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HANS MEMLING, POLITTICO DELLA VANITÀ TERRENA E DELLA REDENZIONE CELESTE per CalendARTE

Vanità terrena e Redenzione celeste, Hans Memling: Vanità, Morte e Inferno, Musée des Beaux-Arts di Strasburgo
Vanità terrena e Redenzione celeste: Hans Memling trasforma morte, peccato e salvezza in un inquietante polittico del Quattrocento.

Di Anna Cappelloni per WebinARTE

Sei piccoli pannelli di quercia, 20 cm x 13 cm, oggi separati, poco più grandi di una cartolina. Dentro ci stanno una donna nuda, uno scheletro, un demonio, un teschio, un Cristo benedicente e uno stemma araldico. Poche immagini, ma sufficienti per parlare della vita, della morte e di ciò che, secondo la tradizione cristiana, potrebbe venire dopo.

Il Polittico della Vanità terrena e della Redenzione celeste di Hans Memling, conservato al Musée des Beaux-Arts di Strasburgo, è una delle opere più enigmatiche del Quattrocento fiammingo.

Oggi vediamo sei pannelli distinti, ma non è così che erano stati concepiti. In origine le tavole erano dipinte sia sul recto sia sul verso. A un certo punto, probabilmente prima del 1890, vennero segate per separare le due facce, con ogni probabilità per facilitarne la vendita. Da allora la configurazione originaria è andata perduta e gli studiosi discutono ancora quale fosse l’ordine dei pannelli.

La disposizione con la Vanità, la Morte e l’Inferno è quella con cui oggi l’opera viene abitualmente presentata, ma non sappiamo se fosse davvero quella immaginata da Memling.

Il pannello della Vanità è certamente il più sorprendente. Una giovane donna completamente nuda si trova in un paesaggio ordinato, con una casa, un mulino ad acqua e una strada che si perde sullo sfondo. Si guarda allo specchio con assoluta naturalezza.

La sua nudità è eccezionale. È uno dei pochissimi nudi femminili dell’arte fiamminga del Quattrocento in cui i genitali sono mostrati senza alcun tentativo di coprirli. Non è una Venere e non è un soggetto mitologico. È un’allegoria morale. Gli studiosi leggono in questa figura non soltanto la Vanità, ma anche la Lussuria.

Accanto alla donna compaiono due levrieri, tradizionale simbolo dell’amore terreno e del desiderio. Poco più in là è raffigurato anche un piccolo grifone bianco. Sono dettagli che rafforzano la lettura erotica della scena e aiutano a capire perché questa figura sia così diversa dai nudi idealizzati della tradizione classica.

Vanità terrena e Redenzione celeste, Hans Memling: Stemma, Cristo in gloria e Teschio, Musée des Beaux-Arts di Strasburgo
Hans Memling, Polittico della Vanità terrena e della Redenzione celeste, verso: Stemma, Cristo in gloria (Salvator Mundi) e Teschio, circa 1484, olio su tavola, 20 × 13 cm ciascun pannello, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo, inv. MBA 185 (a–f).

In un’altra tavola compare la Morte. Lo scheletro si erge sopra una tomba aperta e porta sul ventre un rospo, simbolo del peccato e della corruzione. La posizione del rospo richiama visivamente il corpo della donna nel pannello della Vanità, creando un collegamento che difficilmente sembra casuale.

L’Inferno è affidato invece a un demonio che regge un cartiglio con la scritta In inferno nulla est redemptio: all’inferno non c’è redenzione.

È il verso delle tavole, però, a rendere il polittico ancora più interessante. Uno stemma araldico, un teschio collocato in una nicchia e un Cristo benedicente aggiungono nuovi livelli di lettura e ricordano che l’opera non era pensata per essere guardata tutta in una volta, ma probabilmente aperta, richiusa e meditata nel tempo.

Lo stemma è stato identificato con quello della famiglia Loiani di Bologna e fa pensare a un committente italiano, probabilmente Giovanni d’Antonio Loiano. Memling lavorava infatti a Bruges anche per mercanti e banchieri italiani, che gli commissionavano opere destinate alla devozione privata.

Alla fine, però, è sempre lo specchio a catturare l’attenzione.

La donna guarda il proprio volto, ma chi osserva il dipinto finisce inevitabilmente per guardare insieme lei e il suo riflesso. L’occhio continua a spostarsi dall’uno all’altro. Forse è proprio questo il modo in cui Memling costruisce il suo discorso morale: senza spiegare, senza giudicare apertamente, ma lasciando che siano le immagini a parlare.


Fonti

Musée des Beaux-Arts de Strasbourg, Polyptyque de la Vanité terrestre et de la Rédemption céleste, collezione permanente, consultato nel luglio 2026.

Ministère de la Culture (France), POP – Plateforme Ouverte du Patrimoine, scheda Polyptyque de la Vanité terrestre et de la Rédemption céleste, Base Joconde, consultata nel luglio 2026.

De Vos, Dirk, Hans Memling. The Complete Works, Ludion, Ghent, 1994.

Borchert, Till-Holger (a cura di), Memling’s Portraits, Ludion, Ghent, 2005.


L’Opera d’Arte del giorno

Salvator Rosa, La strega