Solidità della nebbia: Luigi Russolo trasforma l’invisibile in pittura, dando forma alla luce, allo spazio e a tutto ciò che la nebbia nasconde al nostro sguardo.
Di Brenda S. Antozzi per WebinARTE
Sono nata in autunno, in piena Pianura Padana. Chi più di me può amare la nebbia? Non molti, immagino.
La nebbia di oggi è diversa da quella di trenta o quarant’anni fa. È più leggera, più timida. Arriva al mattino e spesso, nel giro di poche ore, se n’è già andata.
Una volta c’erano proprio i nebbioni (a Milano hanno anche un nome, la scighera). Quelli seri. Fitti, compatti, quasi solidi. Si diceva che si potessero tagliare con il coltello e, da bambina, ci credevo davvero.
Del resto, nella bassa Padana abbiamo sempre avuto un rapporto molto concreto con la nebbia: non la guardiamo, ci viviamo dentro.
Ricordo le passeggiate autunnali in centro, quando i lampioni diventavano piccoli aloni lattiginosi e le persone comparivano all’improvviso, come fantasmi. I rumori erano attutiti, il mondo sembrava fermarsi a pochi metri, a volte centimetri, e quella cortina bianca aveva qualcosa di misterioso, quasi romantico.
Quando ho visto Solidità della nebbia di Luigi Russolo, ho avuto l’impressione che qualcuno fosse riuscito a dipingere proprio quella sensazione. Non la nebbia in sé, ma il modo in cui la percepiamo.
E dal titolo si capisce che Russolo non ha intenzione di rendere le cose semplici.
La nebbia solida. Praticamente un controsenso. Ma per chi è cresciuto da queste parti, nemmeno poi tanto.
Realizzato nel 1912, il dipinto appartiene al periodo futurista dell’artista.
Ma non è una contraddizione? Quando pensiamo al Futurismo pensiamo ad automobili, treni, aeroplani, macchine, rumori, velocità. Insomma: tutto corre.
Poi arriva Russolo e dipinge la nebbia. Che, se c’è una cosa che non ha mai avuto, è la fretta.
Prima di diventare uno dei protagonisti dell’avanguardia italiana e di firmare L’arte dei rumori, Russolo era interessato a portare sulla tela non soltanto gli oggetti, ma le energie invisibili che li attraversano.
Ed è quello che fa. Qui, con questo dipinto.
Non rappresenta semplicemente un paesaggio avvolto dalla foschia. Cerca di dipingere ciò che la nebbia fa alla luce, alle forme, alle distanze e al nostro sguardo.
Un albero che normalmente vedresti a cinquanta metri improvvisamente non esiste più. Poi, senza preavviso, compare a dieci.
La nebbia non ha spostato l’albero. Ha semplicemente deciso che per un po’ non dovevamo vederlo.
L’artista parte proprio da questa esperienza. La scena è scomposta in piani, linee e volumi; i contorni perdono precisione, la luce si frammenta e le forme sembrano emergere e dissolversi contemporaneamente.
Non c’è un paesaggio da ammirare. C’è un paesaggio da attraversare. Ed ecco che la nebbia diventa davvero solida.
Non perché abbia una consistenza fisica, ma perché occupa lo spazio, lo modifica, quasi lo ricostruisce. Un’architettura provvisoria, naturalmente. Di quelle che la Pianura Padana costruisce gratis e poi smonta quando le pare.

Quando Russolo realizza in quadro, sono anni di scoperte scientifiche e tecnologiche, quando si scopre che il mondo è attraversato da forze invisibili: energia, elettricità, onde, radiazioni. La realtà non è più soltanto ciò che l’occhio riesce a vedere. E il pittore se ne accorge.
Il Futurismo racconta movimento, velocità, simultaneità, energia, ma Russolo sembra dirci che non serve un’automobile lanciata a cento all’ora. A volte basta una nuvola di nebbia.
Ecco dove si concentra il fascino del dipinto. Guardandolo abbiamo la sensazione che qualcosa si muova, che lo spazio si dilati e si restringa, che la luce attraversi continuamente ciò che abbiamo davanti.
Russolo non racconta semplicemente ciò che vediamo. Racconta come vediamo quando non riusciamo più a vedere bene.
La nebbia non cancella il paesaggio. Lo rende incerto. E quando qualcosa diventa incerto, interviene la nostra immaginazione: completiamo ciò che manca, inventiamo ciò che non distinguiamo, trasformiamo una strada conosciuta in un luogo quasi sconosciuto. La nebbia ci toglie la certezza del mondo.
Certo, ditelo a chi deve guidare sulla tangenziale alle sette e mezza del mattino e probabilmente non sarà d’accordo.
Ma davanti a un quadro possiamo permettercelo. Possiamo fermarci e lasciare che la nebbia faccia quello che sa fare meglio: nascondere le cose da costringerci a cercarle.
E ogni volta che riguardo Solidità della nebbia torno bambina. A quelle mattine d’autunno in cui sembrava di camminare dentro una nuvola e bastava aspettare qualche secondo perché una bicicletta, una persona o un cane emergessero lentamente dal bianco.
Da piccola mi sembrava magia. Oggi so che era soltanto nebbia.
Ma, a giudicare da quello che è riuscito a farne Luigi Russolo, forse non era poi così “soltanto”.
E poi, diciamocelo: se un futurista è riuscito a trasformare la nebbia in una cosa solida, possiamo tranquillamente continuare a sostenere che in Pianura Padana non siamo mai stati esagerati.
Al massimo, siamo stati avanguardisti con l’umidità.
Fonti:
Luigi Russolo. Al di là della materia, a cura di Mara Folini, Anna Gasparotto e Franco Tagliapietra, Skira 2014
Sitografia:
L’Opera d’Arte del giorno
