Augusto II il Forte: il ritratto di un sovrano che trasformò l’arte in uno strumento di potere e fece di Dresda una delle più splendide capitali del Barocco europeo.
Di Gabriella D’Ippolito per WebinARTE
Stessa posa, stessa fierezza. Non è lui, ma a lui voleva assomigliare.
Vero è che Luigi XIV non deve essere stato per i suoi contemporanei un monarca dal quale si potesse prescindere.
Qui siamo alla corte di Dresda, esattamente nel momento in cui la città sta diventando una delle più sfarzose capitali barocche d’Europa.
Lui è Augusto II il Forte, principe elettore di Sassonia dal 1694, e Re di Polonia dal 1697.
Se lo avete già sentito nominare è per via delle porcellane di Meissen, delle quali non vediamo l’ora di parlare, ma prima di questo e dei tanti lussi della corte di Dresda, concentriamoci sul suo ritratto, perfetto esempio di pittura di propaganda barocca e di consolidamento del potere attraverso l’immagine.
Raffigurato a mezza figura e di tre quarti ha lo sguardo fiero rivolto direttamente verso chi osserva. La mano destra è saldamente appoggiata sul fianco, la mano sinistra è distesa e punta con fermezza verso l’esterno, indicando lo sfondo, dove si intuisce una scena di battaglia o una fortezza tra i fumi del combattimento.
Il re indossa un’armatura d’acciaio brunito riccamente lavorata e bordata d’oro, alle sue spalle ricade un sontuoso drappeggio di seta blu brillante, foderato di pregiata pelliccia d’ermellino bianca.
Attraverso il petto corre la grande fascia azzurra dell’Ordine dell’Aquila Bianca, l’ordine cavalleresco polacco che lui stesso fondò nel 1705. In basso, appesa alla fascia vicino al fianco, risplende la croce dell’ordine. Ad oggi è ancora la più alta decorazione dell’attuale Repubblica di Polonia. Sul petto è visibile anche il collare dell’Ordine del Toson d’Oro, a testimonianza del prestigio internazionale e del rango imperiale della sua casata.
Sul regal capo porta la classica e maestosa parrucca allonge, imponente, con cascate di boccoli sulle spalle, spolverata di grigio e bianco, introdotta da Luigi XIV e tipica dell’etichetta di corte europea da Versailles in poi.
La postura è quella della sicurezza, dell’autorità e del controllo assoluto, l’abbigliamento ne esalta la figura imponente e il ruolo di supremo comandante militare, i simboli quelli della regalità e della dignità sovrana. Il re è calmo e composto, capace di portare ordine e stabilità nel mezzo della guerra.
Il suo ritrattista, Louis de Silvestre, giunto da Parigi a Dresda nel 1716, si ispira chiaramente al modello del Re Sole, evocando l’immagine di un monarca assoluto e vittorioso.
Augusto il Forte, d’altronde, ha alle spalle una casata di principi elettori di Sassonia dal 1423, i Wettin.
Una casata che vantava una tradizione secolare di mecenatismo tanto di saperi scientifici che forme artistiche, la fondazione di ben due Università, Wittenberg e Jena di forte impronta luterana, e la formazione di una rilevante Biblioteca e di una KunstKammer.
Il 1694, anno dell’ascesa di Federico Augusto I, segna l’inizio di una nuova stagione per la Sassonia e in special modo per la città di Dresda.
La tempestiva e spregiudicata conversione di Augusto al Cattolicesimo (1697) lo avvicinò alla corona imperiale e gli permise di candidarsi come Re di Polonia, all’epoca monarchia elettiva da parte della Dieta dei Nobili.
Federico Augusto fu dunque eletto re di Polonia e granduca di Lituania. Ricoprì la carica col nome di Augusto II detto il Forte, tra il 1697 e il 1706 e, dopo la breve parentesi del primo regno di Stanislao Leszczyński, nuovamente tra il 1709 e il 1733, anno della morte.
Con l’unione personale tra il Granducato di Lituania, il Regno di Polonia e l’Elettorato di Sassonia, mai come prima di allora un esponente della casa Wettin aveva contato tanto in Europa. Nei quasi quarant’anni del suo governo, Dresda si trasformò in uno dei centri culturali e artistici più vivaci del continente, affermandosi come una delle grandi capitali europee del Barocco e del Rococò.

C’è da dire che la conversione dal luteranesimo, di cui i Wettin erano stati storici protettori fin dai tempi di Martin Lutero, al cattolicesimo fu un puro atto di Realpolitik, poco condivisa dalla popolazione sassone e dalla moglie Cristiana Eberardina, che rimase rigorosamente luterana e rifiutò di essere incoronata regina a Varsavia.
D’altronde, dal punto di vista politico Sassonia e Polonia rimasero strutturalmente ed etnicamente distanti. E sorvoliamo anche sulla politica estera, consapevoli che questo è il luogo per raccontare il suo mecenatismo e la straordinaria fioritura artistica della sua corte.
E adesso veniamo a Dresda, perché la legittimazione del nuovo rango reale passò direttamente per i cantieri edilizi della capitale sassone, la cui corte doveva competere con Parigi, Vienna e San Pietroburgo.
La corte di Augusto II e poi di Augusto III dispiegò nella prima metà del Settecento uno sfarzo senza precedenti. L’arte, l’architettura, la musica, il teatro di corte e la sontuosa vita di palazzo svolgevano un ruolo centrale nella rappresentazione e nell’autocelebrazione della dinastia. Pensiamo alla realizzazione dello Zwinger, capolavoro a cielo aperto formato da gallerie, padiglioni e giostre d’acqua, concepito come teatro per tornei. Nelle sale del Castello Reale nacque invece la Grünes Gewölbe (la Volta Verde), una serie di meravigliose sale specchiate concepite per mostrare al mondo i tesori d’oreficeria, bronzi e pietre preziose della corona.
Ma la vera ossessione di Augusto fu la porcellana: lui stesso la ribattezzò “maladie de porcelaine”. Come non comprenderlo, d’altronde.
Considerato fino a quel momento un prodotto di lusso e importato dall’Oriente, Augusto decise di scoprire il segreto dell’oro bianco. Rinchiuse così nelle fortezze e nei laboratori segreti di Dresda il giovane alchimista Johann Friedrich Böttger fino a quando, grazie alla collaborazione con lo scienziato Ehrenfried Walther von Tschirnhaus, riuscì nel 1708 nel miracolo di “trasmutare la terra in oro”, scoprendo la combinazione perfetta di caolino e feldspato. Nacque così nel 1710 la Manifattura Reale di Meissen, la prima in Europa.
Per la porcellana il sovrano costruì il Palazzo Giapponese affacciato sull’Elba, un tempio dal tetto a pagoda, progettato per custodire oltre ventimila pezzi tra capolavori cinesi, giapponesi e le stupefacenti sculture zoologiche a grandezza naturale modellate a Meissen. Ben presto la produzione europea sassone divenne oggetto di collezioni, dono diplomatico, corredo delle giovani reali d’Europa, pezzo di eccellenza sulle tavole imbandite o nelle immancabili vetrine delle nostre nonne, e ad oggi il pezzo ambitissimo nelle sortite ai mercati dell’antiquariato.
Augusto II il Forte morì a Varsavia il 1° febbraio 1733, all’età di sessantadue anni, piegato dalle complicanze del diabete e da una vita condotta sempre al massimo degli eccessi. Leggenda vuole che abbia avuto 354 figli illegittimi.
Fu sepolto a Cracovia, accanto ai re di Polonia, ma secondo le sue ultime volontà il suo cuore fu riportato a Dresda: un gesto profondamente simbolico, a testimonianza di come il cuore del sovrano non avesse mai lasciato la sua amata capitale sull’Elba.
Bibliografia:
Giulio Brevetti, “L’infanzia di una regina, L’esemplare iconografia di Maria Amalia di Sassonia alla corte di Dresda” in Confronto, vol. 2 (2019)
Adam Perłakowski, “Immer für sich Fremde. Polen und der Dresdner Hof in der Zeit August II. und August III. von Wettin”, in Selbstzeugnisse im polnischen und deutschen Schrifttum im Spätmittelalter und in der Frühen Neuzeit (15.–18. Jahrhundert), Toruń, Wydawnictwo Naukowe Uniwersytetu Mikołaja Kopernika, 2014
Reiner Gross, Die Wettiner, Stuttgart, Kohlhammer, 2007
Helen Watanabe-O’Kelly, Court Culture in Dresden: From Renaissance to Baroque, New York, Palgrave, 2002
SITOGRAFIA:
https://www.barnebys.it/blog/le-porcellane-di-meissen-tra-sassonia-artigianato-e-spade-incrociate
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