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FARE RICERCA, FARE ARTE: SULLA MOSTRA ANGER PLEASURE FEAR DI LINDA FREGNI NAGLER ALLA GAM DI TORINO


La parola artista, almeno alle persone sensibili all’argomento, parla di qualcuno che ha un modo personale di interpretare la realtà, qualcuno capace di restituirti una visione diversa, più “sottile”, elaborata da un intelletto più allenato a cogliere l’essenza, ma soprattutto guidata da un gesto artistico efficace e riconoscibile: un gesto fatto di pensiero, interpretazione e manualità che convergono in un atto visivo inequivocabilmente personale.


L’ispirazione è fondamentale in questo ambito, e spesso anche la ricerca concorre a creare l’ispirazione: saper cercare, saper riconoscere, saper connettere o almeno trovare similitudini fra elementi eterogenei, fa da sempre parte di un corredo di sensibilità utile a chi lavora in ambito creativo e artistico.
La ricerca, quindi, è uno strumento che si può utilizzare come reale leva per immaginare “altro” dall’oggetto ritrovato: un prima e un dopo, una storia incompiuta che si compie con un racconto che si svela, un legame che crea un micro mondo plausibile anche se immaginato.


L’immaginazione, l’interpretazione artistica, è quel filtro che permette ad una persona incline a produrre arte, di mettere una lente diversa alla realtà e di riuscire a gestirla in maniera nuova, inaspettata.
Ce lo ha insegnato a suo tempo Andy Warhol, in cui il concetto di ripetizione, modularità, cromie vivaci pensate a blocchi complementari, ha restituito dignità al quotidiano con la grafica di prodotto elevata ad opera d’arte e ha reso, nello stesso tempo, più avvicinabili anche riflessioni intorno a opere iconiche di artisti del passato come Leonardo, Paolo Uccello e Piero della Francesca.
Un filtro visibile, tangibile, riconoscibile per stile, che parla a chiunque unicamente dell’artista che sa applicarlo e tradurlo in quel modo.
Con queste premesse, fare arte oggi non è semplice: forse tutto è già stato fatto e i voli pindarici che la critica riesce a fare accompagnando le presentazioni di alcune opere hanno -anche qui – forse già detto tutto, anche quando quello che si vede sembra più vuoto che pieno, più copia che originale, più tentativo che effettiva riuscita.


foto di barbara balocco

Fino al 1° marzo 2026 è possibile visitare la mostra “Anger Pleasure Fear” di Linda Fregni Nagler alla GAM di Torino, una retrospettiva di alcuni suoi progetti, connessi fra di loro in un racconto che promette di farli dialogare attraverso le emozioni che suscitano, restituendo una sottile inquietudine per il non detto o per quello che può suscitare in noi, oggi, la visione di alcuni soggetti specifici.
Il fulcro di questa mostra è la passione collezionistica dell’autrice per i reperti fotografici fra ‘800 e ‘900, reperti di diversa natura e tipo: immagini pubblicate su riviste e quotidiani, reportage documentaristici, lastre fotografiche ritrovate, vetri per lanterna magica, dagherrotipi, albumine e via discorrendo.

La cosiddetta “fotografia anonima”, che non implica il fatto che l’originale non sia stato scattato da qualcun altro, ma implica il fatto che questo qualcun altro non è conosciuto e le sue tracce si sono perse nel tempo.


Originali del tempo, fotografati e/o ristampati, quindi.

Quello che sembra un ottimo lavoro di documentazione archivistica per non perdere l’aspetto storico e culturale delle immagini ritrovate, viene qui definito “risemantizzazione”.
Così, ad esempio, possiamo rivedere immagini tratte da documentari dell’epoca che ritraggono alcuni zoo e la cura degli addetti incaricati agli animali presenti, o fotografie che descrivono fatti di cronaca, ritoccate dai tecnici del tempo per essere stampate sui supporti di divulgazione cartacea, in maniera da essere più visibili nel formato ridotto di destinazione: visi, abiti, contesti, ridisegnati in funzione del contrasto utile al mezzo di stampa quotidiano.
Interessante, da un certo punto di vista.

Ma la domanda è: ridar vita restituendo visibilità, può far definire arte propria quella realizzata da altri?
Al di là di alcuni progetti dove questi originali sono stati rivisti in qualche modo, e dove possiamo vedere un’interpretazione dell’autrice, qui il gesto artistico suggerito dalle didascalie a corredo è esclusivamente la riproduzione di un originale esistente (trovato, rifotografato e ristampato) e il suo ingrandimento.
Se percepite un silenzio perplesso, è esattamente quello di chi scrive.
Con buona pace del diritto d’autore.

foto di barbara balocco


Ora, l’intento di base è più che nobile: restituire alla memoria quello che la memoria rischia per certo di dimenticare con il passare del tempo. Ma perché non essere onesti nel titolo della mostra?
Cosa c’è di così riprovevole nel definire questa mostra, per esempio, “la fotografia come documento sociale e mezzo di storytelling fra ‘800 e ‘900: lo sguardo del passato e le riflessioni odierne attraverso le collezioni di Linda Fregni Nagler e alcune sue opere”.
Un titolo che non bluffa, perché quello che si può cogliere in buona parte dei progetti esposti è sicuramente una sensibilità al cercare, raccogliere e raggruppare originali per coerenza di soggetto, il resto onestamente fatica ad arrivare perché sembra aggrapparsi ad un pretesto che non ha basi solide.
Non stiamo parlando di una Valigia Messicana che ha restituito originali di Robert Capa, Gerda Taro e David Seymur, o degli stessi negativi della Vivian Maier che abbiamo imparato a conoscere per l’approfondimento di chi ha unito i puntini della sua vita per noi, restituendoci l’approccio e lo sguardo specifico di chi li ha realizzati.
Stiamo parlando di originali rifotografati e ingranditi per essere riproposti come opere personali, grazie alle didascalie a corredo che focalizzano l’attenzione su quello che manca o su quello che arriva oggi forte e chiaro: la mano della madre in Hidden Mother, l’incertezza nelle immagini di cronaca degli aspiranti suicidi che si vogliono gettare dall’alto di un edificio o da un ponte (e non ci fanno intuire come finirà), il senso di sopruso della vita degli animali costretti in cattività.

Che la fotografia si possa interpretare con occhi diversi dovuti alle sensibilità delle singole epoche è una verità, ovviamente. Che dipende dai nostri occhi, dalla nostra sensibilità, dal periodo storico che stiamo vivendo e dal confronto con il significato che l’autore voleva dare, a suo tempo, all’immagine.
Alcune soluzioni visive arrivano indenni attraverso i secoli, altre meno.
Ma risemantizzare è un verbo che porta una promessa esaudita: dare un nuovo significato.
Per poter migrare dal concetto linguistico a quello visivo deve potersi aggrappare a un escamotage creativo che parli visivamente e inequivocabilmente di un cambio di paradigma, di un nuovo modo sufficientemente percepibile e strutturato di interpretare quello che stiamo guardando.
Se questo non succede, o se succede solo perché una didascalia dice che dovrebbe, l’unica cosa che restituisce è purtroppo un’occasione mancata e un senso di poca chiarezza.
La stessa che può farci valutare una serie di originali ritrovati e riportati alla luce raggruppandoli con un filo logico dichiarato ma senza interventi diversi dalla riproduzione ingrandita, come un’interessante ricerca aggregativa, che dell’impronta concreta e personale dell’artista non ci dice molto.
E alimenta, purtroppo, l’aspetto nebuloso di alcuni concetti che della creatività originale e significativa dovrebbero invece farne bandiera.

Barbara Balocco

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