide sotto i portici.

E soprattutto: il corpo cambia.

Non è ancora libero, ma non è più prigioniero. Sta nel mezzo. E si vede.

Poi, altra svolta: i manifesti. La rèclame. Gli affiches!

E qui succede una cosa bellissima. L’arte esce dal museo (che ancora museo non è) e va in strada. Sui muri.

Foto Casa d’Aste Cambi

Artisti come Marcello Dudovich e Leopoldo Metlicovitz fanno una cosa semplicissima e rivoluzionaria: trasformano la pubblicità in immagine memorabile.

Donne dai capelli infiniti, colori accesi, lettere che non si leggono soltanto ma si guardano.

Diventano esse stesse immagine. E mentre tu passi distratto, loro ti guardano. E ti restano in testa.

Vendono prodotti, certo: biscotti, liquori. Ma soprattutto vendono sogni e desideri.

E a questo punto, quando pensi di aver capito tutto, arrivi all’ultima parte. E lì cambia di nuovo.

Perché la mostra, in realtà, ha due anime.

Da una parte, c’è Protti. Più diretto. Più moderno. Più tagliato, come quei capelli.

Dall’altra c’è il mondo elegante, controllato, quasi perfetto di Vittorio Matteo Corcos.

Vittorio Matteo Corcos, Ritratto della marchesa Edith Oliver Dusmet (1911)

Il ritratto della Marchesa Edith Oliver Dusmet è impeccabile. Abito, gioielli, posa: tutto al posto giusto. Vedo un mondo ricco, ma fragile. Trovo una serie di rimandi visivi: un certo gusto quasi cinematografico nella posa da diva, un’eco delle figure di Alfons Mucha, suggestioni che ricordano i mosaici bizantini, un non so che di orientaleggiante soprattutto nei colori e nella resa dei materiali.

Ma lo sguardo no. Lo sguardo tradisce qualcosa. C’è una sottile inquietudine. Una consapevolezza.

Il quadro è del 1911. Quattro anni dopo inizia la guerra. Coincidenze? Forse.

Ma quella sensazione di fragilità resta.

È un mondo bellissimo. Ma è sul punto di cambiare.

Due mondi che convivono per un attimo. Poi uno lascia spazio all’altro.

E infine, l’ultima tappa. Quella che mette insieme tutto.

Giorgio Kienerk, L’Enigma (o Le Età della Donna) (1900)

Il trittico di Giorgio Kienerk, L’Enigma (o Le Età della Donna) del 1900.

Tre figure femminili. Tre stati: Dolore, Silenzio, Piacere.

Detta così, sembra semplice. Ma dal vivo no.

Perché tutto si muove. I capelli, i tessuti, le linee. Come se ci fosse un vento che non si vede ma si sente. E tu resti lì a guardare, cercando di capire.

E alla fine, forse capisci questo: il Liberty non è solo uno stile, uno stile del passato. Non è un semplice esercizio decorativo: è simbolismo puro. Introspezione e racconto delle emozioni attraverso la bellezza.

È un passaggio. Un modo di stare tra due mondi: quello che finisce e quello che sta arrivando.

Vale la visita?

Sì.

Perché non si percepisce mai una divisione netta. Tutto scorre. Pittura, scultura, grafica, ceramica, fotografia, cinema, moda, arredo. Non c’è una gerarchia, non c’è qualcosa che domina. È proprio quella famosa “opera d’arte totale” di cui spesso si parla, ma che raramente si riesce a vedere così chiaramente.

Perché non semplifica troppo. Non banalizza.

Perché, uscendo, ti ritrovi a guardare i dettagli – una curva, un decoro, una linea – con un’attenzione diversa.

E magari, la prossima volta che ti capita un pomeriggio libero, invece di pensarci troppo, sai già dove andare.

Brenda S. Antozzi

Bibliografia

– AAVV. Liberty. L’arte dell’Italia moderna. Catalogo della Mostra. Silvana Editoriale, 2026.

– Margueritte, Victor. La Garçonne. Sonzogno Editore, 2014.

Liberty- L’Arte dell’Italia moderna

Brescia, Palazzo Martinengo

fino al 14 giugno