Foresta di pini: Hasegawa Tōhaku trasforma la nebbia e lo spazio vuoto in protagonisti di un capolavoro della pittura giapponese, dove ciò che non si vede conta quanto ciò che appare.
Di Jasmina Dei Negri per webinARTE
Immaginate di entrare in una stanza, forse in penombra, e di trovarvi davanti a questa coppia di paraventi. Vi avvicinate e, poco a poco, vi sembra di entrare nel paesaggio nebbioso: sentite l’umidità sulla pelle, forse un accenno di freddo, un leggero vento; percepite anche il frusciare delle chiome dei pini e il profumo resinoso di aghi e tronchi. Dovete persino assestarvi perché il terreno sembra scosceso. Non potete tuttavia identificare né il luogo né il tempo in cui vi trovate.
Hasegawa Tōhaku* (1539–1610) realizzò un’opera conosciuta con il titolo descrittivo Shōrin-zu byōbu, ossia “paravento (o paraventi) che rappresenta una foresta di pini”, e che qui chiameremo solo Foresta di pini. Tecnicamente l’ha eseguita con grande maestria, riconosciuta ufficialmente nel 1952 quando i paraventi furono designati Tesoro nazionale dallo Stato giapponese.
Resta tuttavia un fatto: non siete stati fagocitati dal paesaggio, lo osservate da fuori e, in effetti, vedete relativamente poco: qualche sparuto pino in primo piano, altri più o meno sfocati su piani diversi e, per ultimo, una cima montuosa innevata appena intravista o intuita. Potrebbe essere autunno, con l’inverno alle porte, oppure primavera, con gli ultimi residui della stagione fredda ancora percepibili. A dominare la superficie è lo spazio vuoto, tanto vuoto.
Viene quasi da chiedersi se Hasegawa abbia forse lasciato i paraventi solo abbozzati e incompiuti. In realtà, se crediamo di vedere poco, lo dobbiamo al nostro sguardo occidentale. Noi siamo abituati ai pieni: spazi affollati di figure, oggetti, elementi, dettagli. La nostra è una tradizione di spazi densi – talvolta siamo finiti nell’horror vacui. Qui, invece, siamo in Estremo Oriente dove ad un certo punto assume un’importanza decisiva proprio il vuoto: lo spazio non occupato, il bianco cui il nero cede il posto.
«Disegnare uno spazio bianco in cui non sia raffigurato assolutamente nulla: ecco la cosa più difficile in pittura», diceva il pittore giapponese del secolo XVIII Ike No Taiga, circa duecento anni dopo Hasegawa. In giapponese esiste il concetto di yohaku no bi, che unisce gli ideogrammi “resto”, “bianco” e “bellezza”, e indica la bellezza e l’apprezzamento dello spazio vuoto, del margine, di ciò che resta non occupato. Non si tratta però di un vuoto inerte o incompiuto, bensì di uno spazio carico di senso che evoca l’irrappresentabile.
Qui entra in gioco anche il concetto giapponese e buddhista di ma, letteralmente “intervallo”: lo spazio tra le cose, la pausa, il vuoto attivo che dà forma e respiro a ciò che vediamo. Quindi nella Foresta di pini i pini non riempiono il paesaggio: gli danno contorno. Il vero paesaggio è lo spazio vuoto che li circonda, li separa e li fa apparire.
Bisogna ricordare che Hasegawa Tōhaku fu vicino all’ambiente di Sen no Rikyū, celebre per aver codificato la cerimonia del tè e la sua estetica. Riflettendovi l’estetica zen che è improntata alla sobrietà, all’essenzialità e alla meditazione: tutto ciò caratterizza anche la Foresta di pini, che sembra invitare lo sguardo a rallentare e a sostare.
Ma come riuscì, tecnicamente, Hasegawa a rendere protagonista lo spazio vuoto? Per capirlo serve introdurre alcuni termini un po’ ostici: ma se siete qui, lo siete anche per le “porche figure”, quindi partiamo.

I paraventi sono dipinti su carta giapponese, il cosiddetto washi, in questo caso piuttosto ruvido. Il paesaggio è eseguito nella tecnica della pittura a inchiostro monocromo nota come sumi-e o suiboku-ga: entrambe le espressioni rimandano all’uso di inchiostro e acqua. Fin qui tutto semplice: si tratta di uno stile pittorico tipico in Estremo Oriente, in cui l’inchiostro nero viene diluito in misura diversa e applicato con pennelli di varie dimensioni e materiali, a seconda dell’effetto desiderato.
Si va così dal nero intenso a tutta la gamma dei grigi, dalle linee sottilissime alle macchie sfumate quasi prive di contorno. E qui giungiamo alla tecnica dello hatsuboku, quella dell’inchiostro “spruzzato” o “schizzato”, impiegata per ottenere effetti liberi, irregolari, atmosferici.
Non fu un’invenzione di Hasegawa: la pittura a inchiostro, nei suoi vari stili, giunse in Corea e Giappone dalla Cina. Sembra tuttavia che Hasegawa Tōhaku sia stato tra i primi artisti a impiegare lo hatsuboku in un dipinto monumentale dedicato esclusivamente degli alberi.
Hasegawa visse e operò nel periodo Azuchi-Momoyama (1573–1603), che precedette il periodo Edo, e che fu segnato da instabilità politica, guerre diffuse e distruzione ma, dal punto di vista culturale, da una creatività che fece fiorire tutte le discipline artistiche e che gettò le basi di un’estetica che influenzò moltissimo le arti europee dall’Ottocento in poi. Uno dei temi maggiormente trattati e più in “voga” nel Giappone del XVI secolo era la natura. Possiamo dunque affermare che il boschetto di pini dipinto da Hasegawa attorno al 1595 riflette pienamente questo tema, il gusto e la sensibilità del suo tempo.
Rimanendo sul piano tecnico, sembra plausibile che Hasegawa abbia utilizzato strumenti non convenzionali: più pennelli legati insieme, bastoni di bambù dalle estremità sfilacciate o anche mazzi di paglia di riso. In questo modo poteva applicare l’inchiostro con densità ed intensità diverse, ottenendo porzioni di un nero lucido e compatto e altre in cui il colore, fortemente diluito, risultava quasi trasparente. Le linee di demarcazione nette sono poche, tracciate comunque con mano sicura. La mancanza di contorni netti non solo rende più palpabile la nebbia, ma restituisce la sensazione che tronchi e rami si muovano lentamente e ritmicamente sotto le folate del vento: quasi come attori su un palcoscenico del teatro Nō.
In conclusione, direi che Hasegawa ci ricorda che, a volte, il capolavoro non sta nel riempire tutto, ma nel sapere quando fermarsi – lezione utile anche fuori dalla pittura.
*seguiamo l’uso giapponese del nome che segue il cognome
Bibliografia
Tokyo National Museum (Tōkyō Kokuritsu Hakubutsukan), «Hasegawa Tōhaku, Shōrin-zu byōbu松林図屏風 », schede dell’opera, s.d., per foto ad alta risoluzione
James W. Singer, «Masterpiece Story: Pine Trees by Hasegawa Tōhaku», Daily Art Magazine,
24 maggio 2026
Giangiorgio Pasqualotto, Estetica del vuoto – Arte e meditazione nelle culture d’Oriente, Marsilio, 1992, pp. 143
Ornella Civardi, «Quello che manca al Nulla. Forme dell’incompiuto e tecniche di salvazione nella cultura giapponese», Annali Ca’ Foscari, XLVII,2, 2008, pp. 225-243
Gabriele Stilli, «Amore per il vuoto: la vacuità nell’estetica orientale», La tigre di carta, Storie Sepolte, 8 febbraio 2015, consultato il 15.08.2026 https://www.latigredicarta.it/2015/02/08/vacuita-estetica-orientale/
Daniela Schifano, «Yohaku no bi», Shakkei, Zuihitsu, 24 gennaio 2021 consultato il 15.08.2026
Sitografia
L’Opera d’arte del giorno
